andiamo al cinema

domenica 23 dicembre 2007

La ragazza del lago



Dal romanzo giallo norvegese di grande successo "Don't look back" ("lo Sguardo di uno sconosciuto") di Karin Fossum, trasposto da un fiordo scandinavo ad una piccola comunità montana del Friuli. "La Ragazza del lago" si costruisce sul contrasto tra una località tranquilla, immortalata da una pulita e fredda fotografia, e lo strano, incruento omicidio di una bella ragazza ritrovata soffocata, nuda sulla riva di un laghetto; ma anche tra il quieto vivere apparente e l'emergere di un vasto campionario problematico, dai sepolti segreti: la coppia separatasi dopo la tragica scomparsa del figliolo, il ritardato del paese con padre burbero appena fuori dal caseggiato, il fidanzato dai silenzi dubbi ("tutta questa umanità, assolutamente normale, lontana anni luce - dice il cineasta Andrea Molaioli - dall'idea del crimine, d'un tratto appare deviata, complicata. E' un delitto che fa alzare il coperchio e ribaltare la scena di questa "medietà""). Allo stesso tempo, si sviluppa sulla recettività emotiva del poliziotto investigatore (Toni Servillo), anch'egli alle prese con le sue brave tribolazioni familiari. La soluzione non a caso arriva per intuizione, al di fuori degli elementi in mano al pubblico.

La verità è più complessa di ciò che si palesa, un caso inizialmente privo di moventi - che poi debolmente si susseguono - ha cause sovrapposte e passa in secondo piano davanti alla descrizione ambientale. Produce la Indigo Film (quella dei film di Sorrentino, Dordit, Capuano), Molaioli esordisce con capacità nel lungometraggio (è stato aiuto regista di Moretti, Mazzacurati, Luchetti, Calopresti e ha realizzato filmati istituzionali), il sostanzioso cast di contorno - tra cui Gifuni, Bonaiuto, Golino - sembra sott'utilizzato, mentre il mattatore Servillo è mono tono dietro una rigida maschera fra il sofferto e il nauseato. Nell'insieme, più forma che sostanza, sebbene vada salutato con piacere un raro thriller italiano, e di buona fattura.

giovedì 13 dicembre 2007

Io vi dichiaro marito e... marito


A giudicare da quello che annunzia il prologo di questa commedia a "sfondo sociale" non ci sono dubbi: tempi duri per gli eterosessuali, specialmente se effettuano lavori rischiosi nella Grande Mela. Larry è un pompiere che ha già perso la moglie alcuni anni prima e che per un cavillo burocratico non può nominare i figli titolari della sua polizza sulla vita. L'unica scappatoia consiste nello sposare il collega e compagno di tante avventure Chuck, garantendo così un futuro ai due frugoletti.

Nonostante Adam Sandler goda di popolarità e prestigio crescenti negli Stati Uniti, va detto che le sue commedie non brillano per buon gusto e raffinatezza. Anzi, le ammiccatine e le frequenti battute relative alla sfera sessuale non hanno nulla da invidiare alla comicità nostrana in quanto a volgarità. In questa pellicola il personaggio interpretato da Chuck è così trash da non avere quasi né capo né coda. Lo scapolo costretto alla simulazione non è un semplice donnaiolo, ma un sessuomane aperto a qualunque tipo di esperimento e di strumento per il suo conseguimento. Allo stesso tempo Chuck è anche dotato di una curiosa sensibilità ultrafemminile. In certe occasioni potrebbe ricordare un personaggio della serie tv Scrubs: "il Todd". Di riferimenti sessuali del resto in "Vi dichiaro marito e marito" ce ne sono parecchi visto che l'argomento è la simulazione dell'orientamento sessuale. In questo modo ci viene propinato tutto l'armamentario delle ambiguità e delle situazioni "di confine" in cui potrebbero trovarsi due uomini nella situazione paradossale di Chuck e Larry e non ci viene risparmiata neppure la trovata del sapone che cade nella doccia maschile; impossibile non pensare: questo è davvero troppo. Oltre ai due protagonisti possiamo ammirare la "fisicatissima" Jessica Biel nel ruolo dell'avvocato ed un irresistibile (ma sottoutilizzato) Steve Buscemi nel ruolo dell'agente impegnato a scovare simulatori di sessualità alternative.
A coronare il tutto troviamo Dan Aykroyd, dalla cui presenza ingombrante è impossibile non farsi strappare almeno un sorriso. Presenze importanti ma tuttavia insufficienti a risollevare le sorti di una commedia macchiata da un ulteriore peccato originale: l'eccessiva lunghezza... beati i tempi in cui una commediola da meno di novanta minuti non doveva essere diluita in quasi due ore per ragioni quanto meno oscure.

Vi dichiaro marito e marito come molte commedie americane ha una morale, si potrebbe dire, di "maniera": bisogna accettare chi è diverso da noi, superare gli stereotipi e capire che tutti siamo diversi in qualcosa. Il tutto però viene presentato - paradossalmente - proprio con una lunga serie di stereotipi, e questo può essere disorientante.

martedì 11 dicembre 2007

Shrek Terzo



Shrek terzo e non tre, perché in questo nuovo episodio della saga dell'orco verde il numero non si riferisce alla numerazione del film, ma al titolo regale che viene affidato al nostro eroe, dopo la dipartita del padre di Fiona.
La corona sta però stretta a Shrek, che sogna solo di poter tornare alla sua puzzolente palude, così si imbarca insieme agli inseparabili amici, il Gatto con gli stivali e Ciuchino alla ricerca dell'altro erede al trono, il giovane Arthur.
Nel regno di Molto, Molto Lontano intanto Fiona si prepara con le amiche per un lieto evento, ma un vecchio spasimante torna per avere la sua vendetta.

Arrivato al terzo episodio Shrek riesce ancora a divertire con sequenze esilaranti e personaggi ben scritti, ma nel complesso ha perso smalto, manca l'energia che caratterizzava i primi due episodi.
Se nei due film precedenti la parodizzazione della fiaba classica era il centro dell'intreccio e il motore comico della pellicola, qui sembra seguire i ritmi e le tematiche della Disney, tanto che la presentazione di Arthur è un chiaro omaggio a "La spada nella roccia", senza la minima traccia di ironia.

In particolare il messaggio che solo credendo in se stessi si potrà avere il rispetto degli altri, è troppo declamato ed insistito, non viene mostrato attraverso le vicende della trama, ma spiegato più e più volte dai personaggi.

A soffrire maggiormente sono proprio i due protagonisti principali Shrek e Fiona che vengono superati per simpatia e battute dai comprimari. Ora sembrano due borghesi un pò imbolsiti, mentre Ciuchino e Il Gatto con gli stivali mantengono la loro carica eversiva.
Fiona soffre nel confronto con i personaggi delle principesse, amiche svampite e superficiali.

Dal punto di vista tecnico il film è realizzato in modo incredibile, bellissimi i paesaggi, le movenze sono molto fluide ed i personaggi ancor più espressivi dei primi due episodi ma si sente la mancanza di Andrew Adamson alla regia.
In definitiva Shrek terzo è un film divertente, ma non eccezionale come i precedenti.

domenica 2 dicembre 2007

Vivere un sogno



Doppietta del calciatore d'invenzione Santiago Munez. Dopo la prima marcatura ("Goal! Il film"), capitolo sul viaggio dal Messico alla squadra inglese del Newcastle United, ora arriva il raddoppio nel passaggio dal campionato britannico alla formazione più blasonata del mondo - il Real Madrid - con la possibilità di disputare la Champions League. Se poi non bastasse, il "continua…" finale ci tranquillizza sul completamento della trilogia.

Tatuaggio della madonna sulla spalla, Munez convince la sua compagna Roz - infermiera molto legata al proprio lavoro e con cui si sta per sposarsi - che non può rifiutare il contratto con il gotha del calcio per cui, almeno all'inizio, si vedranno spostandosi alternativamente. Si sa che il successo può dare alla testa, soprattutto quando uno viene dalla povertà, è giovane, lasciato solo e ha dato il benservito a un paterno procuratore. Anche perché l'ambiente è quel che è: l'amico e compagno di squadra Gavin è terrorizzato dalle rughe e ama le feste, mentre - se lo spirito generale è maschilista - le belle donne provocano e il tradimento di una notte è quasi scontato. Il giovane Santiago deve affrontare prove difficili: in Spagna scopre di avere un fratello più piccolo e con lui ritrova anche la madre (che per un brutto episodio di violenza familiare aveva abbandonato marito e figli), si fa espellere nella prima gara da titolare e resta fermo per un infortunio. Lui supera tutto, per cui ricuce con Roz e si sacrifica in favore di Gavin nella partita più importante - finora - della carriera.

Retorica con punte bizzarre (l'allenatore prima della finale europea dice ai ragazzi "dimenticatevi dei soldi e divertitevi"), musica ficcata in ogni momento utile, telecronache da videogame. Di tanto in tanto si vedono pure i veri "galacticos" così da assicurare al film, attraverso la pubblicità ai campioni, la curiosità di una fetta di appassionati a questo sport. Certo però che calcio e cinema non hanno mai legato troppo, in più senza mai raggiungere risultati di rilievo. Allora perché dovrebbe riuscirci un regista senza lode?.

martedì 27 novembre 2007

Harry Potter e l'Ordine della Fenice


Il quinto romanzo della fortunatissima serie di Harry Potter rappresenta un punto di svolta di grande importanza per il mago ormai adolescente e per i suoi amici di sempre. Nell'Ordine della Fenice fa la sua irruzione il mondo esterno, fino ad allora tenuto al di là dei robusti cancelli di Hogwarts, e con questo fanno il loro ingresso la politica, i suoi complotti e le sue macchinazioni. Dopo il ritorno di Voldemort nella tragica conclusione del Calice di fuoco, il Ministero della magia, gigantesca struttura nei sotterranei del Ministero della difesa diretta da Caramel, inizia una campagna di odio per screditare le notizie di Harry sulla rinascita del capo dei "mangiamorte".

