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venerdì 30 marzo 2007
TENACIOUS D - IL DESTINO DEL RCOK
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Marcello Angelini
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sabato 24 marzo 2007
Million dollar baby
Struggente , intenso e toccante. Con questo film Eastwood ci accompagna durante l’ascesa della protagonista Hilary Swank con una regia asciutta ma che cattura e coinvolge. Poi improvvisamente, con un colpo di scena che arriva dritto allo stomaco, cambia registro e ci scaraventa nelle più cupe profondità.
Con questo film si riescono a provare tutte le emozioni possibili ed è estremamente difficile rimanerne insensibili. Le interpretazioni sono tutte magistrali e gli oscar vinti meritatissimi. Inutile aggiungere altro e non posso che accumunarmi ai numerosi estimatori di questo film.
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Marcello Angelini
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Il corvo
Quando alla ricercata atmosfera dark, si unisce una profonda caratterizzazione dei personaggi ed una drammaticità altamente poetica, nasce un film che rimane impresso nella mente dei "cultisti" in modo indelebile. E’ il caso de "Il corvo", rivisitazione in chiave moderna e dark del più insano quanto appagante desiderio: la vendetta. L’opera, tratta delle vignette di James O’Barr, ripercorre gli ultimi istanti di vita di una giovane coppia, e il seguente ritorno in vita del ragazzo grazie all’uccello nero per eccellenza, il corvo appunto.
La vicenda si snoda in modo pressoché lineare, con qualche flashback che non appesantisce la storia ma la rende invece fluida. Storia che per altro non incarna proprio il principio di originalità. Essa infatti si basa sul ritorno dall’aldilà di un uomo che dopo aver subito un torto, farà di tutto per vendicarsi. Questo però non inficia assolutamente sulla qualità complessiva dell’opera. La regia è quanto mai appropriata, pur non toccando mai punte eccezionali. Quello che in realtà lascia a bocca aperta sono le magnifiche atmosfere dark, chiaramente lontane da una realtà quotidiana, ma intensamente vive e tangibili nella loro cupa e opprimente immanenza che avvolge i personaggi quanto mai azzeccati. Le interpretazioni poi stupiscono per la loro intensità emotiva, a tratti trascinante, che non sfocia mai nel patetico e anzi, spesso e volentieri raggiunge vette poetiche di rara bellezza. Gli effetti speciali invece, in qualche caso, non paiono adeguati al valore complessivo dell’opera, comunque non ne compromettono la riuscita.
Siamo quindi di fronte ad un film di grande spessore, sia sotto il profilo creativo che da quello tecnico-visivo. Un film che può vantare a pieno titolo l’appellativo di cult-movie e che, a causa della morte del protagonista Brandon Lee avvenuta sul set per un errore nella sistemazione delle armi, ha acquisito un’aura di mistero quasi soprannaturale.
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Manuale d'amore
Onestamente era da tempo che non si vedeva una commedia italiana quantomeno degna di essere definita tale. Il film rispolvera la struttura ad episodi tanto in voga venti anni fa ed è logico attendersi una disparità qualitativa fra le varie storie raccontate che illustrano tutte le fasi della vita di coppia.
Gli episodi migliori sono sicuramente "l’innamoramento" e "l’abbandono" ,il primo e l’ultimo, mentre i due centrali,"la crisi" e "il tradimento", sono un po’ tirati via e hanno il gusto di puro riempitivo. il cast è ricco e funzionale , bravi Muccino e la Trinca ma il migliore resta Verdone che in alcuni sketch torna ad essere il comico che era agli esordi.
Dunque non mi resta che promuovere l’ultimo film di Veronesi che sa intrattenere e divertire evitando facili volgarità Vanziniane.
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Notte prima degli esami
L’esordio alla regia di Fausto Brizzi é "teen-movie" all’italiana, realizzato probabilmente sulla scia del successo di film come "Che ne sarà di noi", che ha come principale punto di forza la rievocazione nostalgica e gradevole dei tardi anni ’80, quando si leggeva Alan Ford e si portavano ancora i pantaloni a vita alta. L’appartenenza ad un epoca che sta tornando prepotentemente di moda è sottolineata soprattutto dalla frizzante colonna sonora, caratterizzata da tipici successi commerciali di quegli anni, che vanno dalla dance di "gioca giué" alla canzoni di Antonello Venditti. Ma c’è da dire che la caratterizzazione storica è alquanto superficiale, limitata a qualche stereotipo e affetta da diverse incongruenze ( basti guardare l’abbigliamento del protagonista).
