andiamo al cinema

domenica 28 dicembre 2008

IL CAVALIERE OSCURO



Il Cavaliere Oscuro“Alcuni uomini vogliono solo bruciare il mondo”.In questa frase – declamata dal personaggio di Joker in una delle ultime catastrofiche sequenze finali – è racchiusa tutta la filosofia di questo ennesimo episodio delle gesta di Batman, l’ eroe dei fumetti creato da Bob Kane. La scelta di Christopher Nolan di improntare sulla figura di Joker tutta l’opera appare chiara fin dall’inizio, quando vediamo molti Joker organizzare una rapina tanto complicata quanto sanguinaria. Joker rappresenta il caos, la carta che scompiglia il gioco e contro la quale l’ordine e le regole costituite nulla possono. E’ contro tutto e tutti (anche la criminalità organizzata ha delle regole che il Joker stravolge, emblematica in questo senso la scena in cui brucia montagne di denaro davanti agli occhi inebetiti dei mafiosi avidi ed attaccati alla vil pecunia). Sovvertitore per eccellenza, Joker scardina le prescrizioni ed i precetti per un unico apocalittico scopo: quello di “bruciare il mondo”, per l’appunto. La vita reale, però, come a volte accade, supera l’immaginazione anche del più fertile degli sceneggiatori ed ecco che Heath Ledger, l’ottimo interprete che dà le fattezze a Joker, qualche mese dopo la lavorazione del film, come tutti sanno, ci lascia a soli trent’anni, morendo, solo, nella camera di un’appartamento. Non c’è nulla di più caotico della morte, verrebbe da dire, soprattutto quando si è giovani. Alter ego di Joker è ovviamente l’eroe Batman. Egli rappresenta l’ordine, la lealtà, la giustizia. Tanto prode e tanto disposto al sacrificio da rinunciare anche all’etichetta di “eroe” pur di assicurare alla comunità un simbolo e un ideale al quale ispirarsi. Ed a quel punto Batman diventa il guardiano silenzioso che veglia su tutti noi, il Cavaliere Oscuro che svetta nei cieli di Gothan, sempre più solo e sempre più tenebroso.Christopher Nolan, assieme al fratello Jonathan, scrive un film poderoso dove, come detto, abbondano riflessioni filosofiche sul Kaos e l’Ordine, sul ruolo dell’eroe nella società, sull’innata tendenza dell’uomo verso il bene (o il male, come sostiene Joker). La sceneggiatura però, vuoi anche per l’eccessiva pretenziosità (in fondo sempre di un fumetto parliamo), in alcuni punti mostra cedimenti, evidenziati soprattutto dalla contraddittorietà di alcuni personaggi e dalla sequenza degli eventi la cui consequenzialità non sempre appare chiara. Ed alla fine, vuoi per l’atmosfera sempre cupa e lugubre, vuoi anche per l’eccessiva lunghezza del film, l’opera risulta a tratti pesante e dallo scorrimento poco fluido. E questo nonostante alcune riprese davvero emozionanti (soprattutto quelle aeree sono di ottima fattura) ed una cast di grandissimo richiamo nel quale spiccano due sempreverdi come Michael Cane e Morgan Freeman. In definitiva, “Il Cavaliere Oscuro”, ben si incanala nel solco delle opere che lo hanno preceduto ed il suo finale assicura un futuro al pipistrello che, silenziosamente, veglia su tutti noi, anche nostro malgrado.La frase: "O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare cattivo".

domenica 14 dicembre 2008

Identikit di un delitto


Identikit di un delittoIl titolo originale è "The flock" e fa riferimento al termine che il Dipartimento di Polizia d’oltreoceano usa per chiamare i predatori sessuali in libertà vigilata.Quegli stessi predatori sessuali cui ha dato la caccia per anni l’emotivamente stressato funzionario di polizia Errol Babbage (Richard Gere), costretto ad un pensionamento anticipato e quindi incaricato di addestrare la giovane Allison Lowry (Claire Danes), agente che lo sostituirà, tanto da addentrarla in un depravato universo di sesso e violenza al fine di scovare il responsabile del rapimento di un’adolescente.Quindi, un rapporto maestro-allieva che ben si associa alla filosofia del "poliziesco di coppia" made in Hong Kong da cui proviene il regista Andrew Lau (autore insieme ad Alan Mak dello splendido pre-"The departed" "Infernal affairs" e da solo del pessimo horror "The park"), anche se, a quanto pare, il lungometraggio è stato in parte girato da un non accreditato Niels Mueller ("L’assassinio di Richard Nixon").E l’"American gigolò" della Mecca del cinema, affiancato anche dal veterano Ray Wise ("Robocop"), sembra rendere decisamente bene quando non si trova alle prese con trame rosa proto-Julia Roberts, mentre il look generale dell’operazione, con abbondanza di dialoghi e qualche cruda situazione, si alterna tra i lenti ritmi narrativi tipici del cinema orientale e le velocizzazioni da videoclip.Con colori spesso desaturati e contrasti a dominare la fondamentale fotografia di Enrique Chediak ("28 settimane dopo"), al servizio di un poco originale script per mano di Hans Bauer (i due "Anaconda") e Craig Mitchell (il riuscito horror "Milo") che, senza troppa fantasia, sembra guardare più al già dimenticato "Suspect zero" (2004) di E. Elias Merhige che agli inevitabili prototipi "Seven" (1995) e "Il silenzio degli innocenti" (1991).Allora, se togliamo dal cast i nomi di serie A di Gere e della Danes, rimane quello che, seppur confezionato con professionalità, non si discosta poi molto dai tanti fiacchi thriller inediti a bass(issim)o costo che affollano gli scaffali dei videoshop.La frase: "Una volta qualcuno ha detto "Se combatti troppo a lungo contro i draghi diventi un drago, e se troppo a lungo guardi l’abisso anche l’abisso poi guarderà te"".