Nelle fiabe, come del resto nella letteratura per ragazzi, il conflitto principale è dato dal contrasto fra adulti e fanciulli, proprio perché questi ultimi non vengono creduti e godono di ben poca considerazione. La risoluzione di questo tipo di vicenda dimostra invariabilmente che nonostante tutto sono proprio i più piccoli a sventare un grande pericolo con il coraggio e il cristallino senso d'amicizia della loro giovane età. L'Ordine della fenice si inserisce a pieno diritto in questo filone e in effetti rappresenta il momento della crescita e della consapevolezza nella vita dei giovani eroi di Harry Potter.
Per questa ragione ci troviamo di fronte a un film per molti versi "di passaggio", in cui cioè viene preparata la strada per i conflitti successivi e per la vera e propria guerra tra Voldemort e la comunità magica.

La vera nemesi di Harry in questo caso non è però l'oscuro signore, ma un oscuro funzionario, la sottosegretaria Dolores Umbridge. Imelda Staunton, del resto eccellente attrice di teatro, dà corpo con grande efficacia a uno dei personaggi più odiosi e realistici nati dalla penna della Rowling. Ne emerge il ritratto della classica "signora bene" che non disdegna la pratica del male per raggiungere i propri obiettivi. Del resto la stessa scrittrice ha dichiarato in diverse occasioni di provare un piacere particolare nel torturare un personaggio così gretto e meschino e che comunque ha un che di diabolico nella sua pedante passione per la burocrazia, le ordinanze e i divieti. I momenti più divertenti del film sono proprio affidati a questa piccola donna che in fondo detesta profondamente i bambini. Molto affascinanti le lezioni di "Occlumanzia" (difesa dalle invasioni mentali), in cui viene dato spazio a Severus Piton, anche qui magistralmente interpretato da Alan Rickman.

Se non fosse per questi due personaggi e per lo scontro fra Silente e Voldemort, non privo di una certa epicità, di questo film rimarrebbe ben poco. Il carattere interlocutorio della vicenda non viene di certo aiutato da una regia anonima e di maniera, che in molti passaggi sembra trascinarsi stancamente. Alcuni spunti di divertimento sono sempre presenti e di sicura godibilità per gli appassionati di Harry, ma sono francamente insufficienti a risollevare le sorti di un film che finora sembra il più debole della serie.

venerdì 16 novembre 2007

Zodiac


Zodiac
Dopo film come "Se7en" e "Fight Club" (ma anche "The game") da David Fincher ci si aspetta sempre il thriller sofisticato, quello con un finale a chiave che fino alla fine non ti fa capire chi è il colpevole e, soprattutto, di cosa. Con Zodiac i presupposti erano completamente diversi. La storia infatti è vera, ed è quella del serial killer che tra il 1969 e il 1970 terrorizzò la baia di San Francisco rivendicando pubblicamente ben 13 aggressioni. Un caso che non ha mai visto nessun imputato essere condannato e che quindi per essere raccontata in maniera interessante (capire l'assassino è il gioco per eccellenza dello spettatore di questo genere di film) doveva avere un altro punto di vista, un altro "centro".
Fincher lo trova nelle ossessioni di tutti coloro che si impegnarono all'epoca e per oltre venti anni alla ricerca del colpevole. Parte dal romanzo omonimo di Robert Graysmith (nel film interpretato da Jake Gyllenhaal) per farne un film corale sull'impegno e conseguenze che quei tragici eventi ebbero sulla vita non solo delle vittime, ma anche di chi vi si trovò indirettamente invischiato. Un lavoro corale in cui l'assassino è protagonista quanto gli altri personaggi. I suoi omicidi vengono rappresentati, i suoi discorsi riportati grazie ai messaggi che lasciò alla polizia e ai giornali, i suoi pensieri interpretati a voce alta da chi di volta in volta ne aveva interesse. La narrazione è lineare e supportata da opportune didascalie, su luogo e tempo di ogni scena. Attenzione è data, attraverso piccoli, ma interessanti espedienti (si pensi alla costruzione accelerata del grattacielo), al passare del tempo, elemento importantissimo sia ai fini della comprensione del "fallimento" dei detective, che del sacrificio richiesto a chi all'epoca, ebbe senso del dovere.
Seppur a livello globale si possa trovare il tutto non privo di momenti di "stanca", quasi che si stesse assistendo ad un reportage, sempre interessante è notare l'utilizzo di Fincher della macchina da presa. Ogni scena, e di conseguenza tutto il film, appare definito nel suo spazio, aree entro le quali succede sempre qualcosa, senza che "l'azione" scappi altrove. La redazione del Chronicle, la casa di Graysmith, la macchina dei due poliziotti e le case dei presunti assassini. L'esercizio di stile fatto con il precedente Panic room (un film che ha innovato l'uso della computer grafica al cinema) viene finalmente applicato ad una storia vera e propria, creando frammenti di suspance degni dei migliori registi di genere della storia. Le sequenze dedicate agli omicidi, il faccia a faccia nella casa dell'operatore del cinematografo, sono un perfetto connubio di visione e sonoro con destinazione groppo in gola.
Qualcosa a livello di sceneggiatura può scricchiolare: il film è stato montato più volte dopo i test non troppo positivi avuti con il pubblico statunitense alle anteprime. Si fanno accenni a scene non viste, e non tutto appare sempre lineare, ma sono davvero dettagli. Il finale, per esempio, è perfetto e chiude tutto al meglio.

domenica 11 novembre 2007

Epic Movie


Epic Movie
Ormai dobbiamo arrenderci all'evidenza: il genere comico demenziale vive di vita propria e, purtroppo, con risultati scarsissimi. Sono finiti gli anni de "L'aereo più pazzo del mondo" o "Frankenstein Junior" in cui le battute e le gag erano studiate secondo una precisa, diabolica, mente creativa, ora i film comico demenziali vanno semplicemente a "ruota libera": senza schemi, e questo sarebbe il minimo; senza idee; e senza umorismo in una continua (e a dire il vero allarmante) involuzione cerebrale. Ci si ritrova così di fronte uno spettacolo pietoso e deprimente in cui, col pretesto di ridicolizzare pellicole famose e di successo, si finisce per ridicolizzare se stessi all'interno di una lunghissima, interminabile, sequenza di parodie senza senso. E' questo il caso di "Epic movie": l'ennesima caricatura mal riuscita di un centinaio di film e programmi televisivi, tutti buttati in uno stesso calderone narrativo, senza né capo né coda, lasciato cuocere lento sulle fiamme del nulla.

Quattro orfani vincono un biglietto premio per la fabbrica di cioccolato di Willie Wonka.
Lì, per sfuggire alle minacce del pasticcere, finiscono per rifugiarsi in un armadio al cui interno si cela il meraviglioso mondo di "Gnarnia" (con la G). Purtroppo però, i quattro sventurati cadono nelle mira della strega White Bitch...

Eppure il curriculum di questo "Epic movie" prometteva bene: al timone due talenti del cinema comico come Jason Friedberg e Aaron Seltzer che hanno all'attivo pellicole quali "Spia e lascia spiare" e Scary movie". Purtroppo però nulla è riuscito ai due autori, confezionando un film che pare (e probabilmente lo è anche...) non ragionato, le gag e le battute non hanno nulla di minimamente costruito e finiscono sempre in una volgarità gratuita rappresentando peti, doppi sensi squallidi e scene splatter immotivate; e girato di fretta, la regia è quasi completamente assente e l'unico sforzo che fa è quello di ricopiare motivi registici di altri film.
Neppure la presenza della starlette Carmen Electra aiuta a risollevare il morale: se pensava di rilanciare il suo personaggio con una bella commedia comica, dovrà ricredersi.

