andiamo al cinema

sabato 25 agosto 2007

Uno su due




Il regista dell'apprezzato "Volevo solo dormirle addosso", Eugenio Cappuccio, torna a dirigere una pellicola che ha come sfondo, ancora una volta, il mondo del lavoro, qui visto come punto di partenza per un viaggio alla ricerca di se stessi.

L'avvocato Lorenzo Maggi è un giovane single, sfrontato e arrogante. Una vita appagante, fatta di amici e legami affettivi sospesi sempre sul filo sottile del "forse", e una filosofia egoistica, che vuole il "fine" giustificare i "mezzi", lo contraddistinguono in tutto ciò che fa. Un giorno però un tragico imprevisto giunge a far crollare tutte le sue apparenti sicurezze: una biopsia, effettuata dopo aver avvertito un malessere, gli prefigura la possibilità di un tumore al cervello. Per Lorenzo inizia un lungo periodo di degenza dove conoscerà Giovanni, un vecchio ottimista dal passato irrisolto. Grazie a lui il giovane avvocato compirà un viaggio che lo porterà a una nuova consapevolezza di sé…

Pellicola tutta giocata sul tema delle probabilità: un detto rivela infatti che un uomo, nella vita, ha una possibilità su due di cavarsela in ogni avversità che gli si presenta. Cappuccio sigla "Uno su due" con una regia di ispirazione "mistico- urbano": caratterizzata da lenti movimenti di camera concentrata a indugiare su una nuova alba nel porto di Genova, città dove il film è ambientato, piuttosto che sul tranquillo discendere a valle di un paracadute da parapendio, in una delle scene più significative del film. Purtroppo però non bastano le buone intenzioni, seppur accompagnate da buone intuizioni, a fare di una storia un film "profondo". E quindi ecco che di un bel soggetto di riscatto e rinascita, che vede il difficile tema della malattia affiancarsi con gusto fine a quello del destino, rimanere solo il lento incedere di passi, a tratti un po' retorici, filmicamente già visti. Il risultato è una leggerezza di fondo, meglio una superficialità, che risulta affatto significante o coinvolgente per lo spettatore.

Popolare. Ciò che più di tutte cattura l'attenzione dello spettatore è l'ottima sceneggiatura: dialoghi scorrevoli, credibili, sempre al passo con la storia e con il giusto evolversi dei personaggi. Ottima. Carente invece la parte attoriale, dove il televisivo Fabio Volo fa quello che può per non risultare inadeguato, con il risultato di apparire irritante nel suo "buonismo da periferia". Eccellente il resto del cast invece che, grazie soprattutto ai due co-protagonisti Anita Caprioli e Ninetto Davoli, riesce a trainare il protagonista nel difficile mestiere del recitare. Guide.

"Uno su due" è decisamente un film "altalenante": a tratti commuove, a tratti diverte, a volte si perde nel lento incespicare delle immagini, altre sterza prepotentemente verso svolte improvvise nella trama. Una pellicola che oscilla anche dal punto di vista tecnico, come già sottolineato, e che forse, proprio per questa sua natura doppia, lascia un po' di amaro in bocca… almeno uno spettatore su due.

venerdì 24 agosto 2007

Un ponte per Terabithia

Mondi magici e paralleli per fuggire dalla cruda realtà, per trovare il coraggio di combattere le nostre battaglie. Chi da piccolo non ha vissuto per un momento l’esperienza della fuga, di quel gioco innocente e tenero che permette di evadere da una vita reale troppo noiosa o troppo crudele. E’ lo stesso leit-motiv di tanto, tantissimo cinema fantasy, per non dire tutto, che ricrea un mondo possibile del tutto parallelo a quello reale e si erge a metafora di esso.