Nel film non manca purtroppo nessuno dei cliché del genere: si passa dall’innamoramento, alla perdita di un parente caro, alle classiche scorribande adolescenziali, fino alla gravidanza inaspettata. La novità è che tutti questi argomenti sono rappresentati con una leggerezza e una superficialità che rappresentano simultaneamente il punto di forza e il punto debole del film: ci sono momenti gradevoli e nostalgici – la rievocazione di Woodstock da parte del professore, il finale tutto sommato originale - , ma altre scelte di dialogo e di sceneggiatura sanno di riciclo Vanziniano e puzzano di stantio e banale.
Un film di alti e bassi quindi, che sicuramente colpirà il suo target di riferimento perché sa toccare le corde giuste e puo’ contare su un simpaticissimo Giorgio Faletti, ma anche un’operazione furba e discutibile, costruita su misura per piacere ad un target preciso, dalla memoria storica alquanto corta.
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martedì 20 marzo 2007
MARIE ANTOINETTE
Era solo una ragazza: così si potrebbe riassumere tutto quello che Sofia Coppola pensa della sua Maria Antonietta. Lo scopo ultimo del cinema della regista, anche in questo terzo film, rimane immutato: ritrarre ragazze spaesate e in difficoltà, troppo giovani per ciò che devono affrontare. "Marie Antoinette" ci racconta dunque la sua storia, dall’arrivo a Versailles ai primi moti rivoluzionari, ma lo fa senza la pesantezza di molti film storici, e con una leggerezza che è segno di modernità. Lo stile, volutamente provocatorio, senza dubbio eccentrico, che tante polemiche ha sollevato, coglie nel segno. I costumi, davvero perfetti, l’ambientazione, nella vera Versailles, la colonna sonora incredibilmente rischiosa, che alla musica d’epoca preferisce spesso e volentieri New Order, Phoenix e Bow Wow Wow, creano una sintesi in grado di coinvolgere e ammaliare.
Non si deve cercare nella pellicola una storia profonda con letture politiche o pesanti riflessioni storiche, ma si deve bensì cercare la modernità del personaggio principale: ci viene mostrato il suo essere ragazza, la sua frustrazione per un marito che le dà pochissime attenzioni, la sua passione per il gioco, molto criticata a corte. La macchina da presa indugia spesso e volentieri sugli "oggetti", mostrandoci scarpe, abiti, prelibatezze di ogni sorta, acconciature inverosimili, ci mostra con umorismo l’assurdità, per occhi della stessa protagonista, di molti "riti" di corte fini a se stessi. Il mostrarci "l’ozio di corte" diventa molte volte l’obbiettivo della regista: uno sfoggio di eleganza e di abbondanza che non deve però essere preso come una critica.
Kirsten Dunst è quasi perfetta nel ruolo, e comunica qualcosa con ogni sguardo e in ogni inquadratura, come anche il resto del cast, notevole e che contribuisce alla riuscita del film. In conclusione la Coppola la si può criticare di essere a tratti troppo autoindulgente, di eccedere con il decor visivo, ma per apprezzare la sua opera lasciatevi trasportare dall’ottima compilation visiva e sonora e lasciatevi toccare dallo sguardo di Antonietta, che assomiglia tanto alla Charlotte di "Lost in translation" e alle "vergini suicide" del primo film della regista. Ed è qui che risiede l’originalità della visione Coppoliana, un’originalità discutibile e anche un po’ egoistica se vogliamo, ma assolutamente unica nel panorama cinematografico odierno.
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Marcello Angelini
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Ant Bully
Nella breve storia del cinema d’animazione 3D le formiche sono state per ben tre volte protagoniste, prima con gli antesignani "Z, la formica" e il Pixar "Bug’s life", ed ora con "Ant Bully", film voluto e prodotto da Tom Hanks dopo che è rimasto colpito dal romanzo omonimo di John Nickel. La spiegazione di questo forte legame tra i disegnatori ed i piccoli insetti è da trovarsi nella stupefacente organizzazione di cui sono dotati quest’ultimi e del loro vivere basato sulla cooperazione con gli altri, un vero modello di riferimento per noi umani e naturalmente per i più piccoli.
Nel caso specifico del film oggetto della recensione questo punto è assai rimarcato ed è alla base anche della morale della pellicola. La storia narrata, o meglio favola visto che ci sono magie e stregoni, difatti vedrà il protagonista, un bambino solitario ed asociale, capire l’importanza degli amici e crescere, proprio dopo aver vissuto con le formiche del suo giardino, naturalmente sotto un incantesimo. Oltre comunque questi apprezzabili intenti edificanti, "Ant bully" regala anche un buon intrattenimento, grazie ad una serie di protagonisti ben caratterizzati ed un intreccio dal ritmo sostenuto, con alcune situazioni molto divertenti, soprattutto quelle dove il regista John A. Davis (candidato al premio Oscar per "Jimmy Neutron") gioca con i diversi punti di vista, quello delle formiche e quello degli umani.