"Epic movie" non fa ridere, è questo per un film comico è un bel limite. Non so dove andrà a finire la commedia-demenziale col tempo, ma viste le ultime pellicole del genere forse dovremmo iniziare ad allarmarci, gridando alla quasi totale estinzione di una "razza" cinematografica.

martedì 6 novembre 2007

Material Girls


Material Girls
Letto il titolo del film ed il nome della protagonista, non si poteva iniziare altro che con titoli di testa accompagnati dalla storica "Material girl" di Madonna, eseguita dalla cantante e attrice Hilary Duff insieme alla sorella Haylie.
Le due, infatti, condividono per la prima volta il set nei panni delle sorelle Tanzie e Ava Marchetta (ma si pronuncia "Marscetta", attenzione), volto della Marchetta Cosmetics, mega-società costruita dal defunto padre, le quali, da un'esistenza caratterizzata da scarpe e vestiti alla moda, serate in rinomati club e sessioni fotografiche, si trovano improvvisamente catapultate in un vero e proprio oceano di sfiga. Da un lato Fabiella (Anjelica Huston), antica rivale dello scomparso genitore, è intenzionata ad acquistare la società, dall'altro lo scoop di un reporter investigativo denuncia la pericolosità di "Eterna giovinezza", cosmetico di punta di Marchetta, cui consegue la fuga del personale, il congelamento dei beni delle ragazze, il furto della loro auto e perfino un'inaspettata visita in prigione.
Una serie di disgrazie dinanzi alle quali, anziché provare pena, lo spettatore viene quasi invitato a godere sadicamente, considerando i due personaggi in questione, che sembrano cominciare a contendersi il trofeo dell'odiosità con le gemelle Ashley e Mary-Kate Olsen (quelle dei serial televisivi "Gli amici di papà" e "Due gemelle e un maggiordomo", per intenderci).
E, ovviamente, tra frecciatine varie ("Non mi va di sentire le Spice girls un'altra volta, odio il rock classico") ed una trama che sfiora l'intrigo giallo-rosa, si prosegue con le due in cerca dei reali motivi a monte della persecuzione a carico dell'azienda paterna, mentre entrano in scena Rick (Marcus Coloma), chimico della Marchetta, ed il consulente legale gratuito Henry Baines (Lukas Haas), cui viene sbattuta verbalmente in faccia la sentita e risentita morale: "Henry, i soldi non fanno la felicità!".
Quindi, il tipico, banale prodotto per teen-ager annoiati che, tra qualche anno, finirà per dominare gli afosi pomeriggi estivi del piccolo schermo, penalizzato come è da ritmi televisivi che lo rendono consigliabile esclusivamente agli estimatori irriducibili di Hilary Duff, la quale ha dichiarato: "Questo film propone una storia divertente, tante risate e situazioni iperboliche, ma anche la vicenda toccante di due ragazze che sentono la necessità di riconoscere il proprio potenziale".
Probabilmente, non stava parlando di "Material girls".

venerdì 2 novembre 2007

La città proibita


La città proibita
Negli ultimi anni Zhang Yimou sta alternando film di stampo rurale a film ambientati in epoche storiche molto lontane, estremamente sontuosi dal punto di vista scenografico e coreografico, con abiti sfarzosi e una particolare attenzione per i colori, a questa categoria appartiene "La città proibita". A differenza di "Hero" e "La foresta dei pugnali volenti" qui non siamo in presenza di un wuxiapian in senso classico, perché la componente marziale viene messa in secondo piano rispetto all'intrigo di corte, insomma siamo più vicini ad una tragedia shakesperiana che a "La tigre e il dragone".
Ambientato nel decimo secolo, durante la tarda dinastia Tang, il film mostra con grande maestria la vita all'interno del palazzo imperiale, dove un esercito di persone perfettamente organizzate, meglio di una catena di montaggio, adempie ai propri doveri quotidiani. Impressionanti le scene di apertura dove centinai di persone si devono preparare per l'imminente arrivo dell'imperatore, ogni gesto è scandito secondo un rituale meticoloso. Al vertice di questa piramide i membri della famiglia imperiale, divorati da un odio profondo che cercano di annientarsi a vicenda, con complotti, sotterfugi e ricatti.
Tutta l'azione si consuma alla vigilia delle festività del Chong Yang, una festa che ricorda e celebra gli antenati, i crisantemi dorati sono il simbolo di questa celebrazione. L'oro dei fiori viene utilizzato tanto per i costumi così ricchi ed elaborati da lasciare senza fiato, quanto per gli ambienti, lo sfarzo della corte è impressionante, gli ambienti sono caratterizzati da un lusso ostentato, sfarzoso, esagerato. Ma come la bond girl di "007 - Missione Goldfinger", l'oro soffoca e questi ambienti tanto ricchi si rivelano solo una claustrofobica prigione, non diversa da quella di "Lanterne rosse".
Il film è visivamente abbagliante, meravigliose le scene di massa, sia quelle iniziali che tutta la parte finale dove migliaia di guerrieri in armatura dorata attaccano il palazzo imperiale, ma ancor più impressionanti le scene in cui altrettanti inservienti portano via i cadaveri della battaglia e risistemano tutto per l'imminente celebrazione. Purtroppo la parte centrale si rivela troppo distante dal gusto occidentale per appassionare, tutta concentrata sulla figura dell'imperatrice e sugli intrighi di palazzo.
Bravissimi i due attori protagonisti, Chow Yun-Fat è un imperatore cinico, crudele e indecifrabile, mentre Gong Li riesce ad alternare momenti di disperazione ad altri di terribile durezza.

giovedì 25 ottobre 2007

Number 23












Number 23
Vi è mai capitato di immedesimarvi talmente tanto nel personaggio principale di un libro da sembrarvi di leggere la storia della vostra vita? Oppure vi è mai capitato di essere ossessionati a tal punto da qualcosa, magari una superstizione, da condizionare ogni vostra azione?
Questo è quello che capita al protagonista del nuovo film di Joel Schumacher: Walter Sparrow amorevole padre di famiglia, interpretato dal sempre ottimo Jim Carrey.
Tutto comincia il 3 febbraio, giorno del compleanno di Sparrow, quando riceve sia il morso di un cane misterioso che un libro intitolato "The Number 23" in regalo.
Quasi in un intersecarsi di realtà parallele ci troviamo a vivere sia la vita di Sparrow, che le vicende del protagonista del libro, il detective Fingerling (interpretato sempre da Carrey), sempre più incredibilmente legate tra loro a causa della maledizione del 23, infausto numero al quale in un modo o nell'altro possiamo associare sventure di vario tipo.
Ovviamente, per generare una certa aspettativa e inquietudine, il numero compare quasi ossessivamente, in maniera esplicita e implicita, sia nella scenografia: su cartelli stradali, targhe delle auto, calendari e orologi; che nella sceneggiatura: date di nascita, somme del numero delle lettere che compongono i nomi propri, indirizzi e via dicendo.
Schumacher diversifica stilisticamente i due universi che caratterizzano il film, quello letterario di Fingerling risulta onirico e surreale, un'ambientazione favolistica e al tempo stesso dark, delineata con movimenti di macchina e montaggio molto veloci e metaforici, e uno sviluppo temporale della vicenda assai tortuoso.
L'altro universo, la vita di Sparrow, è girata in maniera molto classica, con una fotografia calda, scenografia e costumi semplici e realistici. Il continuum tra i due mondi è dato dagli attori che incarnano i vari personaggi nelle due diverse realtà. Questa diversificazione dissemina indizi per l'agnizione finale, alla quale si arriva nella seconda parte del film con una serie di spiegazioni che mettono al loro posto tutte le tessere del puzzle, ma rallentano un po' il ritmo che invece nella prima parte era sostenuto e carico di suspence.
La prova degli attori è buona in quanto nello stesso film riescono a ricoprire ruoli molto diversi tra loro ma a risultare comunque credibili. Anche se la sceneggiatura ha saccheggiato idee qua e là, e calca un pò la mano con le varie coincidenze e connessioni al numero 23, risulta essere un buon prodotto di intrattenimento.

domenica 21 ottobre 2007

Perfect stranger


Perfect stranger
Un ennesimo thriller, che stavolta vede protagonisti Halle Berry, Bruce Willis e Giovanni Ribisi.
"Perfect Stranger" racconta la storia di Ro (Berry) giornalista d'assalto, che nell'intento di indagare sulla morte di una sua conoscente, si ritrova a spiare, di persona e on line, il capo di una grande società pubblicitaria di New York, Harrison Hill (Bruce Willis) impenitente donnaiolo.
In aiuto della giornalista accorre il genio informatico e suo collaboratore Miles (Ribisi). Tra l'intrecciarsi di diversi piani della realtà, si giunge all'immancabile colpo di scena finale.
Come sfondo a questa vicenda abbiamo ambienti patinati, ipermoderni e lussuosi, costumi e locations molto ricercati, donne bellissime, qualche battuta maliziosa e non mancano neanche le consuete scene di seduzione tra i protagonisti.
La morale del film, diretto da James Foley, sembra metterci in guardia su quanto l'apparenza possa ingannare e fin dove si può spingere una persona per mantenere i propri segreti, in realtà attua anche una banale, nonché superficiale, critica al mondo delle chat, con i soliti discorsi sulla possibilità di assumere diverse identità che offre internet e quanto questo possa essere pericoloso ma al tempo stesso affascinante.
I personaggi sono abbastanza complessi, hanno diverse sfaccettature, non c'è una netta distinzione tra bene e male, ma il dipanarsi delle loro personalità e delle loro interazioni spesso risulta abbastanza prevedibile, manca in diversi momenti una reale suspence: nella pellicola sin dalla prima inquadratura, sono disseminati indizi e anticipazioni su quanto sta per accadere, e questo non depone a favore di un film che si regge per lo più sulla trama.
La regia, al contrario della poliedricità dei personaggi, risulta abbastanza piatta e classica, unico momento lievemente onirico è quello in cui Ro ricorda un fondamentale episodio della sua infanzia. Ottime invece le scenografie che riescono bene ad esaltare le caratteristiche dei diversi personaggi e le situazioni.
"Perfect Stranger" è un film che si rivela un buon passatempo che scivola via senza infamia e senza lode, e che si avvale, consapevolmente, della grande presenza scenica della bellissima Halle Berry.

domenica 14 ottobre 2007

Ocean's Thirteen


Ocean's Thirteen
"Tredici è meglio di dodici", questo lo slogan proposto da Matt Damon per il lancio del nuovo film sulla banda di Danny Ocean, e ha proprio ragione, "Ocean's 13" è molto più bello del suo precedente, più divertente, meglio scritto e più interessante.
Siamo nuovamente a Las Vegas, tra casinò e truffatori, luogo ideale per imbastire inganni e raggiri ai danni del cattivo di turno, il perfido Willie Bank, proprietario di vari alberghi e pronto ad aprire i battenti del più lussuoso casinò della città.
Purtroppo per Bank nella sua corsa verso fama e ricchezza ha truffato la persona sbagliata, Reuben Tishkoff, mentore e amico di Danny Ocean e parte integrante del gruppo.
La banda così si ricostituisce per vendicare il torto subito.
Il piano per riuscire a rovinare finanziariamente Bank proprio nel giorno dell'inaugurazione è molto complicato e all'inizio del film si rimane storditi dalla massa di informazioni che vengono date ma, piano piano, tutte le tessere vanno al proprio posto.