lunedì 3 novembre 2008

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo



Torna Indiana, l’archeologo più famoso e charmant di tutti i tempi.
Torna dopo diciannove anni dalla sua ultima avventura, Indiana Jones e l’ultima crociata: lo ritroviamo nel 1957, nel periodo della guerra fredda, con i russi alle calcagna, ma anche il governo americano che lo crede un traditore comunista. Indiana è alla ricerca di uno dei tredici teschi di cristallo dei Maya: la leggenda dice che chi lo possiede comandi il mondo intero. Indiana non è il solo interessato alla reliquia di Akator, anche i russi, guidati dalla perfida sensitiva Irina Spalko (Cate Blanchett) non si fermeranno di fronte a nulla per entrarne in possesso. In Perù, Indiana Jones ritroverà il suo amore, Marion (Karen Allen) e verrà aiutato da un giovane ribelle esploratore, incontrato in patria, che entra in scena in moto vestito come Marlon Brando ne I selvaggi: si tratta di Mutt (Shia LaBeouf).
Gli eroi non invecchiano e, se lo fanno, non ce ne accorgiamo. Indiana Jones è l’eroe per eccellenza, pieno di difetti, rude, scapestrato e sciupafemmine, ma su di lui puoi contare e anche sul suo senso pratico e la sua ironia. Te la può sfoderare in un covo di serpenti, oppure circondato da decine di nemici: lo sguardo beffardo, la piega delle labbra e la battuta pronta, pronto a spiazzarti. Ed è un eroe che anche qui, come ne "I predatori dell’Arca Perduta", entra in scena di schiena, controcorrente, come solo l’accoppiata degli ex ragazzacci Steven Spielberg e George Lucas poteva immaginare. Harrison Ford sarà per sempre Indiana, nell’immaginario collettivo: impossibile pensare altri al suo posto, la frusta e il cappellaccio gli stanno a pennello e a nessuno può interessare di meno la sua età. Come ogni grande attore, guidato da altri grandi, Ford è sempre credibile, mai ridicolo, neppure quando corre a perdifiato, quando compie acrobazie.
Chi temeva quindi lo svilimento di un mito nella sua parodia, può dormire sonni tranquilli.
Lo afferma lo stesso Ford: "Nel film riconosciamo il passare del tempo senza timori. Indiana Jones ha vent’anni in più e non c’è nulla di strano: non è certo un eroe tutto d’un pezzo come Han Solo. Il mio Indy è un comune mortale, vulnerabile e, talvolta, fragile. Il pubblico si può immedesimare nelle sue difficoltà e sono convinto che l’età lo renda più simpatico".
Steven Spielberg riesce ancora a renderci alla perfezione la rappresentazione di un mondo avventuroso che appartiene agli anni Cinquanta del cinema americano: Spielberg attualizza la sua regia, si avvale delle più avanzate tecnologie, ma il sapore retro c’è sempre, così come i richiami agli altri episodi.
La formula in fondo non cambia: là dove era l’Arca oggi c’è un teschio, dove erano nazisti ora sono russi, oltre alla paura degli alieni tipica di quegli anni. Spielberg trasferisce sullo schermo gli anni della sua giovinezza, con i suoi demoni e i suoi incubi personali, il periodo della guerra fredda e della caccia alle streghe; filtra nell’Alter Ego Indiana le tematiche di tutti i suoi film, come una summa, aggiungendoci, a differenza degli altri tre episodi, le inquietudini presenti ne "La guerra dei mondi e in Munich".
Indiana si muoverà nel suo habitat solito: tra animali pericolosi, trappole, mummie, corse spericolate, cascate e esseri di un altro mondo. Avrà come al solito la sua aria stropicciata, con la barba di qualche giorno.
E Steven Spielberg non ha nessuna intenzione di chiudere le avventure dell’archeologo: Indiana Jones raccoglierà il suo cappellaccio, in una promessa futura.

mercoledì 15 ottobre 2008

Hulk



Delusione. Questa essenzialmente è la sensazione dell'Hulk di Ang Lee. Tutto sembra tranne che un fumetto, o meglio l'opera tratta da un fumetto, seppure si voglia glissare sull'adattamento, che stravolge totalmente le origini e l'essenza stessa di Bruce Banner, resta una storia essenzialmente lunga o noiosa. Le due ore abbondanti di film non scorrono via piacevoli, ma ci sorprendono più di una volta ad agitarci sulla comoda poltrona in trepidante attesa dei titoli di coda.

David Banner (Nick Nolte), padre di Bruce (Eric Bana) è uno scienziato ossessionato dalla possibilità della rigenerazione cellulare umana come ultima frontiera dell'evoluzione, ma il blocco dei fondi da parte del Maggiore Ross (Sam Elliot) lo porta ad un gesto estremo: avviare la sperimentazione su se stesso. La decisione si rivelerà carica di conseguenze, infatti le mutazioni al suo DNA si trasmettono su suo figlio Bruce senza però sapere che tipo di ripercussioni potranno avere. Ma di tutto questo non rimane alcun ricordo in un Bruce Banner ormai cresciuto e segnato dal trauma di una misteriosa esplosione nella sua infanzia. Cresciuto presso genitori adottivi, Bruce ha intrapreso, senza saperlo, le orme del padre, diventando uno dei massimi esponenti della ricerca genetica insieme a Betty Ross (Jennifer Connely), figlia dell'allora maggiore Ross, ora generale.
Il trauma infantile sembra ormai lontano e delle alterazioni genetiche di Bruce sembra non esservi più traccia fino ad un incidente di laboratorio che lo espone ad una dose letale di raggi Gamma; letale per chiunque, tranne per Bruce che invece sembra addirittura beneficiarne.
Le prssioni dei militari sugli esperimenti di Bruce e Betty, l'incidente, la ricomparsa di David Banner ed il risveglio dalla quiescenza delle cellule alterate nel DNA di Bruce finiscono per liberare la furia del mostro verde: Hulk è tornato!

La cosa migliore di tutta la pellicola è sicuramente il gran talento di Ang Lee che con un montaggio a dir poco geniale alterna "picture in picture", "split screen" e passaggi in dissolvenza utilizzando tecniche tipiche degli anni settanta, ma con un gusto decisamente più moderno tanto da restituirci la sensazione del taglio delle vignette in una tavola. Ma Lee non è solo la delizia dello spettatore, purtroppo è anche la sua croce. Il cineasta di Taiwan non ha potuto / voluto snaturarsi, trasformando quello che sarebbe potuto essere un "action-movie" o quantomeno un qualcosa di ironico e scanzonato in una pellicola densa di confronti drammatici e di risvolti psicologici. Più un viaggio nell'animo umano che nella brutalità muscolare. Esteticamente bello, ma noioso. A questo si somma la scelta particolarmente infelice del protagonista, quest'ultimo eletto della terra dei canguri, non incontrerà il successo dei suoi illustri predecessori come Russel Crowe o Hugh Jackman, Eric Bana, oltre ad essere bruttino (il che non è poi così grave) è essenzialmente incapace, per tutta la durata del film mantiene la stessa espressività di un nano di gesso da giardino, tanto che alla fine accogliamo con gioia i grugniti del Golia Verde.

lunedì 22 settembre 2008

L'amore secondo Dan



Prima di essere un regista, Peter Hedges è un drammaturgo e uno scrittore. Suoi sono i romanzi “What’s eating Gilbert Grape” e “An ocean in Iowa”, entrambi ispiratori di altre pellicole. In effetti ciò che colpisce fin dalle prime battute del film “L’amore secondo Dan” è la sceneggiatura e la generale sensazione di essere ben scritto, stessa suggestione che del resto si aveva guardando anche il primo film di Peter Hedges: “Schegge di April”, con Kate Holmes.