“Un ponte per Terabithia”, diretto dal creatore dei Rugrats, Gasbor Csupo, e tratto da un amato libro per l’infanzia, fa un piccolo passetto oltre, ancora più oltre del recente “Il labirinto del fauno”, e palesa il legame logico tra realtà e fantasia, relegando nell’angolino creature mitiche ed effetti in cgi, dato che il mondo in cui viviamo può essere tanto affascinante e complesso quanto una terra lontana e desolata solcata da gigantesche montagne e fiumi magici, e le piccole prove che ci costringe ad affrontare ogni giorno possono equivalere alla pericolosità di distruggere eserciti di creature del male di Tolkeniana memoria. Il film è della Disney e si vede: la storia in realtà è piuttosto prevedibile e procede a tappe in modo discontinuo, presentando i classici stilemi di un genere di film per ragazzi più vicino alla favola di iniziazione sullo stile del bellissimo “Stand by me” che al fantasy delle grandi produzioni, che fanno grande sfoggio di effetti speciali. Ma ha un pregio enorme: è sobrio, quasi asciutto, per niente tentato dalle zuccherosità di casa Disney, o dai patetismi forzati. Una messa in scena persino scarna lo accompagna nel suo incedere, indugiando sull’alchimia che si crea tra i due protagonisti, compagni di giochi forzati, tanto diversi - lui introverso e razionale, lei gioiosa, vitale e luminosa come un raggio di sole -, ma uniti da una dote comune. Ridicolizzati dai loro compagni perché ancora capaci di sognare ad occhi aperti come bambini, sono troppo liberal e troppo eccentrici, capaci di aprire la mente e il cuore agli altri e a sé stessi, nonostante tutte le difficoltà che si parano sul loro cammino.

Un film, è vero, scontato, e anche un po’ puerile, niente di veramente nuovo, ma nel finale colpisce davvero, riportandoci alla cruda realtà dopo un lungo sogno ad occhi aperti, e, consegnando la chiave d’accesso al ponte per Terabithia a coloro che sono riusciti a superare l’ultima e dolorosa prova, diventa un inno alla libertà di sognare ancora, nonostante tutto, e un monito a mantenere la mente aperta, non solo per fuggire dalla vita reale, ma anche per affrontarla. Non male per un film under 14. Portateci i vostri figli,

venerdì 17 agosto 2007

Saturno contro



Ozpetek prova a riprendersi dal tonfo di "Cuore sacro" tornando al film corale, la moda del momento, ritraendo un gruppo dal suo interno, svelandone i legami e i caratteri individuali, senza però perdere mai lo spirito dell'insieme. Non è difficile nominare "Il grande freddo" commentando questo film (c'è anche il morto..), visto che l'intento è probabilmente molto simile, ma non altrettanto riuscito.

Cast di volti noti da botteghino, per una coralità nella quale Ozpetek è bravo, a tratti, a far emergere il calore di un grande famiglia allargata che se ne infischia dei legami di parentela, che costituisce la casa-rifugio dai tormenti esistenziali, da dolori e dalle sofferenze personali, dalla cui alchimia scaturisce quella sensazione di completezza e appagamento che si vorrebbe non finisse mai, fatta di cene, riunioni di gruppo, e momenti di riflessione. E' questo "Saturno contro", un film che non inizia, non finisce e non ha un perché: un'istantanea che non trova storia compiuta, e gira a vuoto rimanendo appesa alla ricerca dell'attimo mistico-risolutivo, frammentata in una grande quantità di pensieri individuali solo accennati, che lasciano spesso spazio all'insieme. Ozpetek fa il Muccino, spostandosi verso la tematica gay certo, ma senza dire nulla che non sia stato già detto dal regista romano o da altri film simili su passioni, tradimenti e tormenti della classe media. E' evidente la difficoltà di imbastire una sceneggiatura non barcollante, e un insieme di legami su un gruppo di personaggi così folto, ancor più evidente è che Ozpetek cerchi di ingannare il tempo costruendo siparietti umoristici e comparsate comiche che vorrebbero alleggerire i toni, ma creano solo confusione, eccezion fatta per un paio di buone battute. Inoltre, se è indubbia la finezza registica del turco, questa alla lunga però finisce per risultare ridondante, esasperata e manieristica, come quando si accanisce sul povero Favino, mettendolo a dura prova, e con lui la pazienza dello spettatore.