La qualità delle animazioni non è delle migliori, soprattutto nella fluidità di movimento dei personaggi umani e nella cura del dettaglio, comunque non conta poi molto se alla fine della visione quasi ci pentiamo di tutte le volte che abbiamo più o meno accidentalmente colpito una formica, segno che il film è riuscito a conquistarci.
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lunedì 19 marzo 2007
Io e Napoleone
Finalmente un progetto ambizioso per il cinema italiano, qualcosa di diverso dai soliti drammi su famiglie consumate. Il cinema tricolore ha saputo dimostrarci negli ultimi mesi che con qualche idea e un po’ di impegno si può giungere ad ottimi risultati, e Paolo Virzì si inserisce senz’altro in quella fascia di registi che hanno contribuito alla rinascita di una cinema che fino a qualche anno fa era in forte crisi, sia creativa che economica.
"Io e Napoleone" è il libero adattamento del romanzo "N" di Ernesto Ferrero, con un azzeccatissimo Daniel Auteuil nella parte del celebre Napoleone (chi poteva essere se non lui ad impersonarlo viste anche le sue origini?) ed un Elio Germano che ben interpreta il protagonista Martino. Il film ci racconta la storia personale di quest’ultimo, mettendo in scena un bel confronto generazionale tra i due personaggi principali, ma non solo questo, poiché non vengono tralasciate le vicende di contorno, che anzi a tratti sembrano voler prendere il sopravvento. Il tutto viene narrato senza dimenticare la credibilità della ricostruzione storica, che non è inficiata dal tono leggero del film.
Allegoria sul fascino dell’autorità, commedia in costume e ricostruzione storica: queste sono le tre anime del film di Virzì, sempre molto equilibrato tra umorismo e dramma, tra la risata e la riflessione. Discutibile, ma a mio parere indovinata, la scelta di inserire il personaggio di Ceccherini, al quale spetta il ruolo di Buffone della situazione. Onore al regista quindi, che riesce a parlare di storia coniugando la classica commedia italiana in costume con un cinema più impegnato e serio, dandoci da pensare sull’abilità degli uomini di poter ammaliare gli sprovveduti e regalandoci una visione di Napoleone piuttosto convincente e non priva di autoironia.
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mercoledì 14 marzo 2007
La stella che non c'è
Dopo l’ottimo successo di critica e di pubblico di "Le chiavi di casa", Gianni Amelio torna a narrarci di un viaggio: questa volta i protagonisti sono un manutentore italiano, Vincenzo Buonavolontà (il cui cognome è tutto un programma), e una giovane cinese, Liu Hua, mentre le strade percorse sono quelle dell’immensa Cina. L’opera del regista italiano si rivela un prodotto interessante, oltre ad essere una piacevole anomalia del nostro cinema, poiché volge il proprio sguardo verso realtà lontane dalla nostra penisola.
La storia di questa sorta di Odissea si muove su due piani diversi, anche se non disgiunti. Il primo ci mostra l’attuale situazione della Cina, un paese dove lo sviluppo economico non si accompagna ad un maggior benessere diffuso tra la popolazione. Amelio evidenzia con forza le differenze che vigono fra le metropoli affacciate sul pacifico, similari alle nostre, ed le città più interne, ricche di problemi e "nascoste" agli occhi del mondo. Il secondo filo narrativo invece va ad esplorare i caratteri dei due protagonisti, all’inizio del film introdotti senza troppi preamboli. Questi, apparentemente fra loro molto lontani, si scopriranno invece accumunati da quella "stella che non c’è" richiamata nel titolo del film, e cioè quella apparente mancanza di una speranza che possa illuminare la loro vita.
Nel complesso ne esce un racconto amaro e volutamente sottotono, che con garbo coinvolge e fa riflettere. Il regista come nel precedente lavoro dirige in maniera piuttosto compassata senza mai dare scossoni alla narrazione, questo da una parte può a tratti stancare, ma lascia il tempo di pensare su ciò che si sta vedendo, in fondo, come dice la protagonista cinese, la canna da zucchero non può essere mai dolce da entrambi i lati.
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domenica 11 marzo 2007
The Departed
La nuova pellicola di Martin Scorsese ambientata nei sobborghi di Boston, salvo pochi aspetti, non convince molto. "The Departed" ha un soggetto di base interessante, seppur non nuovo: la famiglia di mafiosi di turno introduce una talpa nel gruppo di polizia incaricato di indagarli mentre, a sua volta, le stesse autorità cercano di mescolare un proprio uomo tra i criminali per conoscere in anticipo le loro mosse. Idea che ha del buono, ma il cui sviluppo manca di grinta.