Dan è un padre premuroso, rimasto improvvisamente vedovo, che dedica le sue giornate a prendersi cura delle sue tre figlie. Quando Dan decide di far visita alla sua famiglia per riunirsi nel weekend, conosce Anne Marie, donna affascinante e bellissima di cui subito si innamora. Peccato però, che la donna sia già legata sentimentalmente al fratello di Dan...

Proprio gradevole questo “L’amore secondo Dan”, malgrado un inizio zoppicante per essere una commedia. In punta di piedi, infatti, lasciando che sia spesso la musica ad accompagnare le scene, il personaggio di questo padre apprensivo e un pochino bigotto, emerge un pezzo alla volta mostrandosi solo alla fine in tutta la sua complessità: e questo aspetto, cioè la sensazione che la sceneggiatura sia ben studiata perché consapevole di dove vuole andare a parare, è ciò che più convince lo spettatore.
La regia di Peter Hedges, malgrado abbia solo un altro film al suo attivo, dimostra di essere già molto matura e di possedere una propria impronta distintiva: caratteristica, questa, affatto scontata. Come in “Schegge di April” infatti, Hedges fa parlare le situazioni, gli spazi, e i gesti. E su questi elementi tratteggia tutti i numerosi personaggi che contornano la vicenda, senza mai apparire retorico o scontato, ma al contrario naturale e sincero.
Molto bravo il protagonista Steve Carell, interprete di “40 anni vergine”, che dimostra di riuscire a gestire molto bene i personaggi “comicamente controversi”. Sempre immensa invece Juliette Binoche, che regala inaspettatamente alcuni momenti davvero spassosi.

“L’amore secondo Dan” appassiona, diverte ed emoziona. Una commedia molto intelligente, scritta e diretta da un talento di nome Peter Hedges.

domenica 10 agosto 2008

Spiderwick - Le cronache



Nell’assistere alle primissime inquadrature, caratterizzate da un tono generale tendente al dark, viene quasi da pensare alle cupe atmosfere che il più delle volte sono alla base dei lavori di Tim Burton.
Basato sull’amata serie di libri di Tony DiTerlizzi e Holly Black, “Spiderwick-Le cronache” possiede in realtà soltanto un elemento che lo accomuna al geniale autore di “Edward-Mani di forbice” e “La sposa cadavere”: il piccolo protagonista Freddie Highmore, visto proprio nel suo “La fabbrica di cioccolato”, che qui si sdoppia nei fratelli gemelli Jared e Simon Grace, figli di genitori divorziati ed appena trasferitisi con mamma e sorella maggiore nell’isolata e fatiscente tenuta di Spiderwick, un tempo dimora dei prozii Arthur e Lucinda.
Dimora più magica di quel che potrebbe sembrare ad occhio nudo, in quanto nascondiglio della “Guida pratica di Arthur Spiderwick al mondo fantastico che vi circonda”, testo potenzialmente pericoloso che, una volta aperto, libera il fantastico mondo circostante, popolato da amichevoli folletti, bellissime fate, ma anche da spiriti maligni e dall’astuto orco malvagio Mulgarath, interpretato dal veterano Nick Nolte dei due “48 ore”.
Grazie a questa avvincente idea di partenza ed al fondamentale supporto del fantasioso script concepito a tre mani da Karey Kirkpatrick (“La tela di Carlotta”), David Berenbaum (“Elf”) e John Sayles (“L’ululato”), quindi, il regista Mark Waters – cui dobbiamo, tra l’altro, la bellissima commedia fanta-sentimentale “Se solo fosse vero” – accontenta tutti gli amanti di troll, goblin e mostriciattoli in generale, tirando in ballo un non indifferente stuolo di straordinari esseri, tra i quali l’esilarante maiastrillo e Thimbletack, brownie ghiotto di miele sotto le cui assurde fattezze si nasconde il Martin Short di “Mars attacks!” (riecco Tim Burton).
E, con consueta cura scenografica e fotografica (aspetto tipico di questo tipo di produzioni), lo fa senza mai abusare degli ottimi effetti digitali ad opera dell’infallibile Industrial Light & Magic di George Lucas, per una vicenda forse più vicina a “Un ponte per Terabithia” che a “Le cronache di Narnia: Il leone, la strega e l’armadio”, in quanto ambientata nel mondo reale.
Vicenda movimentata, seppur a tratti fracassona, che ribadisce intelligentemente l’importanza dell’unione familiare, senza rinunciare, però, a tutt’altro che invadenti momenti che sfiorano l’horror.

venerdì 25 luglio 2008

L'amore secondo Dan



Prima di essere un regista, Peter Hedges è un drammaturgo e uno scrittore. Suoi sono i romanzi “What’s eating Gilbert Grape” e “An ocean in Iowa”, entrambi ispiratori di altre pellicole. In effetti ciò che colpisce fin dalle prime battute del film “L’amore secondo Dan” è la sceneggiatura e la generale sensazione di essere ben scritto, stessa suggestione che del resto si aveva guardando anche il primo film di Peter Hedges: “Schegge di April”, con Kate Holmes.

Dan è un padre premuroso, rimasto improvvisamente vedovo, che dedica le sue giornate a prendersi cura delle sue tre figlie. Quando Dan decide di far visita alla sua famiglia per riunirsi nel weekend, conosce Anne Marie, donna affascinante e bellissima di cui subito si innamora. Peccato però, che la donna sia già legata sentimentalmente al fratello di Dan...

Proprio gradevole questo “L’amore secondo Dan”, malgrado un inizio zoppicante per essere una commedia. In punta di piedi, infatti, lasciando che sia spesso la musica ad accompagnare le scene, il personaggio di questo padre apprensivo e un pochino bigotto, emerge un pezzo alla volta mostrandosi solo alla fine in tutta la sua complessità: e questo aspetto, cioè la sensazione che la sceneggiatura sia ben studiata perché consapevole di dove vuole andare a parare, è ciò che più convince lo spettatore.
La regia di Peter Hedges, malgrado abbia solo un altro film al suo attivo, dimostra di essere già molto matura e di possedere una propria impronta distintiva: caratteristica, questa, affatto scontata. Come in “Schegge di April” infatti, Hedges fa parlare le situazioni, gli spazi, e i gesti. E su questi elementi tratteggia tutti i numerosi personaggi che contornano la vicenda, senza mai apparire retorico o scontato, ma al contrario naturale e sincero.
Molto bravo il protagonista Steve Carell, interprete di “40 anni vergine”, che dimostra di riuscire a gestire molto bene i personaggi “comicamente controversi”. Sempre immensa invece Juliette Binoche, che regala inaspettatamente alcuni momenti davvero spassosi.