La storia affidata a due sceneggiatori di chiara fama, Brian Koppelman e David Lieven, diverte e il susseguirsi frenetico delle scene, fa volare le due ore del film.
L'abilità dei due è quella di riuscire a far capire tutti i passaggi del piano, lasciando intatta la suspence. Anche momenti lontani della struttura narrativa principale non appesantiscono, ma anzi si integrano perfettamente; la rivoluzione alla fabbrica dei dadi o la commozione di Clooney e Pitt davanti allo show di Oprah Winfrey sono momenti esilaranti che si incastrano perfettamente nel resto della storia.
Brillanti e irresistibili sono, come sempre, i dialoghi tra gli attori che giocano col pubblico, facendo spesso battute che si riferiscono più alla vita reale delle star che non al personaggio del film.
Queste battute sembrano divertire soprattutto gli attori coinvolti che come negli altri film della serie si godono la vacanza glamour.
Anche Steven Sodenberg si dev'essere divertito molto giocando con la macchina da presa, utilizzando di volta in volta riprese multiple, sovrapposte, con macchina a mano e citando dai più famosi film del genere, impiegando una fotografia sempre diversa, dai colori ora saturi, ora dorati.
Alla fine un film che diverte tutti, pubblico e cast, per due sane ore di svago senza pensieri.

venerdì 12 ottobre 2007

Maradona la mano de Dios


Maradona la mano de Dios
Tra canzoni, libri, videocassette e perfino il recente documentario "Maradona el pibe de oro" di Emir Kusturica, il mito di Diego Armando Maradona, nato povero in una borgata alla periferia di Buenos Aires e destinato a trasformarsi in uno dei più grandi giocatori della storia del calcio, insieme a Edson Arantes do Nascimento, detto Pelé, non ha certo potuto fare a meno di attirare l'attenzione dei media e delle diverse forme d'arte.
E' ora l'apprezzato Marco Risi ("Mery per sempre"), figlio del grandissimo Dino, a raccontare su celluloide la sua storia, dai primi passi sul campo da bambino, con i "cebollitas", alle esperienze nell'Argentinos Junior, nel Boca e nella selezione Argentina, passando per la parentesi barcelloniana ed approdando al glorioso periodo di Napoli, dove divenne 'O re.
E, come ogni vita legata al successo che si rispetti, non manca la fase calante, di cui siamo ormai tutti a conoscenza, nel corso della quale l'immenso e soddisfacente impero progressivamente costruito con passione già a partire dai tempi dell'innocenza, finisce per crollare tra vizi ed eccessi.
Un impero messo in piedi attorno a quella ideale (???) pozza di melma sotto cui si nasconde lo sport più popolare d'Italia e del quale Risi, però, preferisce descrivere l'imperatore come una sorta di Dio in terra: amato, odiato e santificato.
Una lettura decisamente discutibile, quindi, che, commentata da una nutrita colonna sonora di vecchi hit che spaziano da "Disco inferno" dei Trammps a "Heart of glass" dei Blondie, finisce per reggersi quasi esclusivamente sulla bravura del protagonista Marco Leonardi ("C'era una volta in Messico"), incarnazione del Maradona adulto.
Mentre, tra azzeccate intuizioni lirico-visive (l'arancia rotolante che, per mezzo del montaggio, si trasforma in un pallone), buoni momenti (la divertente dichiarazione d'amore, in discoteca, da parte del Diego adolescente) ed altri involontariamente ridicoli (l'atto sessuale intervallato dalle azioni in campo non può fare a meno di richiamare alla memoria "Una pallottola spuntata"), non si riescono in alcun modo ad evitare ritmi di narrazione tutt'altro che incalzanti, i quali, se rispecchiano quelli di un elaborato televisivo, ricordano più una soap opera che una fiction.
Rendendo l'insieme consigliabile soltanto agli irriducibili estimatori del "pibe de oro" ed a chi, ancor prima che sui libri, preferisce esplorare la storia calcistica attraverso le immagini in movimento.

domenica 30 settembre 2007

I fantastici quattro

I fantastici quattro
E' sempre meglio essere uno dei primi a scatenare un fenomeno, perchè arrivare in mezzo ad esso può essere pericoloso.
Insomma, dopo i precedenti Superman e Burton Batman, I Fantastici 4 arriva proprio in mezzo al turbine dei Film Fumetto, e ha la sfortuna di doversi scontrare con le memorie dello Spiderman di Raimi, con il recente Batman Begins di Christopher Nolan, ma anche con i dignitosi X-men di Bryan Singer.
Innanzitutto, il mondo dei comics é abbastanza monotematico, con argomento preferito il rapporto tra alter-ego e mondo, e chiaramente anche I Fantastici 4 gioca tutto su questo versante: i 4 protagonisti confusi sui loro poteri acquisiti, combattuti e divisi in 2.
Il problema su un funzionamento tematico di questo genere, é che un confronto diventa inevitabile: la confusione sul proprio potere é già stata mostrato egregiamente da Raimi nei due Spiderman, il confine tra bene e male dagli X-men, mentre il tocco psicologico che cerca di far luce sulla paura umana e' ancora cristallino nel Christopher Nolan di Batman Begins.
Inevitabilmente I Fantastici 4 si avvicina di più a quei fallimenti quali Catwoman o Daredevil, dove i super-eroi mostrati sono solo pretesti per esibire le belle facce di Hollywood e fare tanti bei soldini attorno ai fans.
In fondo chi ha mai sentito nominare il regista, questo Tim Story? Ciò che sappiamo di lui é che molto probabilmente non ama per nulla I Fantastici 4, che probabilmente manco li conosceva, perché ciò che scaturisce dalla pellicola é un grande distaccamento dai personaggi, così freddi in quanto stereotipati all'inverosimile, così vergognosi da tenersi una barriera davanti per evitare ogni rapporto emotivo con il pubblico.
Ciò che é necessario in quest'opera é anche un dinamismo marveliano, ma le immagini di Story sono staticamente televisive, con movimenti di macchina che non sfruttano la possibile plasticità spaziale per far uscire i soggetti inquadrati dalla loro piatta bidimensionalità da fiction telenovelistico.
Story non sa nemmeno dove posizionarla questa macchina da presa, che perciò perde ogni sua funzione sia narrativa che descrittiva che psicologica.
Questo é un film da evitare, non solo per il bene delle proprie tasche, ma anche e soprattutto per il bene del Cinema.

lunedì 24 settembre 2007

Mio fratello è figlio unico

Mio fratello è figlio unico
Come nell'omonima canzone di Rino Gaetano, l'attestazione d'amore fraterno è il tramite per parlare di società e politica, in questo caso a partire dal romanzo autobiografico "il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi. Daniele Luchetti compone un ritratto originale di neofascista, ne fa un monello problematico ("c'ho 'na crisi de coscienza, che devo fa'?"), da subito "dalla parte degli ultimi", studente dotato, divenuto picchiatore di destra per carenza d'affetto e considerazione. Iscrittosi all'M.S.I., lo sveglio Accio ne scopre le incompatibilità con la propria indole (l'ideologia rozza e acritica, il quotidiano di partito con il gossip sulle famiglie nobili, i dirigenti che non partecipano alle azioni, la gerarchia interna) in efficaci e dirette scenette macchiettistiche. Il giovanissimo Vittorio Emanuele Propizio si fa amare immediatamente, con una faccia da schiaffi e un incontenibile spontaneismo goffo che spinge continuamente al sorriso. Specialmente nella prima parte il film recupera con esatta freschezza il più acuto cinema italiano dei '60 e l'istantanea di una famiglia proletaria (un'abitazione pericolante, padre operaio di fabbrica, madre votante - ma senza sapere di cosa si tratti - di quello che lei stessa ha ribattezzato "il partito delle casette" per via del simbolo, e tra i fratelli manesche dimostrazioni di legame parentale).

Premesso ciò, va bene che il focus è su uno dei due figli maschi, ma il passaggio dell'altro alla clandestinità è di una schematica e lacunosa automaticità, manca di raccordi proprio quando il tono si drammatizza per arrivare ad un culmine tragico. Rimane quindi il rammarico per il fatto che una commedia sociologica non riesca a superare le difficoltà cinematografiche nostrane rispetto a un'analisi sulla lotta armata, allo stesso passo di un paese ancora incapace di fare i conti col suo rimosso, recente passato.

