andiamo al cinema

giovedì 30 aprile 2009

THE ORPHANAGE


The Orphanage"La mia mente vagava rivedendo le immagini di vecchi film dell’orrore come "Suspense" di Jack Clayton e "Gli invasati" di Robert Wise, perciò pensavo che il film dovesse essere girato alla maniera classica: in uno studio".Incuriosisce non poco questa dichiarazione dell’esordiente Juan Antonio Bayona, proveniente da cortometraggi e videoclip, perché il suo "El orfanato", prodotto da Guillermo del Toro ("Il labirinto del Fauno") ed incentrato sulle figure di Laura (Belén Rueda), Carlos (Fernando Cayo) e il figlio di sette anni Simon (Roger Príncep), alle prese con qualcosa di terribile che si nasconde all’interno di un vecchio orfanotrofio abbandonato in cui la donna trascorse trent’anni prima i momenti più felici della sua infanzia, richiama alla memoria proprio le atmosfere e gli stratagemmi per trasmettere paura tipici dell’horror old style, comprendente, appunto, il film di Clayton e quello di Wise.Infatti, con un pizzico di splatter rilegato ad un paio di momenti ed una seduta spiritica in cui troviamo coinvolta perfino Geraldine Chaplin ("Il dottor Zivago"), a dominare la vicenda, costruita su lenti ritmi di narrazione e che sembra comunque riallacciarsi alla tipologia di ghost-story resa popolare da "The sixth sense-Il sesto senso" di M. Night Shyamalan e "The others" di Alejandro Amenábar, è soprattutto un sonoro tempestato di cigolii, tuoni e pioggia, quando ad intervenire non sono le inquietanti esecuzioni al piano di Fernando Velázquez ("The backwoods-Prigionieri del bosco").Per non parlare delle notevoli scenografie di Josep Rosell ("Amantes-Amanti"), le quali, illuminate dalla bella fotografia di Óscar Faura ("Quito"), contribuiscono in maniera fondamentale a rendere esteticamente accattivante un prodotto che, girato con mestiere e ben recitato, non si sarebbe altrimenti distaccato più di tanto dai vari esempi di cinema fantastico europeo d’inizio millennio (alcune situazioni ricordano sia "Fragile" che il francese "Saint Ange"), nonostante la buona sceneggiatura dell’esordiente Sergio G. Sánchez.Aspetti cui si devono i sette premi Goya assegnati a questa interessante storia di orrore che nasce nel cuore della famiglia perfetta e cresce in modo inatteso minacciando di distruggerla del tutto, fino ad un commovente twist ending che ci permette tranquillamente di leggere l’insieme quale elogio all’istinto materno ed a tutte coloro che si sacrificano fino in fondo per i propri figli.La frase: "Non è strano sentire in qualche maniera la presenza di una persona amata dopo la sua morte".