Sebbene l’uso del montaggio alternato riesca a colpire positivamente lo spettatore, che riesce a farsi una panoramica globale di ogni singolo evento potendo vedere in contemporanea ogni azione/reazione di ciascuna delle due talpe, di tutt’altra pasta sono gli altri ingredienti del film. Le scelte registiche non sono spesso all’altezza e i personaggi, nonché gli stessi attori che li rappresentano, non sono sempre convincenti: Jack Nicholson ricorda molto il Joker del primo capitolo della saga di "Batman", al punto che più di una volta, seppur non manchi di esaltare per le magnifiche espressioni che propone ogni volta, ci si comincia a chiedere come una persona del genere riesca a rimanere il capo incontrastato del gruppo dei mafiosi. Allo stesso modo il personaggio della talpa nelle fila della Polizia, interpretato da un Matt Damon in pessima forma, fa da bella statuina e sembra subire passivamente gli eventi: nello stesso finale, quando la situazione gli sfugge di mano, l’unica cosa in grado di fare è chiedere di essere ucciso per timore di prendersi la responsabilità per tutto ciò che ha combinato.
Stupisce invece Leonardo DiCaprio che interpreta a buoni livelli il poliziotto infiltrato: il feeling tra lui e Scorsese è evidente e non sorprende l’importanza della sua parte in questo film. Decisamente buona la descrizione della parabola di un uomo che ha perso tutto, desideroso solo di vendetta contro la mafia che gli ha rovinato la famiglia ma che, allo stesso tempo, non riesce a sopportare il peso della doppia identità. Non è un caso che, dopo un primo tempo di iniziale spiazzamento, in cui non si sa quale partito preferire, nel secondo si cominci a tifare per il bene al punto di provare un crescente senso di rabbia che culmina nel desiderio di morte per i criminali.
Il finale però, molto truce, lascia l’amaro in bocca: seppur azzeccato, ci si sente traditi, non appagati. Sarà per il fatto che una medaglia al merito non è una degna ricompensa per aver perduto la propria dignità di uomo? Sarà perchè la vendetta non è sinonimo di giustizia? Questi e altri interrogativi vengono lasciati in sospeso. Allo spettatore l’onere di dare la propria personale risposta.
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Marcello Angelini
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martedì 6 marzo 2007
The Queen "la regina"
Dopo "Lady Henderson presenta" Stephen Frears, uno dei registi più attivi e importanti del panorama inglese, si occupa di un’altra donna, di ben altra stazza però. Si tratta della regina Elisabetta d’Inghilterra, un personaggio discusso ma senza dubbio importante. Operazione delicata, tanto più che si occupa nello specifico del "dietro le quinte" di quello che successe nell’estate 1997, con la morte di Lady Diana. Un’operazione totalmente riuscita, non priva di grande interesse.
La pellicola assume la doppia prospettiva di Tony Blair e della Regina: l’avversità della regnante per Diana e la sua ostinazione nel negarle un riconoscimento pubblico è il punto centrale del plot, che sottolinea però anche il ruolo importante del premier inglese, un "moderno conservatore", come lo si potrebbe definire da questo film.
Chi si aspetta una satira feroce con rivelazioni scottanti stile "Fahrenheit 9/11" lasci pure perdere: "The queen" non mette in dubbio le cause della morte della principessa e mette da parte indugi necrofili e toni scandalistici. E’ piuttosto un film privato, intimo se vogliamo, che sottolinea la rottura della regina con il suo popolo, una rottura che è piuttosto sintomo di una secolarizzazione dei poteri, un contrasto tra la necessità odierna di fare sfoggio in pubblico di sentimenti privati, di "massificare" tutto, necessità che le regina e la sua corte non capisce. Il film di Frears inoltre non vuole giudicare, anche se non mancano elementi umoristici e lievemente satirici nella caratterizzazione dei personaggi che contribuiscono ad elevarne la qualità, ma è il ritratto a tutto tondo e credibile di una personalità importante, che, piaccia o non piaccia, che uno sia monarchico e repubblicano, rappresenta un punto di riferimento "affettivo" di un’era che sta passando. Il film si aiuta con molti filmati di repertorio che mescolano realtà e finzione in modo molto equilibrato. La commemorazione di Lady D. è giusta e inevitabile ma non ricattatoria, tant’è che i momenti più toccanti del film riguardano proprio la Regina, personaggio che si odia e si ama al contempo, nella finzione come nella realtà.
Bravissima Helen Mirren, attrice ancora troppo sottostimata, capace di conferire al suo personaggio l’ironia sufficiente a renderla "umana" senza sfociare nella parodia. Buono tutto il cast di contorno e ottime le ambientazioni. Nonostante qualche compromesso finale di troppo e qualche approssimazione "The queen" è un film che sa essere gradevole e interessante senza pesare, e che ci mostra in modo convincente una realtà privata molto diversa da quella pubblica che siamo abituati a vedere, e, aldilà di ogni giudizio morale o ogni tendenza politica, rappresenta un importante riflessione sul nostro mondo.
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Marcello Angelini
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