La frase: "L'italiano è così: gli piace da' la mano a chi vince".

sabato 15 settembre 2007

Le colline hanno gli occhi 2


Pochi ne sono al corrente, ma in realtà un "Le colline hanno gli occhi 2" venne già diretto da Wes Craven a metà Anni Ottanta, proprio nello stesso periodo in cui si accingeva a confezionare l'ultraclassico "Nightmare-Dal profondo della notte".
Fortunatamente, però, questo nuovo episodio, secondo lungometraggio del Martin Weisz che esordì nel 2006 con il cannibalistico "Butterfly: A grimm love story", ignora completamente gli eventi narrati in quel pessimo sequel che, tra l'altro, si costituiva in buona parte di flashback riguardanti i momenti caldi del sopravvalutatissimo capostipite.
Infatti, lo script concepito dallo stesso Craven in coppia con il figlio Jonathan, prende le mosse direttamente dall'ottimo remake firmato dal talentuoso Alexandre Aja, esordendo con una shockante sequenza di parto, per poi tirare in ballo un'unità di soldati della Guardia Nazionale, la quale, fermatasi ad un avamposto in Messico per rifornire di materiale un gruppo di fisici nucleari, si trova a dover ricercare gli stessi, scomparsi, proprio sulle colline dove, due anni prima, la famiglia Carter venne assalita da una feroce tribù di mutanti cannibali.

domenica 2 settembre 2007

Last minute Marocco


Last minute Marocco
Nel suo ovvio schema del viaggio-fuga dove i piani iniziali finiscono stravolti, e ognuno alla fine torna cambiato e interiormente arricchito, "Last minute Marocco" è la tipica operazione che da un lato cavalca le mode, dall'altra è propedeutica alle vacanze di massa e all'estate di adolescenti spensierati. Dopo il debutto nel lungometraggio ("Emma sono io", storia di uno sdoppiamento di personalità, graziosa ed esile, povera e pressoché invisibile), il regista Francesco Falaschi ha trovato il modo di far soldi. Per la prima volta ha lavorato su un soggetto non suo, puntato all'intrattenimento, ottenuto il contributo ministeriale e raccolto fotogenici e promettenti interpreti già lanciati da altri autori. Il paese africano non poteva che apparire esclusivamente turistico, con la casbah, le piantagioni di marijuana, l'hennè sulle mani, il deserto di carovane, cammelli e tende, i balli e la musica "gnaoua", i locali per gli occidentali. E gli abitanti? Gli adulti sono religiosi praticanti e rigidi, patriarcali, vendicativi, ligi ai matrimoni forzati; i ragazzi spacciatori, truffaldini, pronti a venderti una donna, bugiardi, ladri; le presenze femminili minoritarie ed estetiche (il brutto è che c'è pure il tocco di una cosceneggiatrice) anche se - discrete e di riflesso - motori delle vicende.
I genitori italiani invece dimostrano l'affetto verso la prole con soldi elargiti generosamente, i padri in quanto assenti, le madri in quanto soffocanti, entrambi sentimentalmente immaturi. Le famiglie si sfasciano, i figli unici vorrebbero attenzione e polso, la comunicazione è cadenzata da telefoni cellulari onnipresenti.

sabato 25 agosto 2007

Uno su due




Il regista dell'apprezzato "Volevo solo dormirle addosso", Eugenio Cappuccio, torna a dirigere una pellicola che ha come sfondo, ancora una volta, il mondo del lavoro, qui visto come punto di partenza per un viaggio alla ricerca di se stessi.

L'avvocato Lorenzo Maggi è un giovane single, sfrontato e arrogante. Una vita appagante, fatta di amici e legami affettivi sospesi sempre sul filo sottile del "forse", e una filosofia egoistica, che vuole il "fine" giustificare i "mezzi", lo contraddistinguono in tutto ciò che fa. Un giorno però un tragico imprevisto giunge a far crollare tutte le sue apparenti sicurezze: una biopsia, effettuata dopo aver avvertito un malessere, gli prefigura la possibilità di un tumore al cervello. Per Lorenzo inizia un lungo periodo di degenza dove conoscerà Giovanni, un vecchio ottimista dal passato irrisolto. Grazie a lui il giovane avvocato compirà un viaggio che lo porterà a una nuova consapevolezza di sé…

Pellicola tutta giocata sul tema delle probabilità: un detto rivela infatti che un uomo, nella vita, ha una possibilità su due di cavarsela in ogni avversità che gli si presenta. Cappuccio sigla "Uno su due" con una regia di ispirazione "mistico- urbano": caratterizzata da lenti movimenti di camera concentrata a indugiare su una nuova alba nel porto di Genova, città dove il film è ambientato, piuttosto che sul tranquillo discendere a valle di un paracadute da parapendio, in una delle scene più significative del film. Purtroppo però non bastano le buone intenzioni, seppur accompagnate da buone intuizioni, a fare di una storia un film "profondo". E quindi ecco che di un bel soggetto di riscatto e rinascita, che vede il difficile tema della malattia affiancarsi con gusto fine a quello del destino, rimanere solo il lento incedere di passi, a tratti un po' retorici, filmicamente già visti. Il risultato è una leggerezza di fondo, meglio una superficialità, che risulta affatto significante o coinvolgente per lo spettatore.

Popolare. Ciò che più di tutte cattura l'attenzione dello spettatore è l'ottima sceneggiatura: dialoghi scorrevoli, credibili, sempre al passo con la storia e con il giusto evolversi dei personaggi. Ottima. Carente invece la parte attoriale, dove il televisivo Fabio Volo fa quello che può per non risultare inadeguato, con il risultato di apparire irritante nel suo "buonismo da periferia". Eccellente il resto del cast invece che, grazie soprattutto ai due co-protagonisti Anita Caprioli e Ninetto Davoli, riesce a trainare il protagonista nel difficile mestiere del recitare. Guide.

"Uno su due" è decisamente un film "altalenante": a tratti commuove, a tratti diverte, a volte si perde nel lento incespicare delle immagini, altre sterza prepotentemente verso svolte improvvise nella trama. Una pellicola che oscilla anche dal punto di vista tecnico, come già sottolineato, e che forse, proprio per questa sua natura doppia, lascia un po' di amaro in bocca… almeno uno spettatore su due.

venerdì 24 agosto 2007

Un ponte per Terabithia

Mondi magici e paralleli per fuggire dalla cruda realtà, per trovare il coraggio di combattere le nostre battaglie. Chi da piccolo non ha vissuto per un momento l’esperienza della fuga, di quel gioco innocente e tenero che permette di evadere da una vita reale troppo noiosa o troppo crudele. E’ lo stesso leit-motiv di tanto, tantissimo cinema fantasy, per non dire tutto, che ricrea un mondo possibile del tutto parallelo a quello reale e si erge a metafora di esso.

“Un ponte per Terabithia”, diretto dal creatore dei Rugrats, Gasbor Csupo, e tratto da un amato libro per l’infanzia, fa un piccolo passetto oltre, ancora più oltre del recente “Il labirinto del fauno”, e palesa il legame logico tra realtà e fantasia, relegando nell’angolino creature mitiche ed effetti in cgi, dato che il mondo in cui viviamo può essere tanto affascinante e complesso quanto una terra lontana e desolata solcata da gigantesche montagne e fiumi magici, e le piccole prove che ci costringe ad affrontare ogni giorno possono equivalere alla pericolosità di distruggere eserciti di creature del male di Tolkeniana memoria. Il film è della Disney e si vede: la storia in realtà è piuttosto prevedibile e procede a tappe in modo discontinuo, presentando i classici stilemi di un genere di film per ragazzi più vicino alla favola di iniziazione sullo stile del bellissimo “Stand by me” che al fantasy delle grandi produzioni, che fanno grande sfoggio di effetti speciali. Ma ha un pregio enorme: è sobrio, quasi asciutto, per niente tentato dalle zuccherosità di casa Disney, o dai patetismi forzati. Una messa in scena persino scarna lo accompagna nel suo incedere, indugiando sull’alchimia che si crea tra i due protagonisti, compagni di giochi forzati, tanto diversi - lui introverso e razionale, lei gioiosa, vitale e luminosa come un raggio di sole -, ma uniti da una dote comune. Ridicolizzati dai loro compagni perché ancora capaci di sognare ad occhi aperti come bambini, sono troppo liberal e troppo eccentrici, capaci di aprire la mente e il cuore agli altri e a sé stessi, nonostante tutte le difficoltà che si parano sul loro cammino.

Un film, è vero, scontato, e anche un po’ puerile, niente di veramente nuovo, ma nel finale colpisce davvero, riportandoci alla cruda realtà dopo un lungo sogno ad occhi aperti, e, consegnando la chiave d’accesso al ponte per Terabithia a coloro che sono riusciti a superare l’ultima e dolorosa prova, diventa un inno alla libertà di sognare ancora, nonostante tutto, e un monito a mantenere la mente aperta, non solo per fuggire dalla vita reale, ma anche per affrontarla. Non male per un film under 14. Portateci i vostri figli,

venerdì 17 agosto 2007

Saturno contro



Ozpetek prova a riprendersi dal tonfo di "Cuore sacro" tornando al film corale, la moda del momento, ritraendo un gruppo dal suo interno, svelandone i legami e i caratteri individuali, senza però perdere mai lo spirito dell'insieme. Non è difficile nominare "Il grande freddo" commentando questo film (c'è anche il morto..), visto che l'intento è probabilmente molto simile, ma non altrettanto riuscito.

