andiamo al cinema

mercoledì 27 febbraio 2008

Il caso Thomas Crawford



Di Thomas Crawford capiamo subito che si tratta di una persona fuori dagli schemi, sin dalla prime inquadrature quando lo vediamo giocare con uno dei suoi marchingegni fatto di complesse strutture di metallo lungo le quali scorrono biglie dorate. E’ un ingegnere aeronautico, preciso e meticoloso, esattamente come il piano che mette in atto per uccidere la moglie, che lo tradisce con un poliziotto, senza dover scontare la relativa pena che la legge prevede per l’omicidio.

Lo vediamo freddare la moglie con tre colpi di pistola, arrembarsi nella sua splendida casa per poi farsi arrestare. Dopodiché, il resto del film si impernia sulla battaglia tra Crawford e l’ambizioso procuratore della pubblica accusa che pensa di avere tra le mani il caso più facile della terra e che si ritroverà invece a che fare con una grossa gatta da pelare.

L’opera diretta da Gregory Hoblit si snoda nel solco del thriller processuale con la particolarità che tutti noi sappiamo chi è il colpevole senza però sapere come ha fatto a nascondere le prove.
Hoblit rappresenta il mistero che sottende a tutta la vicenda con un gusto tutto personale nell’uso del macchina da presa. Molto attento alla fotografia, propone spesso giochi di luce ed ombre ad enfatizzare le diverse personalità dei personaggi che trovano in Hopkins e Ryan Gosling due ottimi interpreti. L’alchimia tra i due, nei frequenti incontri/scontri funziona soprattutto nello scambio di ruoli, il gatto diventa topo e viceversa, che la trama dell’opera gli impongono.
Attori dal talento particolare che il regista dirige con sapienza lasciando loro campo libero nell’esprimere l’intero campionario di cui dispongono, gigionerie comprese. E forse è questo uno dei pochi punti deboli del film e cioè quello di vedere un Anthony Hopkins ancorato alle caratteristiche di personaggi ai quali già in passato aveva prestato tutta la sua bravura. I sorrisi, le mimiche, i piccoli tic, le movenze del corpo, in alcuni momenti ricordano troppo l’Hannibal Lecter di qualche anno fa. Gosling, invece, da attore emergente qual è, riesce a confermare tutto il buono fatto finora.

Il film comunque, scorre piacevole grazie anche ad un solido impianto che fa dei personaggi e delle relazioni tra loro uno dei punti di forza. I dialoghi sono all’altezza dei personaggi e contengono sempre un fulcro di interesse che favoriscono l’attenzione e la riflessione.

La frase: "Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno".

venerdì 8 febbraio 2008

Die Hard - Vivere o morire


E’ notte. Due adolescenti stanno amoreggiando all’interno di una macchina parcheggiata e, nonostante le rimostranze della ragazza, lui continua ad “allargarsi” nei palpeggiamenti. All’improvviso si apre la portiera, il ragazzo viene preso per il collo da due mani possenti e trascinato fuori dal veicolo: la ragazza in questione si chiama Lucy McClane e “Ti ha detto di lasciarla stare!” sono le prime, inconfondibili, parole pronunciate da John, il suo amorevole paparino.
Die Hard 4 (che, per la prima volta, ha ottenuto dall’MPAA un PG 13 invece della solita R) comincia come uno slasher degli anni 80 ma, invece del maniaco mascherato, irrompe sulla scena uno dei poliziotti più amati e rispettatati dell’intero firmamento hollywoodiano: John McClane, sempre più stanco, sempre più indolente ma pronto, ancora una volta, “to kick-ass the bad guys”. Diciamolo subito: in un periodo di fiacchi remake e stinti sequel, è un piacere rivedere sullo schermo Bruce Willis (che, nonostante gli anni, mantiene il physique du role) nel ruolo che lo ha reso famoso. Die Hard 4 è un concentrato di azione e adrenalina (senza rinunciare alla consueta dose di humour, dote essenziale del personaggio principale) e, tra le avventure di John McClane, è il film che più cerca di avvicinarsi allo spirito della pellicola originale. La storia inizia con il nostro eroe (e l’aggettivo possessivo non è usato a caso visto che da un recente sondaggio americano, John McClane risulta uno dei personaggi di celluloide più amati dal pubblico) che, costretto dal capo, si reca a casa di un giovane hacker di nome Matt Farrell (Justin Long): i computer dell’FBI sono stati violati e tutti i principali sospetti devono essere interrogati. Un compito facile per il “vecchio” poliziotto, se non fosse che i cattivi di turno cercano di eliminare Farrell in tutti i modi. Ovviamente McClane interviene e, come d’abitudine, si caccia in un guaio più grosso di lui: un cyber-terrorista chiamato Timothy Olyphant (Thomas Gabriel) ha deciso di organizzare un colpo di Stato mandando in tilt il sistema informatico degli Stati Uniti d’America. Sembra superfluo annunciare che...non ci riuscirà. La regia di Len Wiseman (Underworld) è dinamica ed efficace e le tante scene d’azione sono rese più spettacolari e “credibili” da un uso moderato del CGI in favore di stuntmen e “real action”. Nonostante il cattivo di turno (sciapo se paragonato ad Alak Rickman) sia identificato come un “terrorista”, la sceneggiatura di Die Hard 4 non risente troppo del clima “post 11 settembre” ma – e forse questo è il lato più debole del film – sembra scimmiottare la classica struttura del “Bond Movie”, con tutto il “carico” di non plausibilità che questo comporta