“L’amore secondo Dan” appassiona, diverte ed emoziona. Una commedia molto intelligente, scritta e diretta da un talento di nome Peter Hedges.

mercoledì 2 luglio 2008

Alla ricerca dell'isola di Nim


Artefici nel 2005 della tenera storia d’amore under 12 “Innamorarsi a Manhattan”, il regista Mark Levin e sua moglie sceneggiatrice Jennifer Flackett si pongono entrambi dietro la macchina da presa per co-dirigere la trasposizione su celluloide de “L’isola di Nim” di Wendy Orr, favola ambientata in uno stravagante e avventuroso paradiso tropicale, la cui tematica di fondo è quella sempreverde di una famiglia che cerca di riunire se stessa. Paradiso tropicale in cui vive la Nim del titolo, con il volto della piccola e brava Abigail Breslin (“Little Miss Sunshine”), la quale, preoccupata per la misteriosa scomparsa del papà Jack, interpretato da Gerard Butler (“300”), chiede aiuto via e-mail alla scrittrice di romanzi avventurosi Alex Rover, con le fattezze di Jodie Foster (occorrono presentazioni?), donna insicura, a contatto con il mondo esterno soltanto tramite il fidato computer, che trova quindi l’occasione per passare dall’emozione delle parole stampate a quella delle imprese reali. Ed è a partire da questo momento che Levin e Flackett, introducendo l’alter ego su carta della scrittrice, che porta il suo stesso nome e nei cui indianajonesiani panni troviamo sempre Butler, espongono la loro originale maniera di affrontare non solo il rapporto che lega chi scrive libri alle proprie creature, ma anche quello che li lega al lettore. Quindi, forte del veloce ritmo conferito dal montaggio di Stuart Levy (“Ogni maledetta domenica”), quello che si presenta agli occhi dello spettatore, abbondantemente infarcito d’ironia, appare come una sorta di godibile mix tra le storie per ragazzi alla Chris Van Allsburg (l’autore di “Jumanji” e “Polar express”, per intenderci), taglio fumettistico e un vago look da cartoon in carne e ossa, tenendo in considerazione anche i diversi animali amici della protagonista, dal leone marino Selkie al pellicano Galileo. Perché, oltre a una divertente situazione in stile “Piccola peste” che vede coinvolti dei draghi volanti, non manca un intelligente messaggio ecologista, mentre i due registi, pur senza eccellere, si riconfermano apprezzabili narratori di moderne storie per famiglie. Chi, se non loro, che costituiscono una famiglia nella vita reale?

La frase: "Devo essere io l’eroe della storia della mia vita".

martedì 10 giugno 2008

Il mistero delle pagine perdute


In attesa che Steven Spielberg e Harrison Ford ci presentino il quarto capitolo di Indiana Jones, il meglio che Hollywood offre agli appassionati di archeologia e arcani segreti legati alla storia sono le vicende di Ben Gates alias Nicolas Cage e dei suoi misteri dei templari prima (2004) e delle pagine perdute del diario degli assassini di Abramo Lincoln ora. Le ambizioni non sono certo quelle di rivoluzionare un genere, quello dell’avventura, come fece la trilogia sopra citata, ma quello di creare un grande fumettone per famiglie dove tutto appaia possibile e i continui cambi di location e gli improbabili riferimenti al passato riempiano qualsiasi vuoto o punto interrogativo della sceneggiatura. Una grande e rumorosa favola dove i cattivi non sono così cattivi, mamme e papà (il premio Oscar Helen Mirren e il già papà dell’archeologa Lara “Jolie” Croft, Jon Voigt) tornano assieme dopo trent’anni dopo aver scoperto assieme una città d’oro, le parolacce sono bandite, il presidente degli Stati Uniti è un’acculturata persona disponibile ad una chiacchierata tra amici nel fondo di una grotta nascosta e Buckingham Palace è sorvegliato come un motel dell’Arizona. Washington D.C., Parigi, Londra, il South Dakota: il mondo grande come un tragitto di una metropolitana di un piccola città dove si viaggia quasi col pensiero.
Insomma, vi chiederete, ma l’obiettivo di realizzare un prodotto che concettualmente sostituisca il famoso cartone natalizio disneyano (che è uscito due mesi prima, Ratatouille) è riuscito? Si, ma non troppo.
Se da una parte infatti non ci si prende, giustamente, troppo sul serio mantenendo sempre un tono piuttosto leggero anche nelle scene più “drammatiche”, oltre alla struttura scenografica sempre accattivante merito dei tanti soldi investiti e ad una riuscita scena di inseguimento automobilistica dove rigorosamente nessuno si fa male davvero (in questi film si presume sempre che i passanti siano di gomma), Nicolas Cage non riesce proprio ad aggiungere quella dose di simpatia che sempre si pretende dal protagonista di questo tipo di pellicole. Basti vedere il falso battibecco con la bella Diane Kruger: non si sorride al vederlo alzare inspiegabilmente la voce per attirare l’attenzione, ma non si vede l’ora che qualcuno lo porti via per buona pace di tutti. Per un attore che alterna alti e bassi, questo sua ennesima interpretazione non fa certo parte del primo gruppo.


La frase: "L’uomo dura lo spazio di una vita, ma la storia ricorda".

domenica 1 giugno 2008

Il falsario



Nel 1942 il maggiore tedesco Berhard Kruger istituì nel campo di concentramento di Sachsausen una squadra speciale composta da disegnatori, incisori e falsari specializzata nella creazione di documenti e valuta tutti assolutamente falsi. Tale operazione denominata Bernhard dal nome dell'ideatore aveva un duplice scopo: da una parte doveva finanziare l'economia del Terzo Reich ormai prossima al tracollo e d'altro canto doveva destabilizzare le economie inglesi e statunitensi tramite la massiccia immissione di dollari e sterline sul mercato internazionale.