Cast di volti noti da botteghino, per una coralità nella quale Ozpetek è bravo, a tratti, a far emergere il calore di un grande famiglia allargata che se ne infischia dei legami di parentela, che costituisce la casa-rifugio dai tormenti esistenziali, da dolori e dalle sofferenze personali, dalla cui alchimia scaturisce quella sensazione di completezza e appagamento che si vorrebbe non finisse mai, fatta di cene, riunioni di gruppo, e momenti di riflessione. E' questo "Saturno contro", un film che non inizia, non finisce e non ha un perché: un'istantanea che non trova storia compiuta, e gira a vuoto rimanendo appesa alla ricerca dell'attimo mistico-risolutivo, frammentata in una grande quantità di pensieri individuali solo accennati, che lasciano spesso spazio all'insieme. Ozpetek fa il Muccino, spostandosi verso la tematica gay certo, ma senza dire nulla che non sia stato già detto dal regista romano o da altri film simili su passioni, tradimenti e tormenti della classe media. E' evidente la difficoltà di imbastire una sceneggiatura non barcollante, e un insieme di legami su un gruppo di personaggi così folto, ancor più evidente è che Ozpetek cerchi di ingannare il tempo costruendo siparietti umoristici e comparsate comiche che vorrebbero alleggerire i toni, ma creano solo confusione, eccezion fatta per un paio di buone battute. Inoltre, se è indubbia la finezza registica del turco, questa alla lunga però finisce per risultare ridondante, esasperata e manieristica, come quando si accanisce sul povero Favino, mettendolo a dura prova, e con lui la pazienza dello spettatore.

"Saturno contro" è un po' così, un'impressione d'autore che può anche risultare pregevole ma inconsistente, furbetta e pretenziosa, che si piace eccessivamente e vuole piacere senza realmente comunicare, che solo a tratti, grazie anche alla colonna sonora di Neffa e a qualche bel movimento della macchina da presa, esterna calore e sentimento. Discontinuo il cast: brava la Buy, discreto ma a tratti eccessivo Favino, monoespressivo Accorsi. Ambra dimostra di avere il magnetismo giusto per lo schermo, quando non fa l'oroscopo alla ex-moglie del ragionier Ugo Milena Vukotic.

mercoledì 15 agosto 2007

Doppia ipotese di un delitto


Un pò prima di mezzanotte, un uomo viene trovato morto nel letto di Nora Timmer, assistente del procuratore distrettuale. Sulle prime sembra un assassinio di legittima difesa contro un tentativo di stupro. Ma quando uno sconosciuto, Luther Pinks, si presenta alla centrale di polizia fornendo una versione diversa dell'omicidio, il gioco ha inizio. Ford Cole, il procuratore Distrettuale, (fidanzato di Nora) ha tempo sino all'alba per risolvere il mistero dell'assassinio o resterà implicato anche lui nella sua ragnatela.

Per oscuri motivi di distribuzione, arriva dopo due anni dalla sua produzione “Doppia ipotesi per un delitto” (titolo originale “Slow burn”, che naturalmente vuol dire tutt’altra cosa), giallo con sfumature noir interpretato dal “bravo ragazzo” Ray Liotta e LL Cool J. Diretto dall’esordiente Wayne Beach, sceneggiatore di alcuni thriller come “Murder at 1600”, il film parte con un intrigante incipit, supportato da una efficace atmosfera notturna, dove assistiamo, con il protagonista, il procuratore Ford, a due testimonianze diverse sul medesimo omicidio.

Da questo punto, nell’arco di una sola notte, va man mano dipanandosi, fra interrogatori e rivelazioni, l‘intricato mistero dietro l’assassinio. Tal operazione però procede in maniera piuttosto piatta e macchinosa, poco accattivante, e la tensione fatica ad arrivare a livelli consoni per un thriller. La maggiore colpa è sicuramente da attribuire ad una sceneggiatura in parte confusa, non capace di giocare con i vari fili narrativi e la sua struttura a flashback, e che si arena nella spiccata ambiguità di alcuni personaggi descritti (soprattutto la bi-razziale Nora Timmer), con il risultato che nessuno di questi lascia il segno. Il finale poi, dove tutti i nodi vengono finalmente al pettine, abusa in colpi di scena, troppo concentrati negli ultimi minuti, con l’effetto controproducente di stancare leggermente lo spettatore.

Evidenti, durante tutta l’opera, i richiami a “I soliti sospetti”, modello di riferimento che però rimane molto lontano, anche perché un LL Cool J non vale certo un Kevin Spacey. Ed ecco un altro punto debole, le interpretazioni dei protagonisti, dove non si salva nemmeno il navigato Liotta. Una pellicola dunque poco riuscita, che non riesce a dare corpo alle proprie evidenti ambizioni

venerdì 3 agosto 2007

SAW 3


Saw - L'enigmista
Film dall'inizio folgorante e disorientante. Buio, acqua, rumori fastidiosi. Poi la luce improvvisa, forte, accecante e due persone incatenate a due enormi tubi in un ambiente che ben potrebbe rappresentare una bolgia di un inferno dantesco post moderno. In mezzo a loro, ma irraggiungibile, un cadavere coperto da sangue rinsecchito.

Gli incatenati sono il Dott. Lawrence Gordon (Cary Elwes - "L'ombra del vampiro") e il giovane Adam (Leigh Whannell, "I Tennenbaum") apparentemente sconosciuti tra di loro e catapultati in quell'incubo metropolitano senza saperne il perché. Poi, piano piano, le cose cominciano a chiarirsi, o a confondersi ulteriormente, quando l'organizzatore di quel macabro gioco inizia a porre i propri enigmi dietro i quali si celano la salvezza o la condanna dei due uomini.

Sulla scia delle opere sui serial killer, il film ha i suoi momenti migliori nella descrizione delle scene più concitate ed anche più violente. Nelle sequenze più macabre, il giovane regista James Wan - qui al suo primo lungometraggio - mostra un gusto positivamente visionario tale da valorizzare la pellicola. Il resto è pero decisamente di scarsa qualità.

Complice anche qualche debolezza in fase di scrittura - e che il montaggio non ha aiutato a correggere - i frequenti flashback mediante i quali si narrano le vicende preliminari (le vittime precedenti, le indagini di due poliziotti incalliti fino all'alienazione, le storie personali dei due protagonisti) risultano anonimi se non addirittura incoerenti in alcuni momenti. I dialoghi - in special modo con l'incedere della narrazione - sono esagerati quasi patetici tanto da diventare ridicoli in alcuni dei momenti più concitati. Anche la scelta del cast non ci è sembrata all'altezza di una prova che avrebbe necessitato di interpreti più virtuosi nell'arte del recitare.

Comunque sia, "Saw - L'enigmista" si inserisce appropriatamente nel solco dei film del genere: una buona dose di splatter, una certa tensione ed un finale decisamente a sorpresa che forse assicurerà un sequel a questa opera prima dagli esiti incerti.

mercoledì 1 agosto 2007

Mr. Bean's holiday


Come nella precedente avventura cinematografica, senza contare però la parentesi di “Johnny English”, l’umorismo del personaggio di Rowan Atkinson perde il suo carattere di satira sociale tipicamente britannico, per seguire il classico schema caricaturale del turista imbranato, beffandosi del concetto stesso di villeggiatura come meta meramente marittima, e facendo il verso a quel tipo di viaggiatore che, incantato da immagini da cartolina dei luoghi di vacanza, non ha altro obbiettivo che quello di tuffarsi nel mare di sabbia delle spiagge assolate. Ed è così che il povero Mr Bean, che vorrebbe solo poter godere di quella striscia di sabbia tanto agognata, si trova suo malgrado ad affrontare ogni tipo di ostacolo possibile sul suo cammino, finendo persino al festival del cinema di Cannes.

Con una struttura da tipico road movie, il film di Steve Bendelack sfrutta nel migliore dei modi la bravura del comico Rowan Atkinson, che alla mimica dei grandi comici del muto accosta la parodia del tipico aplomb britannico, per dare vita ad una pellicola fortemente citazionistica, con rimandi a diversi classici della comicità. A tratti bonaria satira di costume, con una simpatica presa in giro finale dell’intellettualismo autoriale fine a sé stesso, e della critica francese tout-court (bravo Willem Dafoe nei panni di un regista narcisista e autocompiaciuto dei suoi deliri pseudoautoriali, ed esilarante la proiezione del film “Playback time”), oppure semplice collage di sfighe da viaggio fantozziane, o ancora esaltazione della fenomenale mimica fisica del comico inglese, il film diverte in tutte le sue forme, e, a differenza di altre produzioni dalle ben più elevate intenzioni, vedasi “Borat”, non fa affatto pesare la struttura episodica della trama, grazie ad un ottimo ritmo e all’assenza di pause e tempi morti. Non manca qualche gag meno riuscita e un po’ scontata nella prima parte, ma alla fine il divertimento prevale su tutto e permette di dimenticare la natura velleitaria dell’operazione.