lunedì 23 marzo 2009

SAW V

Dunque, dopo il classico shockante incipit che questa volta racchiude una bella citazione da "Il pozzo e il pendolo" di Edgar Allan Poe, ritroviamo l’investigatore Mark Hoffman (Costas Mandylor), apparentemente ultima persona che porta avanti l’eredità del perverso enigmista Jigsaw (Tobin Bell), impegnato a difendere il suo segreto eliminando tutte le questioni rimaste in sospeso.Gli sceneggiatori sono gli stessi Marcus Dunstan e Patrick Melton già autori dello script del quarto episodio, mentre Darren Lynn Bousman, che aveva diretto i tre sequel del capostipite firmato nel 2004 da James Wan, viene rimpiazzato dal suo scenografo David Hackl, il quale, come era successo negli ultimi due tasselli della serie, si trova a dover gestire un complicato intreccio tra il poliziesco e il thriller a tinte splatter costruito sul continuo alternarsi di presente e passato.Infatti, nel millennio in cui la continuità seriale cinematografica sembra essere basata sempre più sul restyling delle icone di celluloide e su esempi classificabili come pseudo-remake, la saga incentrata su quello che Luke Thomson del L.A. Weekly ha giustamente definito il migliore e più realistico antieroe horror dai tempi dell’Hannibal Lecter di Anthony Hopkins, ha intrapreso in maniera furba, ma anche intelligente, una strada del tutto alternativa.Una strada che, dinanzi all’impossibile resurrezione dell’eliminato "mostro" protagonista, trova ingegnosamente il modo di proseguire il racconto soltanto scavando nella sua mente e nei suoi macabri trascorsi, lasciando emergere in maniera progressiva dettagli ed aspetti nascosti capaci sicuramente di catturare sia l’interesse del fan che quello del comune spettatore coinvolto dalla narrazione.Aspetti che finiscono comunque per delineare sullo schermo l’evoluzione di un personaggio in realtà già morto e sepolto, mentre viene tirata di nuovo in ballo la figura dell’agente dell’FBI Strahm (Scott Patterson) e lo sguardo della macchina da presa risulta rivolto principalmente a far luce sui retroscena alla base della costruzione del sanguinolento enigmismo che attraversa l’intera serie.E, al di là degli inutili elogi agli effetti speciali di trucco, ciò che ne viene fuori è un sequel non distante nel look generale da tanti prodotti straight to video, ma ben ritmato e leggermente superiore rispetto al guardabile capitolo precedente.Con le immancabili sequenze di violenza distribuite a dovere tanto da non apparire gratuite ed indizi disseminati in attesa di una probabile sesta puntata, ricordando, però, di riguardare le prime quattro per meglio comprendere quanto raccontato da Hackl.La frase: "Voglio essere il primo a dirvi che l’Enigmista non commetterà più omicidi".

venerdì 27 febbraio 2009

Zohan - Tutte le donne vengono al pettine


Zohan - Tutte le donne vengono al pettineAdam Sandler torna alle sue origini con "Zohan", eccentrico soldato del Mossad che sogna di diventare parrucchiere a New York, per fare a tutti "capelli di seta".Il comico americano aveva cominciato la sua carriera scrivendo per il Saturday Night Live e interpretando personaggi surreali e demenziali, proprio come questo supersoldato che non prova dolore, non può essere ferito e può sbaragliare decine di terroristi tutto da solo. Un personaggio che da una parte sembra la parodia di un supereroe, ma dall’altra riprende tutte le insicurezze e l’innocenza dei personaggi già interpretati da Sandler.Per mettere alla berlina terroristi, bombe e paranoie post 11 settembre l’attore americano si è avvalso dell’aiuto di due amici di vecchia data: Robert Smigel, autore del Saturday Night Live e Judd Apatow, autore di "40 anni vergine" e "Molto incinta". I tre hanno creato una commedia demenziale ma non stupida, dove si ride spesso e volentieri, e anche se molte gag sono di grana grossa, vengono messe in evidenza situazioni realmente tragiche: la politica di scambio di prigionieri tra Israele e la Palestina, la difficoltà di integrarsi in un paese straniero, la ghettizzazione.Naturalmente non siamo di fronte ad un’analisi sociopolitica, tutto è affrontato con leggerezza per far nascere il sorriso, come irresistibile è la segreteria telefonica di Hammas che non può fornire armamenti fino alla fine dell’ennesima tregua.Non è certo scontato il finale, in cui si alleano palestinesi e israeliani contro la reale minaccia dei terroristi interni americani, razzisti e xenofobi, che risultano i veri cattivi.E se tutto questo non dovesse bastarvi il film è irresistibile per la presenza di John Turturro, nei panni dell’arci nemico di Zohan, Phantom il terribile terrorista palestinese.La frase: "Stanno combattendo da 2000 anni non può durare ancora molto".