Questo argomento affascinante era stato già oggetto nel 2004 di un film per la tv su uno dei canali della BBC, e adesso viene riproposto al grande pubblico in una produzione tedesca. "The Counterfeiter" narra questa vicenda storica dal punto di vista di Salomon detto "Sally" uno dei più capaci falsari.
La sua vita viene risparmiata anche se ebreo dapprima in virtù delle sue doti artistiche e in seguito più prosaicamente grazie alla sua capacità di falsario. Anche se la minaccia della morte sembra temporaneamente allontanata Salomon è però attanagliato da una serie di complessi di colpa, in primo luogo nei confronti di coloro che non hanno i suoi privilegi e sono quindi condannati a morte, poi verso i membri della sua squadra che non riesce a salvare. Salomon è inoltre vittima di quel paradosso che tanto spesso ha colpito le vittime dei campi di concentramento e che è stato efficacemente descritto da Solzhenicyn nella "Giornata di Ivan Denisovich". Quando un uomo non ha più nulla, nemmeno la speranza per il futuro, tende a trovare dei piccoli piaceri nella maestria in un particolare lavoro, come se fosse un labile legame con il "mondo di prima", quello in cui ancora si era considerati uomini. Però in questo modo si finisce per essere dei tasselli indispensabili per il funzionamento di un macchinario assassino, destinato a divorare anche chi lo serve. "The Counterfeiter" racconta con efficacia tali questioni a sfondo morale virtualmente irrisolvibili senza mai scadere nella crudeltà gratuita o nel patetismo, e mostrando le vittime sempre con grande dignità. I carnefici del resto sono descritti nei loro contrasti stridenti e talora osceni, visto che chi può decidere della vita e della morte nel campo come una divinità pagana è del resto un padre amorevole in grado di commuoversi ascoltando Puccini.

Di film sui campi di concentramento ne sono stati fatti tanti, ma in pochi spiccano per doti particolari oppure non scadono nel cattivo gusto, nella banalizzazione o nel grottesco. The Counterfeiter, pur parlando di un gruppo di prigionieri "privilegiati" non rientra in queste detestabili categorie, spiccando anzi come un film esemplare da molti punti di vista. E il fatto che sia stato realizzato adesso in Germania non deve essere considerato un caso.

mercoledì 21 maggio 2008

Bianco e nero



La società vista da un salotto buono. Tre donne, bianche, italiane, hanno abbozzato – a livello sceneggiatura - le personalità di una donna senegalese e di un uomo, così come la dinamica che li fa innamorare. Un primo punto di vista (doppiamente) esterno, quindi.
Cristina Comencini – in collaborazione con l’organizzazione sanitaria senza fini di lucro Amref - ha ricercato, nel trattare il tema, quella leggerezza con cui ne parlavano a lei le coppie miste incontrate, che erano poi state lo spunto per il film. Insieme ad un riferimento dichiarato (“Indovina chi viene a cena?”, ma pure l’Alberto Sordi di “Tutti a casa” in qualità di italiano normale in un situazione di eccezionalità), un cast attoriale - a maggioranza femminile - onesto e simpatico, dinamico.
Delle due comunità chiuse in sé (“se ognuno se ne sta al posto suo tutto fila liscio e tutti si vogliono bene”), la regista punzecchia il sotterraneo razzismo bifronte, misto di senso di colpa (il peso del “farsi perdonare la cameriera nera”), paura, senso di superiorità da una parte, ostilità da “mimesi di conflitti storici” dall’altra, ma anche freno ad una reciproca attrazione. Esalta invece l'incontro come fattore di cambiamento e vitalità, capace di abbattere le barriere culturali, sociali e sovvertire i ruoli (grazie alla forza della passione, contrapposta all’impegno umanitario in modo un pò qualunquista), e proprio il doppio finale mostra quanto - secondo la cineasta - gli ostacoli siano imposti dal senso comune (“alla lunga – si dice del mescolamento sentimentale - non funziona mai”), e non dalla responsabilità verso coniugi e figli. Il ricorso a forzature simboliche (la bambola bianca e quella nera, Volo e Maïga camerieri, una Piazza Vittorio interamente di pelle scura) tuttavia non fa che evidenziare un approccio arretrato, parziale, di superficie. Perchè la borghesia nera in Italia è (ancora) una rarità e il razzismo si esprime oggi con altre caratteristiche e verso altre minoranze, sebbene nessuno sponsor si sia reso disponibile per gli abiti dei due interpreti franco-africani.

domenica 4 maggio 2008

Alvin Superstar



La storia di Alvin e i Chipmunks nasce nel lontano 1958 quando Ross Bagdasarian sr, musicista con poche speranze di successo ebbe l’idea di incidere la canzone “Witch Doctor” rallentando la velocità di registrazione, per poi far andare il nastro a velocità normale, così nacquero le voci degli scoiattoli.
Solo successivamente vennero creati i tre Chipmunks: Alvin, Simon e Theodore. Fecero il loro debutto sulle scene al Ed Sullivan Show e successivamente vennero le serie animate.
Per festeggiare i primi 50 anni di questi simpatici scoiattoli, diventati un fenomeno multimediale, è stato realizzato il film “Alvin superstar”, parte in animazione (3D) e parte in live action.
La storia racconta di come i tre scoiattoli hanno conosciuto lo sfortunato musicista Dave, di come gli hanno stravolto la vita, messo a soqquadro la casa e fatto diventare un autore di successo.
Ma il momento drammatico è in agguato: il cattivone Ian, produttore musicale di Alvin, Simon e Theodore riesce con uno stratagemma a separali da Dave e a spremerli per fare sempre più soldi.
Il lieto fine è assicurato.

Benché la storia sia semplice e prevedibile, il film è realizzato bene con un ritmo incalzante, situazioni e battute divertenti.
Ottima, anche l’interazione tra gli attori in carne e ossa e gli scoiattoli digitali, molto espressivi e incredibilmente simpatici.
Il restyling degli scoiattoli non tradisce però lo spirito della serie, a trionfare sono i sani valori famigliari, sana e responsabile.
Dave, interpretato dal bravo Jason Lee, all’inizio è il solito trentenne con la sindrome di Peter Pan, non vuole responsabilità, né impegni duraturi, ma alla fine sarà proprio lui a rappresentare il genitore coscienzioso che pone dei limiti e delle regole ai piccoli scoiattoli in contrapposizione allo “zio Ian” che invece li vizia comprandogli tutti i giocattoli del mondo e rimpinzandoli di schifezze, pensando così di legarli a lui.