Certo non è un tipo di cinema da esaltare, ma è sempre più raro vedere un film che mantiene tutto quello che promette, cioè passare un’ora e mezza di divertimento innocente e spensierato, e sottolineiamo, senza volgarità o beceri luoghi comuni, e uscire dalla sala con un sorriso. Che poi il giorno dopo la visione si fatichi a ricordarlo, fatta eccezione per un paio di gag fenomenali che, non credo di esagerare, sono da antologia del genere, non importerà a nessuno. Una perfetta family-comedy, in grado di accontentare tutti.

sabato 14 luglio 2007

Norbit


Dopo la parentesi “impegnata” nel musical “Dreamgirls”, che gli è valsa una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista, Eddie Murphy torna al genere che più gli ha portato fortuna, la commedia. Ed ecco “Norbit”, altro successo di botteghino negli States, dove l’attore di colore, seguendo quella che per lui è diventata una prassi dai tempi del “Il professore matto”, interpreta più di un protagonista. In questo caso è difatti sia Norbit, una sorta di “Forrest gump” in versione sfigata (la voce sembra la stessa), sia sua moglie Rasputia, essere tanto obeso quanto malefico, e sia l'orientale Mr Wong, direttore dell’orfanotrofio dove egli è cresciuto.

Il film risulta tutto sommato godibile, mai tedioso nonostante i puerili e poco originali accadimenti narrati, che per di più procedono nella maniera più telefonata possibile. Grazie ad un buon numero di gag piuttosto efficaci, di cui alcune anche abbastanza “politically scorrect” (alla fine le più gustose), e una serie di grotteschi personaggi, di cui taluni assai divertenti, come l'ex-pappone o la vulcanica Rasputia, le risate per lo spettatore non mancano. L'elemento stranamente meno comico della pellicola è proprio il protagonista Norbit, una figura piuttosto piatta, che fa solo da passivo supporto ai vari co-protagonisti, e che, nonostante con la sua ingenuità abbia tutte le carte in regola, non riesce a diventare il beniamino del pubblico.

L'opera poi non eccede in volgarità, ed è meno "stupida" di quanto possa sembrare in partenza (almeno fino all’epilogo, non molto riuscito), e forse anche per questo risulta maggiormente apprezzabile. Abbastanza posticcio infine il make-up, soprattutto nel caso di Mr. Wong (il buon Murphy poteva anche lasciarlo interpretare ad un vero orientale).

Bordetown


Presentato in concorso al Festival di Berlino del 2007, “Bordertown” porta al cinema un dramma a molti sconosciuto. Quello vissuto dalle donne delle "maquilladoras" (fabbriche messicane a ciclo continuo), che oltre a lavorare in condizioni di assoluto sfruttamento per produrre prodotti a basso costo, che poi grazie al Nafta (accordo per libero commercio tra Usa e Messico) arrivano tranquillamente negli States, sono oggetto continuo di gravi violenze. Tema ovviamente di grande importanza, che ha fatto guadagnare alla pellicola un riconoscimento da Amnesty International, che però poteva certamente essere trattato in maniera più accurata ed efficace.

Il film difatti, scritto e diretto da Gregory Nava, dopo un inizio interessante, che mette subito in primo piano l’orribile background in cui si muovono i protagonisti, si trasforma in un canonico thriller, neanche poi molto riuscito, visto il modo in cui si risolve. Il tentativo di legare la denuncia sociale con un intreccio giallo naufraga ben presto, e con il procedere dei minuti il film si scolla sempre più dalla realtà, collezionando personaggi e vicende ben poco credibili. La sceneggiatura poi mostra diverse carenze, e le relazioni messe su fra i poteri forti che agiscono nella bordertown Juarez, e la serie di omicidi, sono confusi e superficiali. La resa dello spettacolo non è aiutata dalle interpretazioni dei vari protagonisti, con una Jennifer Lopez nel ruolo principale, non capace di dare spessore al suo personaggio (difficile comunque visto il modo in cui viene tratteggiato, attraverso posticci flashback). Poco convincente anche la regia, con diversi movimenti di macchina che addirittura infastidiscono.

Il 7e l'8


”Il 7 e l'8” consolida nell'ambiente cinematografico il duo comico siciliano Ficarra e Picone, ottima coppia della televisione, del teatro e della radio italiane, che aveva già esordito con la commedia "Nati Stanchi". Giambattista Avellino, fumettista e già sceneggiatore del primo film, oltre che autore di romanzi noir, cameraman, redattore di una rivista e molte altre cose, ne firma la regia.

La pellicola si fonda su tutte le gags e le tematiche tipiche della coppia, che il pubblico ha già potuto apprezzare nel cabaret. Il risultato è una commedia divertente, a tratti molto, qualche volta intelligente, e soltanto poche volte noiosa o scontata. Il tema è il destino, gli intrecci strani che esso ti para innanzi; tutto è vissuto al ritmo della Sicilia, con calma ed abbandono. I caratteri tipici di quella terra e dell'evo moderno risaltano abbastanza bene, ed è su quelli, come ogni buon comico dovrebbe fare, che Valentino Picone e Salvatore Ficarra impostano tutta la loro comicità.

Quello che più forse si apprezza nello svolgimento drammatico è quanto la commedia con leggerezza sappia a volte, rare volte però, trasformarsi in satira anche pesante e dura, diretta e senza fronzoli, come nel caso della vicenda del presidente della regione rinchiuso in uno sgabuzzino, e non rivelo oltre. Quello che invece appesantisce la pellicola è una comicità a volte stantia ed inadatta al grande schermo, poco strutturata e fatta di battute o gags istantanee, quasi di barzellette, che però trova una sua efficacia e non è del tutto disprezzabile. Tutto ciò non impedisce insomma alla commedia di essere godibile e non volgare; insomma, dei soldi ben spesi.

martedì 10 luglio 2007

Scrivimi una canzone


Scrivimi una canzone"Scrivimi una canzone" è una commedia sentimentale che vede per la prima volta insieme sullo schermo Hugh Grant, che torna qui a lavorare con il regista Marc Lawrence (i due hanno collaborato in "Two weeks notice - Due settimane per innamorarsi" del 2002), e Drew Barrymore, una coppia di attori specialisti del genere. Il loro primo incontro però non verrà certo ricordato a lungo, ma non per colpa delle loro prove attoriali, alla fine sufficienti, ma per la sciattezza di questa pellicola.

Il problema principale del film è che non riesce mai a coinvolgere in qualche modo lo spettatore. Questo è soprattutto colpa di una storia che non funziona su tutti i fronti, difatti sia la relazione sentimentale fra i due, quanto mai banale, che le loro personali vicende, non suscitano nessun interesse. Specialmente il fulcro narrativo del film, la stesura della canzone che può dare un rilancio alla carriera della ex Pop-star Fletcher, interpretata da Grant, risulta stiracchiato e mal reso. Ciò che alla fine rimane sono solo un paio di battutine dell'attore inglese, che strappa qualche sorriso con la sua tipica comicità, alcune frecciatine al mondo musicale del pop, passato e presente, sbeffeggiato comunque in maniera assai bonaria, un paio di simpatici personaggi di contorno, come la contraddittoria Cora Corman, un mix tra Shakira e la Spears, e la piacevole colonna sonora, comprendente brani cantanti dallo stesso Grant, che per ricoprire questo ruolo ha preso lezioni di ballo, piano e canto.

Un'opera infine poco più che mediocre, che non lascia il segno, poco romantica e poco divertente, con un'incursione nel mondo della musica, che in partenza poteva essere un'operazione interessante, flebile e superficiale. Un prodotto che non fa che confermare il momento di piattezza di questo genere a Hoollywood.

venerdì 15 giugno 2007

VOLVER


Protagonista della 59a edizione del Festival di Cannes, "Volver" è l'ultima opera di Pedro Almodovar che, dopo la parentesi "maschile" de "La mala educaciòn", torna a parlare del mondo femminile, quello che sa meglio raccontare e che gli ha portato il maggior successo tra il pubblico. Torna per l'occasione anche a dirigere l'attrice che più ama, se non venera, Penèlope Cruz, che lo contraccambia con una grande interpretazione, degna delle dive che cerca di emulare come la Loren o la Magnani.I personaggi principali della vicenda narrata sono quasi tutte donne, mentre le figure maschili che compaiono sono solo elementi disturbanti, se non distruttivi. Nella provincia spagnola rappresentata da Almodovar è il sesso debole a mandare "avanti la baracca" (forse non è così solo lì) e a sobbarcarsi delle decisioni più sofferte. Il ritratto più intenso e carismatico è quello della protagonista, Raimunda, a cui dà vita la Cruz, donna forte e decisa, ma anche sensibile e generosa. Costretta a portare con sè uno scheletro nell'armadio terribile, non riusciamo a non ammirarla, anche quando è costretta a sotterrare di nascosto il marito. La storia che riguarda lei, sua sorella e sua figlia, è coinvolgente e ricca di piccole sorprese, alcune amare ed alcune dolci, fatte di "ritorni" dal passato, come anticipa il titolo del film che significa per l'appunto "tornare". In tutto poi c'è un pizzico di surrealismo che si fa beffe anche della morte, tanto che per diversi momenti crediamo addirittura di vedere i fantasmi. Man mano però l'intreccio si scioglie e le verità vengono a galla, insieme a momenti piuttosto emozionanti.Peccato che alcune vicende secondarie paiono un po' sconclusionate ed a volte Almodovar sembra divagare, andando a toccare diverse tematiche senza la dovuta profondità (tipo il cannibalismo televisivo o il dramma del cancro). Un film comunque di buon effetto ed appassionante, ottimamente diretto dal regista spagnolo, e assai ben recitato.