martedì 5 febbraio 2008

Scrivilo sui muri



Claudio Bigagli (“La bella vita”) e Anna Galiena (“Come te nessuno mai”) sono i genitori di Sole, con il volto di Cristiana Capotondi (“Notte prima degli esami”), ragazza che scopre la sua identità ed il valore dell’amicizia dal momento in cui comincia a frequentare Alex e Pierpaolo, rispettivamente interpretati da Primo Reggiani (“Melissa P.”) e Ludovico Fremont (“I Cesaroni”) e facenti parte del gruppo di writer C.D., Civil Disobedience, rivali degli Z.T.K., che sta per “Zozzamo Tutto Kuanto”.
Se poi, accanto all’esordiente Mattia Braccialarghe ed al Daniele De Angelis di “Ma che ci faccio qui!” (2006), aggiungiamo nomi del calibro di Rodolfo Laganà (“Febbre da cavallo-La mandrakata”), Yvonne Sciò (“Infelici e contenti”), Luis Molteni (“Il ritorno del Monnezza”), l’immancabile Stefano Antonucci (“Barzellette-Il film”) e la cantante Dolcenera, qui alla sua prima prova davanti alla macchina da presa, otteniamo il cast di contorno (e di richiamo) dell’ennesimo prodotto tricolore “educativo” d’inizio millennio, realizzato dal regista Giancarlo Scarchilli (quello di “Mi fai un favore” e “I fobici”) nell’intenzione d’indagare sul mondo “invisibile” di quei misteriosi individui che, armati di bombolette spray, provvedono a colorare con le proprie firme tutto ciò che gli capita, dai muri ai treni.
Quindi, nell’Italia dell’eccessiva strafottenza giovanile in abuso di alcool, ecco puntualmente l’anarchico esempio di celluloide di cui si sentiva tutt’altro che bisogno: i ragazzi della Roma bene sono tutti superficiali ed antipatici, la polizia rappresenta il nemico da evitare ed i writer, ovviamente, sono ritratti come giovani eroi che sfogano la loro frustrazione derivata da problemi esistenziali attraverso l’imbrattamento di muri ed abbondanti fumate di spinelli, senza riuscire ad evitare neppure risse occasionali.
Il tutto, accompagnato dalle note di Elisa e Vasco Rossi, per una noiosa operazione caratterizzata dal tipico taglio proto-fiction che attanaglia ormai il grande schermo dello stivale del XXI secolo, la quale, oltre a giocare banalmente perfino la carta del messaggio animalista, approda a risvolti dal sapore grottesco.
E ci sembra giusto concludere con un’osservazione di Scarchilli a proposito del suo studio svolto sui writer: “Alla fine della ricerca ho compreso che i loro segni non sono altro che grida dell’anima, la sintesi di una società e di una cultura dove, se non appari e non lasci un segno visibile di te, non esisti”.
Ma qualcosa ci dice che le uniche grida che probabilmente riusciremo a sentire saranno quelle di coloro che i muri dovranno poi ripulirli.