Un capitolo a parte merita la musica di Alvin e i Chipmunks, dove le musiche classiche del gruppo vengono rivisitate con ritmi hip hop e reggae, ma ci sono anche nuovi brani pieni di ritmo e un ottimo sound.

sabato 26 aprile 2008

1408



Nel corso della proiezione di “1408”, tratto dall’omonimo racconto di Stephen King contenuto nella raccolta “Tutto è fatidico”, il cinefilo più attento arriva sicuramente a chiedersi se al mago dell’horror su carta sia capitato, almeno una volta nella vita, d’imbattersi nella visione di “Danza macabra”, incentrato sulla figura di un giornalista che, in seguito ad una scommessa con Edgar Allan Poe, si trovava a dover trascorrere la notte in una casa popolata da spettri e fantasmi.
Già, perché, nell’idea di base, ricorda non poco la splendida ghost-story diretta nel 1964 dal compianto Antonio Margheriti la vicenda dello scrittore di libri horror Mike Enslin, interpretato dal sempre eccezionale John Cusack (“Identità”), il quale, al fine di concepire quello che spera essere un nuovo bestseller, si rinchiude nella stanza 1408 del famigerato Dolphin Hotel, da tutti considerata infestata, ignorando perfino gli avvertimenti del direttore dell’albergo, con il volto di Samuel L. Jackson (“Pulp fiction”).
E, considerando la presenza dietro la macchina da presa dello svedese Mikael Håfström, recentemente responsabile del mediocre thriller “Derailed-Attrazione letale” (2005), c’era da aspettarsi il peggio.
Invece, a partire dagli interessanti duetti tra i due attori protagonisti, il lungometraggio si rivela immediatamente in grado di catturare l’attenzione dello spettatore, avvolgendolo, tra clima di mistero ed inquietanti apparizioni, in un teso e claustrofobico involucro di follia caratterizzato da pochissime sequenze ambientate in esterni e da un ristretto numero di effetti visivi dosati in maniera sapiente.
Il tutto, sfruttando a dovere un esile soggetto che non avrebbe certo sfigurato al servizio di un episodio delle mitiche serie tv “Ai confini della realtà” e “Tales from the darkside”; mentre la colonna sonora per mano di Gabriel Yared (“Le vite degli altri”), oltre a garantire la consueta dose di spaventi, provvede a commentare efficacemente un racconto per immagini volto con ogni probabilità a ribadire, tramite il genere, l’importanza di convivere con i propri ricordi.
Approdando ad un epilogo che, seppur non troppo originale, finisce per risultare tutt’altro che scontato.

venerdì 18 aprile 2008

Una moglie bellissima



“Proposta indecente” alla maremmana. La provincia, con relative tipologie umane, è idilliaca, mentre il rischio di corruzione si chiama società dello spettacolo (e il senso di superiorità che la accompagna), si tratti di calendari con nudi femminili o talk show televisivi. Questo il messaggio edificante.

Per il resto, Leonardo Pieraccioni - con una collaudata formula da incassi natalizi - pur di avere al proprio fianco una bellezza da Miss Italia (arrivata 14° nel 1998), sua costante ossessione, scova per quel ruolo una modella (mai stata attrice) da esporre come le primizie sul bancone del protagonista fruttivendolo. Magari con una variazione sul solito tema, che lo sviluppi. Cioè - stavolta - una donna con cui far coppia fin da subito, però col rischio di perderla. A contribuire al prodotto nazional-popolare ci pensano personaggi dall’accento regionale, qualche lampo surreale (la scena dell’aspirapolvere, o “Sandy” – direttamente da “Grease” - cantata a messa), battute e sketch elementari, scaduti e di dubbio gusto (l’uomo di colore con contratto al nero, o l’equivoco sul kamikaze, tanto per fare attualità). Ma soprattutto una prevedibilità rassicurante, sotto la parola d’ordine della leggerezza: Pieraccioni sorride sempre, anche nel dolore - bandito, a favore di una tenue malinconia - per la separazione dalla moglie dopo un decennio di matrimonio, con il successivo anno di solitudine riassunto in poche sequenze. Come aggravante, ci rifila un comizio telegrafico e populista su canone RAI, condono edilizio, ICI, tassa di successione, mutuo bancario, indulto, un Massimo Ceccherini che non risparmia pesanti epiteti sulle donne, un perdono con punizione. A coronamento del quale, per assecondare l’espressione “a tarallucci e vino”, tutto finisce con due panini con porchetta. Per il cast una vacanza tra Lazio, Toscana e Seychelles, per noi parla il cameo di un Francesco Guccini che ripete: “non ho parole”.

lunedì 7 aprile 2008

he Kingdom



La partenza è di quelle che gasano. Un rapido montaggio di immagini e didascalie sulla storia dell'Arabia Saudita e del suo rapporto con il mondo occidentale, in particolare con gli Stati Uniti d'America. I titoli di testa si chiudono con un'informazione che fa tanto "Syriana": Arabia Saudita primo produttore al mondo di petrolio, Usa primo consumatore. Inizia il film e anche il prologo lascia di sasso, sgomento. Un attentato a Ryad che lascia il segno. Un bel punto di partenza per un film che potrebbe essere qualsiasi cosa: dramma, denuncia, thriller, action. Tra le tante strade possibili, il soggetto scritto da Michael Mann (che figura anche tra i produttori) le percorre tutte e nessuna. Se da una parte a giovarne è la fluidità del racconto, dall'altra la perdita è nell'autorialità/originalità. A parte il finale, che tende a rendere speculari gli atteggiamenti dei due raggruppamenti contendenti ("Fbi e polizia saudita" e "terroristi) poco e nulla c'è di critica o rilettura politica del tutto. C'è indagine, ma è limitata ad una scoperta (la barella ciò che ne consegue) e ad un paio di collegamenti fra persone abbastanza semplici. C'è un accenno di critica sul tema delle collaborazioni tra forze dell'ordine, ma dura il tempo di pensarci e di chiacchierare con il Principe arabo, dopo di che investigare in Arabia Saudita diventa come farlo negli States. C'è il tema della donna sesso non sempre gradito, ma si perde presto .C'è azione e suspanse, ma è concentrata nell'epilogo e non ha la forza visiva (tanto per fare un esempio a caso) di Michael Mann. La regia di Peter Berg non è male, ma non sembra abbia colto le potenzialità del digitale o la lezione sull'oggigiorno cinema di guerra che ha tentato di fornire Alfonso Cuaron con" I figli degli uomini". C'è la fotografia nitida e la macchina a mano, manca però il realismo. I due premi oscar Jamie Foxx e Chris Cooper fanno il loro, senza particolari spicchi. La parte non li richiedeva. Gli esterni sono stati girati negli Emirati Arabi: una scelta imprescindibile, e a suo modo storica. Il film è buono, sia chiaro. Si segue e qualche spunto lo lascia, soprattutto grazie all'epilogo, ma in questo momento in cui si sperimentano nuovi linguaggi (soprattutto col cinema d'azione) e il quotidiano (inteso come geopolitica) viene finalmente affrontato dal grande schermo, qualcosa in più era lecito aspettarselo.

