Moda: c’è chi la critica e chi non può farne a meno, alcuni ci vivono, altri non sanno nemmeno con quante b si scriva Gabbana: il secondo caso è quello di Andy, una ragazza semplice con ambizioni giornalistiche che ottiene un lavoro che molti le invidiano. Quello di segretaria per la direttrice di una nota rivista di moda, la terribile Miranda Priestley, una donna ultra-carismatica alla quale piace comandare, e che non tollera il minimo sgarro.
"Il diavolo veste Prada", tratto dal romanzo autobiografico di Lauren Weisbergerer, è una commedia arguta e robusta, che, fortunatamente, non ha solo singole gag comiche da proporre al suo spettatore, come spesso capita per le commedie di questo genere, ma ha anche una storia, ben adattata per il grande schermo da David Frankel, uno che con gli ambienti fashion e le griffe ci sa fare, visto che proviene dalla direzione di alcuni episodi del serial "Sex and the city".
Il film di Frankel ci porta negli ambienti d’alta moda, e ci racconta la trasformazione di una ragazza da cenerentola a principessa, in una sorta di "Pigmalione" del 2000. I rimandi al classico di George Shaw ci stanno tutti, anche qua si descrive la parabola di una ragazza che tutto ad un tratto si ritrova prigioniera di un mondo più grande di lei, mettendo a rischio gli affetti per una carriera di non ben definito avvenire. L’eterno dualismo carriera/famiglia è uno degli argomenti che il film mette sul piatto, e lo fa in modo sufficientemente credibile per non cadere in stereotipi da quattro soldi. Ma il film sembra più che altro contrapporre il mondo della moda, fatto di convegni, sfilate, e feste pullulanti di Vip, dove le relazioni affettive passano in secondo piano, a quello dei "comuni mortali"; dove non si deve per forza scegliere tra carriera e vita privata. Le battute al vetriolo e il cinismo sul mondo delle griffe non mancano, anche se non così cattive come uno si aspetterebbe.
Il vero piatto "forte" è comunque la Streep, che con una recitazione mai sopra le righe o esasperata, rende il suo personaggio adorabile pur essendo detestabile, dotandola di una sua "umanità" tutta particolare, senza cadere nel patetico clichè della "conversione" per forza. Bravi e brillanti anche la protagonista, che possiede la freschezza adatta al suo ruolo, e Stanley Tucci, seppur in un ruolo secondario che non incide più di tanto. Peccato per la soluzione finale, leggermente moralistica, ma soprattutto un po’ forzata e frettolosa, ma che non inficia più di tanto la qualità complessiva di una commedia intelligente e arguta, che sa divertire e far riflettere.
"Il diavolo veste Prada", tratto dal romanzo autobiografico di Lauren Weisbergerer, è una commedia arguta e robusta, che, fortunatamente, non ha solo singole gag comiche da proporre al suo spettatore, come spesso capita per le commedie di questo genere, ma ha anche una storia, ben adattata per il grande schermo da David Frankel, uno che con gli ambienti fashion e le griffe ci sa fare, visto che proviene dalla direzione di alcuni episodi del serial "Sex and the city".
Il film di Frankel ci porta negli ambienti d’alta moda, e ci racconta la trasformazione di una ragazza da cenerentola a principessa, in una sorta di "Pigmalione" del 2000. I rimandi al classico di George Shaw ci stanno tutti, anche qua si descrive la parabola di una ragazza che tutto ad un tratto si ritrova prigioniera di un mondo più grande di lei, mettendo a rischio gli affetti per una carriera di non ben definito avvenire. L’eterno dualismo carriera/famiglia è uno degli argomenti che il film mette sul piatto, e lo fa in modo sufficientemente credibile per non cadere in stereotipi da quattro soldi. Ma il film sembra più che altro contrapporre il mondo della moda, fatto di convegni, sfilate, e feste pullulanti di Vip, dove le relazioni affettive passano in secondo piano, a quello dei "comuni mortali"; dove non si deve per forza scegliere tra carriera e vita privata. Le battute al vetriolo e il cinismo sul mondo delle griffe non mancano, anche se non così cattive come uno si aspetterebbe.
Il vero piatto "forte" è comunque la Streep, che con una recitazione mai sopra le righe o esasperata, rende il suo personaggio adorabile pur essendo detestabile, dotandola di una sua "umanità" tutta particolare, senza cadere nel patetico clichè della "conversione" per forza. Bravi e brillanti anche la protagonista, che possiede la freschezza adatta al suo ruolo, e Stanley Tucci, seppur in un ruolo secondario che non incide più di tanto. Peccato per la soluzione finale, leggermente moralistica, ma soprattutto un po’ forzata e frettolosa, ma che non inficia più di tanto la qualità complessiva di una commedia intelligente e arguta, che sa divertire e far riflettere.






1 commento:
ho visto questo film al cinema e sono rimasto impressionato dalla titanica interpretazione di meryl streep.
Grande Grande Grande
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