lunedì 26 gennaio 2009

IL Papà di Giovanna


Il papà di GiovannaPotevamo aspettarcelo, e così è stato.Quando Pupi Avati scrive una sceneggiatura, e puntualmente la rappresenta in immagini, lo fa sempre con quella meticolosità e sensibilità, che ormai ce l’hanno fatto conoscere e amare.Anche "Il papà di Giovanna", pellicola presentata in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2008, appare fin da subito come un’opera sublime, per intensità narrativa e coinvolgimento emozionale.Una storia drammatica, in un periodo storico altrettanto tormentato come quello della Seconda Guerra Mondiale, ed in particolare nella Bologna del 1938, che vede protagonisti un padre, professore di liceo, onesto, ma sopraffatto dagli eventi, e una figlia, timida e introversa, e della loro difficile sopravvivenza emotiva.Accusata dell’omicidio della migliore amica e rinchiusa per questo in un manicomio, Giovanna, se da una parte trova il muro di silenzio e di indifferenza da parte della madre, dall’altra guarda al padre come l’unico, vero appiglio di speranza.Pupi Avati, quasi in punta di piedi, costruisce un racconto silenzioso, ma che nello stesso tempo appare logorante, inquieto, mentre le note del fido Riz Ortolani, ci conducono in una sfera intimistica, che va a toccare le corde più profonde del rapporto padre – figlia.La disabilità mentale vista non come divisione, ma anzi come commovente legame, è il cardine di questa storia d’amore, sentimento che il regista conosce bene, e che da tempo esplora con successo.Silvio Orlando, che con Avati non aveva mai lavorato, sembra invece esserne uno degli attori feticcio più importanti. Un’interpretazione sincera la sua, umile, mimica, "vincente", che si fa amare.Alba Rohrwacher, poi, ha quella fragilità dirompente, stupefacente, che impressiona. Una grazia recitativa, costruita senza virtuosismi di sorta, e che attraverso un introspezione e una padronanza del ruolo, la consacrano, dopo "Giorni e Nuvole" di Soldini (un David di Donatello come miglior attrice non protagonista), come uno dei volti più intensi e interessanti del cinema italiano degli ultimi tempi.Ma è un lavoro corale, di un cast semplicemente perfetto.Da una Francesca Neri, forse in uno dei suoi ruoli più "brutali", di madre (in)sensibile, fino ad Ezio Greggio, nel suo primo ruolo drammatico, e che in maniera molto semplice riesce a ritagliarsi lo spazio giusto, senza la presunzione di chi protagonista già lo è in televisione.Ma è quel tocco, neanche troppo nascosto di Pupi Avati, a far sì che tutto sia così profondamente armonico.La sua cura e ricerca nei dettagli (non solo nella ricostruzione degli interni), e l’attenzione con la quale protegge e aiuta i suoi attori sono quegli ingredienti in più, che confermano quell’abilità descrittiva, alla quale oggi è impossibile non rivolgere ammirazione.La frase: "Non puoi costringere una donna ad amarti".