giovedì 27 marzo 2008

Molto incinta



Dopo aver fatto scoprire a Andy Stitzer/Steve Carell il piacere della prima volta nel divertente "40 anni vergine", del 2005, il regista Judd Apatow ne riprende uno dei protagonisti, Seth Rogen ("Tu, io e Dupree"), per infilarlo nei panni di Ben Stone, alle prese con le responsabilità della vita adulta in "Knocked up", lanciato nelle sale cinematografiche italiane con un titolo che richiama alla memoria "Quasi incinta", dimenticata commediaccia diretta nel 1992 da Michael DeLuise.
Infatti, fannullone che condivide con i quattro amici conviventi una grottesca passione per il cinema e la realizzazione di un sito internet in cui sono riportate tutte le sequenze di sesso affrontate da celebrità dello spettacolo, Ben si ritrova una sera a letto con Alison Scott, giornalista televisiva interpretata da Katherine Heigl ("100 ragazze"), per poi scoprire le conseguenze di un rapporto consumato in maniera incosciente senza prendere precauzioni.
Ed è sull'evidente contrasto che intercorre tra la determinata serietà della ragazza ed il comportamento da eterno adolescente di Ben che Apatow costruisce principalmente la pellicola; mentre ritroviamo con piacere, nei panni del padre di lui, l'Harold Ramis di "Ghostbusters-Acchiappafantasmi", ed in quelli della sorella ed il cognato di lei gli stessi Leslie Mann e Paul Rudd del succitato film interpretato da Carell, il quale fa anche un'apparizione nei panni di sé stesso.
Come pure Jessica Alba, Andy Dick, Eva Mendes e James Franco, man mano che, al di là di inevitabili equivoci tipici del genere, una buona dose di risate viene suscitata soprattutto dalla manifestata ossessione per l'universo della celluloide, con dialoghi costruiti quasi esclusivamente tramite citazioni di titoli come "Guerre stellari" e "Munich"; per non parlare del momento in cui il protagonista, fumando uno spinello mentre indossa una maschera anti-gas, si cimenta in un'assurda imitazione di Darth Vader.
Sono questi elementi, insieme ad un memorabile campionario di esilaranti battute, a compensare i non sempre convincenti ritmi narrativi di una commedia dall'accennato retrogusto sociale, volta sì a ribadire che le cose buone vanno sempre in coppia, ma penalizzata in parte da un'eccessiva durata (126 minuti!) che quasi ci spinge ad avvertire concretamente i nove mesi di gravidanza di Alison.
Quando si dice suggestione.

domenica 16 marzo 2008

Un uomo qualunque



“Un Uomo Qualunque” (“He Was a Quiet Man”, il titolo originale molto più significativo) è uno di quei film così ricchi di simboli e messaggi che districarsene per elaborarne una sintesi è un’operazione di difficile realizzazione. Totalmente imperniato sulla figura di Bob Maconel (Christian Slater), l’uomo qualunque la cui parabola discendente negli abissi della mediocrità e della frustrazione sembra inarrestabile. Questo è il punto di partenza dove nevrosi, alienazione e violenta voglia di rivalsa si mescolano, dando vita ad una miscela tanto esplosiva quanto tarpata nel grumo di rassegnazione e passività dalla quale Bob non riesce ad emanciparsi. Antieroe che sembra fuoriuscito dalle pagine di Dostoevskij, il protagonista vive di sogni irrealizzabili rappresentati da una abbozzata statuetta di una ragazza hawaiana che tremula sulla sua scrivania così come instabili sono le sue certezze nei confronti di un futuro dal quale nessuna aspettativa sembra possibile.

Frank Cappello, autore e regista, realizza questo film con spirito visionario e, attingendo da una fervida immaginazione, costella l’opera di piccoli intermezzi che enfatizzano la complicata interiorità del protagonista. Tecnicamente si affida ad una fotografia sgranata caratterizzata da una luce naturale spesso accecante e che accentua il senso di malessere in cui vive l’impiegato Bob.
Volutamente sceglie un finale nel quale realtà ed immaginazione si fondono lasciando alla libera interpretazione dello spettatore il compito di ricongiungere le diverse fasi narrative che il regista ha il merito di qualificare con una attenta selezione dei registri narrativi e scenografici e che chiosa con una frase che non si presta ad alibi: “Arriva il momento in cui i malati ed i deboli debbono essere sacrificati per salvare il gregge”.

La macchina da presa fa del protagonista il filo conduttore - ma anche l’elemento che scompiglia le carte sul tavolo – seguendone i movimenti, le espressioni, il singolo singulto. Christian Slater è molto bravo ad interpretare le nevrosi ed i tic che fanno del suo personaggio l’elemento precipuo così come William H. Macy conferma di essere uno dei più bravi attori di Hollywood. Nel cast c’è anche la giovane Elisha Cuthbert, nota per il suo ruolo nel serial “24”, impegnata con un personaggio complesso e di difficile lettura.

sabato 8 marzo 2008

Nella valle di Elah



Dopo il successo e i due premi Oscar ottenuti con "Crash", il regista canadese Paul Haggis torna sul grande schermo con un film di denuncia, "In the Valley of Elah". Il film tratto da una storia vera racconta di un soldato reduce della guerra in Iraq, che non torna in caserma dopo una licenza. Suo padre indaga sulla sua scomparsa e quello che viene a scoprire non è solo la sorte del suo ragazzo ma anche quella dei propri ideali.
Accompagnato da un cast d'eccezione Paul Haggis riesce ancora una volta a realizzare un film al tempo stesso poetico, terribile, intenso, indicando una certa stanchezza degli americani nei confronti della guerra in Iraq. Quando sono partiti per il paese mediorientale, la popolazione statunitense pensava di portare la democrazia in un paese oppresso, in molti credevano che fosse necessario. Ma ora a distanza di anni quello che rimane della missione non sono altro che macerie, un popolo ancora più oppresso e incattivito e le croci di tanti soldati americani caduti in guerra, morti da eroi, per la patria….o almeno questa è la giustificazione che gli stessi americani si danno per sopportare lo strazio.
Ma Haggis ha voluto portare alla luce uno dei lati più crudeli della guerra: il ritorno a casa! Milioni di ragazzi vengono mandati al fronte, (per la liberta!), ma sono molti meno quelli che ritornano, e quasi tutti soffrono della cosiddetta PTSD, cioè sindrome da stress post traumatico. Nel realizzare la sceneggiatura il regista riesce bene ad evidenziare il fatto che quei ragazzi, plagiati dal regime e dalla disciplina militare, credono ciecamente in ciò che fanno. Ma quando si trovano davanti all'orrore in loro scatta un meccanismo di difesa che li porta a confondere la realtà. Compiono atti atroci senza rendersene conto, non riescono più a distinguere il bene dal male, ciò che è divertente da ciò che è disumano.
Tommy Lee Jones, che interpreta il padre del ragazzo scomparso, è la chiave del film. Il suo personaggio è anche lui un reduce, è abituato alla vita e al rigore militare, e fin dall'inizio del film mostra tutta la sua dedizione alla patria. Ad esempio la sua ossessione per la branda perfetta, come solo i soldati sanno fare. Ma quando si addentra nella testa del suo ragazzo attraverso i filmati del cellulare e i racconti dei commilitoni che erano con lui l'ultima sera, man mano che si rende conto di cosa sta veramente succedendo, tutti i suoi principi morali cominciano a decadere, e il letto non è più ordinato e fatto. Splendida anche Charlize Teron, ormai sempre più lontana dallo stereotipo dell'attrice bella e basta. E' perfetta in questo film, dove interpreta una detective, mamma sola con un figlio, e sempre in lotta per dimostrare di valere qualcosa in un mondo prettamente maschile….e maschilista.
La storia della bibbia che riguarda il giovane Davide, mandato a combattere il gigante Golia con solo una fionda, per Haggis riassume l'incoscienza dei governi che mandano tanti giovani, (Troppo giovani!) a combattere contro qualcosa di più grande di loro, qualcosa di incomprensibile e terribile, con la sola arma del patriottismo.