"Saturno contro" è un po' così, un'impressione d'autore che può anche risultare pregevole ma inconsistente, furbetta e pretenziosa, che si piace eccessivamente e vuole piacere senza realmente comunicare, che solo a tratti, grazie anche alla colonna sonora di Neffa e a qualche bel movimento della macchina da presa, esterna calore e sentimento. Discontinuo il cast: brava la Buy, discreto ma a tratti eccessivo Favino, monoespressivo Accorsi. Ambra dimostra di avere il magnetismo giusto per lo schermo, quando non fa l'oroscopo alla ex-moglie del ragionier Ugo Milena Vukotic.

mercoledì 15 agosto 2007

Doppia ipotese di un delitto


Un pò prima di mezzanotte, un uomo viene trovato morto nel letto di Nora Timmer, assistente del procuratore distrettuale. Sulle prime sembra un assassinio di legittima difesa contro un tentativo di stupro. Ma quando uno sconosciuto, Luther Pinks, si presenta alla centrale di polizia fornendo una versione diversa dell'omicidio, il gioco ha inizio. Ford Cole, il procuratore Distrettuale, (fidanzato di Nora) ha tempo sino all'alba per risolvere il mistero dell'assassinio o resterà implicato anche lui nella sua ragnatela.

Per oscuri motivi di distribuzione, arriva dopo due anni dalla sua produzione “Doppia ipotesi per un delitto” (titolo originale “Slow burn”, che naturalmente vuol dire tutt’altra cosa), giallo con sfumature noir interpretato dal “bravo ragazzo” Ray Liotta e LL Cool J. Diretto dall’esordiente Wayne Beach, sceneggiatore di alcuni thriller come “Murder at 1600”, il film parte con un intrigante incipit, supportato da una efficace atmosfera notturna, dove assistiamo, con il protagonista, il procuratore Ford, a due testimonianze diverse sul medesimo omicidio.

Da questo punto, nell’arco di una sola notte, va man mano dipanandosi, fra interrogatori e rivelazioni, l‘intricato mistero dietro l’assassinio. Tal operazione però procede in maniera piuttosto piatta e macchinosa, poco accattivante, e la tensione fatica ad arrivare a livelli consoni per un thriller. La maggiore colpa è sicuramente da attribuire ad una sceneggiatura in parte confusa, non capace di giocare con i vari fili narrativi e la sua struttura a flashback, e che si arena nella spiccata ambiguità di alcuni personaggi descritti (soprattutto la bi-razziale Nora Timmer), con il risultato che nessuno di questi lascia il segno. Il finale poi, dove tutti i nodi vengono finalmente al pettine, abusa in colpi di scena, troppo concentrati negli ultimi minuti, con l’effetto controproducente di stancare leggermente lo spettatore.

Evidenti, durante tutta l’opera, i richiami a “I soliti sospetti”, modello di riferimento che però rimane molto lontano, anche perché un LL Cool J non vale certo un Kevin Spacey. Ed ecco un altro punto debole, le interpretazioni dei protagonisti, dove non si salva nemmeno il navigato Liotta. Una pellicola dunque poco riuscita, che non riesce a dare corpo alle proprie evidenti ambizioni

venerdì 3 agosto 2007

SAW 3


Saw - L'enigmista
Film dall'inizio folgorante e disorientante. Buio, acqua, rumori fastidiosi. Poi la luce improvvisa, forte, accecante e due persone incatenate a due enormi tubi in un ambiente che ben potrebbe rappresentare una bolgia di un inferno dantesco post moderno. In mezzo a loro, ma irraggiungibile, un cadavere coperto da sangue rinsecchito.

Gli incatenati sono il Dott. Lawrence Gordon (Cary Elwes - "L'ombra del vampiro") e il giovane Adam (Leigh Whannell, "I Tennenbaum") apparentemente sconosciuti tra di loro e catapultati in quell'incubo metropolitano senza saperne il perché. Poi, piano piano, le cose cominciano a chiarirsi, o a confondersi ulteriormente, quando l'organizzatore di quel macabro gioco inizia a porre i propri enigmi dietro i quali si celano la salvezza o la condanna dei due uomini.