domenica 28 dicembre 2008

IL CAVALIERE OSCURO



Il Cavaliere Oscuro“Alcuni uomini vogliono solo bruciare il mondo”.In questa frase – declamata dal personaggio di Joker in una delle ultime catastrofiche sequenze finali – è racchiusa tutta la filosofia di questo ennesimo episodio delle gesta di Batman, l’ eroe dei fumetti creato da Bob Kane. La scelta di Christopher Nolan di improntare sulla figura di Joker tutta l’opera appare chiara fin dall’inizio, quando vediamo molti Joker organizzare una rapina tanto complicata quanto sanguinaria. Joker rappresenta il caos, la carta che scompiglia il gioco e contro la quale l’ordine e le regole costituite nulla possono. E’ contro tutto e tutti (anche la criminalità organizzata ha delle regole che il Joker stravolge, emblematica in questo senso la scena in cui brucia montagne di denaro davanti agli occhi inebetiti dei mafiosi avidi ed attaccati alla vil pecunia). Sovvertitore per eccellenza, Joker scardina le prescrizioni ed i precetti per un unico apocalittico scopo: quello di “bruciare il mondo”, per l’appunto. La vita reale, però, come a volte accade, supera l’immaginazione anche del più fertile degli sceneggiatori ed ecco che Heath Ledger, l’ottimo interprete che dà le fattezze a Joker, qualche mese dopo la lavorazione del film, come tutti sanno, ci lascia a soli trent’anni, morendo, solo, nella camera di un’appartamento. Non c’è nulla di più caotico della morte, verrebbe da dire, soprattutto quando si è giovani. Alter ego di Joker è ovviamente l’eroe Batman. Egli rappresenta l’ordine, la lealtà, la giustizia. Tanto prode e tanto disposto al sacrificio da rinunciare anche all’etichetta di “eroe” pur di assicurare alla comunità un simbolo e un ideale al quale ispirarsi. Ed a quel punto Batman diventa il guardiano silenzioso che veglia su tutti noi, il Cavaliere Oscuro che svetta nei cieli di Gothan, sempre più solo e sempre più tenebroso.Christopher Nolan, assieme al fratello Jonathan, scrive un film poderoso dove, come detto, abbondano riflessioni filosofiche sul Kaos e l’Ordine, sul ruolo dell’eroe nella società, sull’innata tendenza dell’uomo verso il bene (o il male, come sostiene Joker). La sceneggiatura però, vuoi anche per l’eccessiva pretenziosità (in fondo sempre di un fumetto parliamo), in alcuni punti mostra cedimenti, evidenziati soprattutto dalla contraddittorietà di alcuni personaggi e dalla sequenza degli eventi la cui consequenzialità non sempre appare chiara. Ed alla fine, vuoi per l’atmosfera sempre cupa e lugubre, vuoi anche per l’eccessiva lunghezza del film, l’opera risulta a tratti pesante e dallo scorrimento poco fluido. E questo nonostante alcune riprese davvero emozionanti (soprattutto quelle aeree sono di ottima fattura) ed una cast di grandissimo richiamo nel quale spiccano due sempreverdi come Michael Cane e Morgan Freeman. In definitiva, “Il Cavaliere Oscuro”, ben si incanala nel solco delle opere che lo hanno preceduto ed il suo finale assicura un futuro al pipistrello che, silenziosamente, veglia su tutti noi, anche nostro malgrado.La frase: "O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare cattivo".

domenica 14 dicembre 2008

Identikit di un delitto


Identikit di un delittoIl titolo originale è "The flock" e fa riferimento al termine che il Dipartimento di Polizia d’oltreoceano usa per chiamare i predatori sessuali in libertà vigilata.Quegli stessi predatori sessuali cui ha dato la caccia per anni l’emotivamente stressato funzionario di polizia Errol Babbage (Richard Gere), costretto ad un pensionamento anticipato e quindi incaricato di addestrare la giovane Allison Lowry (Claire Danes), agente che lo sostituirà, tanto da addentrarla in un depravato universo di sesso e violenza al fine di scovare il responsabile del rapimento di un’adolescente.Quindi, un rapporto maestro-allieva che ben si associa alla filosofia del "poliziesco di coppia" made in Hong Kong da cui proviene il regista Andrew Lau (autore insieme ad Alan Mak dello splendido pre-"The departed" "Infernal affairs" e da solo del pessimo horror "The park"), anche se, a quanto pare, il lungometraggio è stato in parte girato da un non accreditato Niels Mueller ("L’assassinio di Richard Nixon").E l’"American gigolò" della Mecca del cinema, affiancato anche dal veterano Ray Wise ("Robocop"), sembra rendere decisamente bene quando non si trova alle prese con trame rosa proto-Julia Roberts, mentre il look generale dell’operazione, con abbondanza di dialoghi e qualche cruda situazione, si alterna tra i lenti ritmi narrativi tipici del cinema orientale e le velocizzazioni da videoclip.Con colori spesso desaturati e contrasti a dominare la fondamentale fotografia di Enrique Chediak ("28 settimane dopo"), al servizio di un poco originale script per mano di Hans Bauer (i due "Anaconda") e Craig Mitchell (il riuscito horror "Milo") che, senza troppa fantasia, sembra guardare più al già dimenticato "Suspect zero" (2004) di E. Elias Merhige che agli inevitabili prototipi "Seven" (1995) e "Il silenzio degli innocenti" (1991).Allora, se togliamo dal cast i nomi di serie A di Gere e della Danes, rimane quello che, seppur confezionato con professionalità, non si discosta poi molto dai tanti fiacchi thriller inediti a bass(issim)o costo che affollano gli scaffali dei videoshop.La frase: "Una volta qualcuno ha detto "Se combatti troppo a lungo contro i draghi diventi un drago, e se troppo a lungo guardi l’abisso anche l’abisso poi guarderà te"".