sabato 26 maggio 2007

STEP UP


Tyler Gage è un piccolo malfattore che, in seguito a un’irruzione notturna nella Maryland School of the Arts, viene condannato a un consistente numero di ore di rieducazione da trascorrere nell’Istituto. Qui incontra Nora, ballerina di danza classica che ha puntato tutto sul saggio finale che potrà segnare in modo determinante il suo futuro. I due, pur provenendo da mondi diversi (o forse proprio per questo) provano un feeling immediato sia sul piano del sentimento sia su quello del ballo. Tyler, con la street dance in cui è abilissimo, conquista subito il cuore e le gambe della ragazza. Periodicamente il cinema torna sul tema della danza, un argomento che consente di sfiorare il musical senza dover investire i capitali che il genere richiede al cinema. In questo caso Anne Fletcher è al suo primo film ma ha una grande esperienza come coreografa, alla sceneggiatura c’è Duane Adler che ha lavorato su Save the Last Dance e il direttore della fotografia è lo stesso di Fame. Con queste professionalità a disposizione Step Up ottiene il risultato che ci si attende da questo tipo di film. Tanta musica (molta ‘street’ e poca classica), agili performer e un va e vieni tra sale prova e strade di periferia in cui si tenta di imparare i passi della vita ritmati talvolta dalle esplosioni delle pistole. I due giovani protagonisti, forse in questo caso aiutati dal doppiaggio, sono atletici e innamorati quanto basta per sostenere una storia che però è forse un po’ troppo poco ‘dirty’ per far accettare il ‘dancing’ dal pubblico adolescente più smaliziato.

domenica 20 maggio 2007

BOBBY


4 giugno 1968. Si stanno svolgendo le elezioni per le primarie democratiche in California, un test decisivo per la corsa verso la candidatura per la Presidenza degli Stati Uniti. Le ore di quella giornata scorrono verso la speranza di una possibile vittoria di Bob Kennedy sull'avversario McCarthy. Si chiuderanno nelle prime ore del 5 giugno con i colpi di pistola sparati da Sirhan Sirhan che stroncheranno non solo la vita di un uomo ma le speranze di quell'America che vuole uscire dalla follia della guerra nel Vietnam. Emilio Estevez decide di raccontarcele non seguendo, più o meno documentaristicamente, le 'ultime ore' del candidato ma proponendoci altmanianamente la vita delle persone che si trovano, per i più diversi motivi, nell'Hotel Ambassador quartier generale dei Democratici. Dal direttore fedifrago con moglie parrucchiera dell'hotel al cameriere immigrato che vorrebbe poter andare ad assistere alla partita dei suoi sogni ed è costretto a lavorare; dalla cantante ormai alcolizzata al giovane attivista che sogna solo di poter essere presentato al leader è un concatenarsi di storie che ci mostrano uno spaccato dei sogni e delle frustrazioni degli Stati Uniti di quei giorni. Estevez, che all'epoca aveva sei anni, mette insieme un cast ad altissimo livello per raccontarci di un American Dream che sembrava ancora possibile e che, da quel giorno che faceva seguito agli spari di Dallas, ha cominciato a impallidire. Estevez non è meno americano di chi osanna Bush ma fa parte di quell'America legata all' "I Care"(Mi riguarda) di cui Bob Kennedy fu l'ultimo vessillo. "Hanno creato un deserto e lo chiamano pace" diceva Bob in riferimento al Vietnam. Quelle parole, pronunciate dalla sua viva voce nel film hanno un valore che si estende all'oggi. Basta cambiare i riferimenti. Nel matrimonio di due giovani che vedono nella cerimonia l'unica possibilità di salvezza dalla chiamata al fronte per il lui della coppia e che scoprono che non si tratta solo di un escamotage ma che il loro è amore sta il nucleo del film. Potranno riferirci (ed è stato fatto anche con libri documentati) dei versanti oscuri del mito die Kennedy. Sta di fatto che, dopo di loro, nessuno si è più levato con altrettanta forza per offrire agli americani la possibilità di costruire la speranza in un mondo dove l'ossessione del 'nemico' (interno o esterno che fosse) non costituisse l'unico parametro di valutazione delle azioni individuali e politiche. Il lungo discorso di Bob Kennedy, che chiude il film mentre scorre un'alternarsi di scene ricostruite e di materiali relativi a quella notte, è lì a ricordarcelo. "Sono convinto che possiamo lavorare tutti insieme. Siamo un grande paese, un paese altruista e compassionevole". Bobby, così come il cinema vero richiede, riesce a parlarci del passato per farci riflettere sul presente.

domenica 6 maggio 2007

HANNIBAL LECTER: LE ORIGINI DEL MALE


In Lituania, un giovane ragazzo di nome Hannibal cresce in un orfanotrofio: durante la seconda guerra mondiale i nazisti hanno infatti ucciso i suoi genitori. Riesce a fuggire e a raggiungere Parigi, dove si ritrova con la vedova di suo zio, una bellissima donna giapponese. Tutte le violenze subite nel passato riaffiorano continuamente in lui che, iniziando a studiare medicina, comincia a indagare nelle pieghe dell’animo umano. E la sua violenza inizierà a strabordare. Firmato da Peter Webber, il film, prequel sullo psichiatra antropofago più famoso della celluloide, si assume il difficile compito di spiegare come Hannibal si trasformò appunto in The Cannibal, diventando uno dei personaggi più coinvolgenti, tanto malvagio quanto brillante, del genere thriller. E il libro è firmato ancora una volta da Robert Harris, che arriva così al capitolo numero quattro della saga: dopo Il silenzio degli innocenti, Hannibal e Red Dragon arriva questa conturbante pellicola a fare luce sulle origini del male, a fare spazio nell’infanzia e nell’adolescenza di Lecter. Il risultato è un film adrenalinico e dal ritmo sostenuto, che riesce perfettamente nell’intento di mescolare saggiamente dosi di suspence e horror, dramma e tragedia. Webber, che già aveva dimostrato il suo talento visivo, fatto di dettagli perturbanti e inquadrature ariose, in La ragazza con l’orecchino di perla firma una pellicola che ben riesce a incentrare tutta la sua potenza nel personaggio di Hannibal, qui interpretato dalla new entry Gaspard Ulliel, giovane dal volto inquietante, aspro e dissonante, che forse subisce il peso del paragone con Anthony Hopkins, ma che riesce perfettamente a interpretarne la giovinezza. Al suo fianco, nei panni della giapponese Lady Murasak, la sempre misteriosa ed equilibrata attrice cinese Gong Li, che ancora una volta dimostra la sua straordinaria abilità interpretativa. A coronare il tutto una fotografia a cui è stato affidato l’arduo compito di restituire atmosfere cupe e di tensione, una fotografia che riesce a farsi ora ombrosa e sgranata ora dai colori melmosi e macabri. Un thriller che è ingranaggio perfetto e completo, una storia che riesce a tenere davvero con il fiato sospeso.

martedì 1 maggio 2007

BLOOD DIAMOND


Danny Archer è un ex mercenario della Rhodesia che contrabbanda diamanti durante la guerra civile, scoppiata in Sierra Leone sul finire degli anni Novanta. Arrestato sul confine con la Liberia, finisce in carcere dove incontra Solomon Vandy, un pescatore separato dalla sua famiglia dopo la feroce irruzione dei ribelli del Fronte rivoluzionario nel suo villaggio. Indicato pubblicamente per avere nascosto un diamante di grande caratura, Solomon accende l’interesse di Archer. In cambio della libertà e della promessa di ritrovare la sua famiglia, finita in un campo profughi dove si sono raccolte oltre un milione di persone, Solomon decide di condurre Archer al diamante. Con l’aiuto di Maddy Bowen, una giornalista idealista e appassionata, i due uomini intraprendono un viaggio alla ricerca di un bene più prezioso. Fedele alla retorica del suo “ultimo samurai”, Edward Zwick replica il percorso di formazione imperniato sul confronto tra etnie diverse. Da una parte il bianco contrabbandiere di Di Caprio, dall’altra il pescatore nero di Djimon Hounsou, ficcati nel cuore di una guerra civile, scatenata e mantenuta viva dagli interessi di commercianti di diamanti senza scrupoli. L’impianto della sceneggiatura è tradizionale: il percorso compiuto dal protagonista lo porterà a una nuova consapevolezza. Se The Constant Gardener denunciava gli abusi delle multinazionali farmaceutiche ai danni della popolazione africana, Blood Diamond punta il dito contro l’industria dei diamanti e i commerci illegali che finanzia(ro)no guerre civili in cui vengono impiegati bambini soldati e violati i diritti umani. Zwick coniuga la denuncia sociale con il cinema di genere (action), la meditazione dell’autore su soggetti gravi e urgenti con la tecnologia decisamente esibita di Hollywood. E a questo proposito non sfugga la dimensione critica e intellettuale del film, che mentre fa spettacolo e produce azione invita alla meditazione e alla responsabilizzazione del consumatore (di diamanti). Blood Diamond è un film di recitazione, fatto anche di prove d’attore: quella vitale di Djimon Hounsou, che non nasce eroe ma lo diventa di fronte a circostanze estreme e drammatiche e quella ambigua di Leonardo Di Caprio, condannato da Scorsese a incarnare il bene e il male, a cercare la redenzione e il riscatto. Perduto l’aspetto efebico e raggiunta la definizione sessuale, Di Caprio costruisce un personaggio di luci e ombre, un cattivo che compie azioni buone al “tramonto”