Sulla scia delle opere sui serial killer, il film ha i suoi momenti migliori nella descrizione delle scene più concitate ed anche più violente. Nelle sequenze più macabre, il giovane regista James Wan - qui al suo primo lungometraggio - mostra un gusto positivamente visionario tale da valorizzare la pellicola. Il resto è pero decisamente di scarsa qualità.

Complice anche qualche debolezza in fase di scrittura - e che il montaggio non ha aiutato a correggere - i frequenti flashback mediante i quali si narrano le vicende preliminari (le vittime precedenti, le indagini di due poliziotti incalliti fino all'alienazione, le storie personali dei due protagonisti) risultano anonimi se non addirittura incoerenti in alcuni momenti. I dialoghi - in special modo con l'incedere della narrazione - sono esagerati quasi patetici tanto da diventare ridicoli in alcuni dei momenti più concitati. Anche la scelta del cast non ci è sembrata all'altezza di una prova che avrebbe necessitato di interpreti più virtuosi nell'arte del recitare.

Comunque sia, "Saw - L'enigmista" si inserisce appropriatamente nel solco dei film del genere: una buona dose di splatter, una certa tensione ed un finale decisamente a sorpresa che forse assicurerà un sequel a questa opera prima dagli esiti incerti.

mercoledì 1 agosto 2007

Mr. Bean's holiday


Come nella precedente avventura cinematografica, senza contare però la parentesi di “Johnny English”, l’umorismo del personaggio di Rowan Atkinson perde il suo carattere di satira sociale tipicamente britannico, per seguire il classico schema caricaturale del turista imbranato, beffandosi del concetto stesso di villeggiatura come meta meramente marittima, e facendo il verso a quel tipo di viaggiatore che, incantato da immagini da cartolina dei luoghi di vacanza, non ha altro obbiettivo che quello di tuffarsi nel mare di sabbia delle spiagge assolate. Ed è così che il povero Mr Bean, che vorrebbe solo poter godere di quella striscia di sabbia tanto agognata, si trova suo malgrado ad affrontare ogni tipo di ostacolo possibile sul suo cammino, finendo persino al festival del cinema di Cannes.

Con una struttura da tipico road movie, il film di Steve Bendelack sfrutta nel migliore dei modi la bravura del comico Rowan Atkinson, che alla mimica dei grandi comici del muto accosta la parodia del tipico aplomb britannico, per dare vita ad una pellicola fortemente citazionistica, con rimandi a diversi classici della comicità. A tratti bonaria satira di costume, con una simpatica presa in giro finale dell’intellettualismo autoriale fine a sé stesso, e della critica francese tout-court (bravo Willem Dafoe nei panni di un regista narcisista e autocompiaciuto dei suoi deliri pseudoautoriali, ed esilarante la proiezione del film “Playback time”), oppure semplice collage di sfighe da viaggio fantozziane, o ancora esaltazione della fenomenale mimica fisica del comico inglese, il film diverte in tutte le sue forme, e, a differenza di altre produzioni dalle ben più elevate intenzioni, vedasi “Borat”, non fa affatto pesare la struttura episodica della trama, grazie ad un ottimo ritmo e all’assenza di pause e tempi morti. Non manca qualche gag meno riuscita e un po’ scontata nella prima parte, ma alla fine il divertimento prevale su tutto e permette di dimenticare la natura velleitaria dell’operazione.

Certo non è un tipo di cinema da esaltare, ma è sempre più raro vedere un film che mantiene tutto quello che promette, cioè passare un’ora e mezza di divertimento innocente e spensierato, e sottolineiamo, senza volgarità o beceri luoghi comuni, e uscire dalla sala con un sorriso. Che poi il giorno dopo la visione si fatichi a ricordarlo, fatta eccezione per un paio di gag fenomenali che, non credo di esagerare, sono da antologia del genere, non importerà a nessuno. Una perfetta family-comedy, in grado di accontentare tutti.