lunedì 3 novembre 2008

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo



Torna Indiana, l’archeologo più famoso e charmant di tutti i tempi.
Torna dopo diciannove anni dalla sua ultima avventura, Indiana Jones e l’ultima crociata: lo ritroviamo nel 1957, nel periodo della guerra fredda, con i russi alle calcagna, ma anche il governo americano che lo crede un traditore comunista. Indiana è alla ricerca di uno dei tredici teschi di cristallo dei Maya: la leggenda dice che chi lo possiede comandi il mondo intero. Indiana non è il solo interessato alla reliquia di Akator, anche i russi, guidati dalla perfida sensitiva Irina Spalko (Cate Blanchett) non si fermeranno di fronte a nulla per entrarne in possesso. In Perù, Indiana Jones ritroverà il suo amore, Marion (Karen Allen) e verrà aiutato da un giovane ribelle esploratore, incontrato in patria, che entra in scena in moto vestito come Marlon Brando ne I selvaggi: si tratta di Mutt (Shia LaBeouf).
Gli eroi non invecchiano e, se lo fanno, non ce ne accorgiamo. Indiana Jones è l’eroe per eccellenza, pieno di difetti, rude, scapestrato e sciupafemmine, ma su di lui puoi contare e anche sul suo senso pratico e la sua ironia. Te la può sfoderare in un covo di serpenti, oppure circondato da decine di nemici: lo sguardo beffardo, la piega delle labbra e la battuta pronta, pronto a spiazzarti. Ed è un eroe che anche qui, come ne "I predatori dell’Arca Perduta", entra in scena di schiena, controcorrente, come solo l’accoppiata degli ex ragazzacci Steven Spielberg e George Lucas poteva immaginare. Harrison Ford sarà per sempre Indiana, nell’immaginario collettivo: impossibile pensare altri al suo posto, la frusta e il cappellaccio gli stanno a pennello e a nessuno può interessare di meno la sua età. Come ogni grande attore, guidato da altri grandi, Ford è sempre credibile, mai ridicolo, neppure quando corre a perdifiato, quando compie acrobazie.
Chi temeva quindi lo svilimento di un mito nella sua parodia, può dormire sonni tranquilli.
Lo afferma lo stesso Ford: "Nel film riconosciamo il passare del tempo senza timori. Indiana Jones ha vent’anni in più e non c’è nulla di strano: non è certo un eroe tutto d’un pezzo come Han Solo. Il mio Indy è un comune mortale, vulnerabile e, talvolta, fragile. Il pubblico si può immedesimare nelle sue difficoltà e sono convinto che l’età lo renda più simpatico".
Steven Spielberg riesce ancora a renderci alla perfezione la rappresentazione di un mondo avventuroso che appartiene agli anni Cinquanta del cinema americano: Spielberg attualizza la sua regia, si avvale delle più avanzate tecnologie, ma il sapore retro c’è sempre, così come i richiami agli altri episodi.
La formula in fondo non cambia: là dove era l’Arca oggi c’è un teschio, dove erano nazisti ora sono russi, oltre alla paura degli alieni tipica di quegli anni. Spielberg trasferisce sullo schermo gli anni della sua giovinezza, con i suoi demoni e i suoi incubi personali, il periodo della guerra fredda e della caccia alle streghe; filtra nell’Alter Ego Indiana le tematiche di tutti i suoi film, come una summa, aggiungendoci, a differenza degli altri tre episodi, le inquietudini presenti ne "La guerra dei mondi e in Munich".
Indiana si muoverà nel suo habitat solito: tra animali pericolosi, trappole, mummie, corse spericolate, cascate e esseri di un altro mondo. Avrà come al solito la sua aria stropicciata, con la barba di qualche giorno.
E Steven Spielberg non ha nessuna intenzione di chiudere le avventure dell’archeologo: Indiana Jones raccoglierà il suo cappellaccio, in una promessa futura.