mercoledì 27 febbraio 2008

Il caso Thomas Crawford



Di Thomas Crawford capiamo subito che si tratta di una persona fuori dagli schemi, sin dalla prime inquadrature quando lo vediamo giocare con uno dei suoi marchingegni fatto di complesse strutture di metallo lungo le quali scorrono biglie dorate. E’ un ingegnere aeronautico, preciso e meticoloso, esattamente come il piano che mette in atto per uccidere la moglie, che lo tradisce con un poliziotto, senza dover scontare la relativa pena che la legge prevede per l’omicidio.

Lo vediamo freddare la moglie con tre colpi di pistola, arrembarsi nella sua splendida casa per poi farsi arrestare. Dopodiché, il resto del film si impernia sulla battaglia tra Crawford e l’ambizioso procuratore della pubblica accusa che pensa di avere tra le mani il caso più facile della terra e che si ritroverà invece a che fare con una grossa gatta da pelare.

L’opera diretta da Gregory Hoblit si snoda nel solco del thriller processuale con la particolarità che tutti noi sappiamo chi è il colpevole senza però sapere come ha fatto a nascondere le prove.
Hoblit rappresenta il mistero che sottende a tutta la vicenda con un gusto tutto personale nell’uso del macchina da presa. Molto attento alla fotografia, propone spesso giochi di luce ed ombre ad enfatizzare le diverse personalità dei personaggi che trovano in Hopkins e Ryan Gosling due ottimi interpreti. L’alchimia tra i due, nei frequenti incontri/scontri funziona soprattutto nello scambio di ruoli, il gatto diventa topo e viceversa, che la trama dell’opera gli impongono.
Attori dal talento particolare che il regista dirige con sapienza lasciando loro campo libero nell’esprimere l’intero campionario di cui dispongono, gigionerie comprese. E forse è questo uno dei pochi punti deboli del film e cioè quello di vedere un Anthony Hopkins ancorato alle caratteristiche di personaggi ai quali già in passato aveva prestato tutta la sua bravura. I sorrisi, le mimiche, i piccoli tic, le movenze del corpo, in alcuni momenti ricordano troppo l’Hannibal Lecter di qualche anno fa. Gosling, invece, da attore emergente qual è, riesce a confermare tutto il buono fatto finora.

Il film comunque, scorre piacevole grazie anche ad un solido impianto che fa dei personaggi e delle relazioni tra loro uno dei punti di forza. I dialoghi sono all’altezza dei personaggi e contengono sempre un fulcro di interesse che favoriscono l’attenzione e la riflessione.

La frase: "Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno".

venerdì 8 febbraio 2008

Die Hard - Vivere o morire


E’ notte. Due adolescenti stanno amoreggiando all’interno di una macchina parcheggiata e, nonostante le rimostranze della ragazza, lui continua ad “allargarsi” nei palpeggiamenti. All’improvviso si apre la portiera, il ragazzo viene preso per il collo da due mani possenti e trascinato fuori dal veicolo: la ragazza in questione si chiama Lucy McClane e “Ti ha detto di lasciarla stare!” sono le prime, inconfondibili, parole pronunciate da John, il suo amorevole paparino.
Die Hard 4 (che, per la prima volta, ha ottenuto dall’MPAA un PG 13 invece della solita R) comincia come uno slasher degli anni 80 ma, invece del maniaco mascherato, irrompe sulla scena uno dei poliziotti più amati e rispettatati dell’intero firmamento hollywoodiano: John McClane, sempre più stanco, sempre più indolente ma pronto, ancora una volta, “to kick-ass the bad guys”. Diciamolo subito: in un periodo di fiacchi remake e stinti sequel, è un piacere rivedere sullo schermo Bruce Willis (che, nonostante gli anni, mantiene il physique du role) nel ruolo che lo ha reso famoso. Die Hard 4 è un concentrato di azione e adrenalina (senza rinunciare alla consueta dose di humour, dote essenziale del personaggio principale) e, tra le avventure di John McClane, è il film che più cerca di avvicinarsi allo spirito della pellicola originale. La storia inizia con il nostro eroe (e l’aggettivo possessivo non è usato a caso visto che da un recente sondaggio americano, John McClane risulta uno dei personaggi di celluloide più amati dal pubblico) che, costretto dal capo, si reca a casa di un giovane hacker di nome Matt Farrell (Justin Long): i computer dell’FBI sono stati violati e tutti i principali sospetti devono essere interrogati. Un compito facile per il “vecchio” poliziotto, se non fosse che i cattivi di turno cercano di eliminare Farrell in tutti i modi. Ovviamente McClane interviene e, come d’abitudine, si caccia in un guaio più grosso di lui: un cyber-terrorista chiamato Timothy Olyphant (Thomas Gabriel) ha deciso di organizzare un colpo di Stato mandando in tilt il sistema informatico degli Stati Uniti d’America. Sembra superfluo annunciare che...non ci riuscirà. La regia di Len Wiseman (Underworld) è dinamica ed efficace e le tante scene d’azione sono rese più spettacolari e “credibili” da un uso moderato del CGI in favore di stuntmen e “real action”. Nonostante il cattivo di turno (sciapo se paragonato ad Alak Rickman) sia identificato come un “terrorista”, la sceneggiatura di Die Hard 4 non risente troppo del clima “post 11 settembre” ma – e forse questo è il lato più debole del film – sembra scimmiottare la classica struttura del “Bond Movie”, con tutto il “carico” di non plausibilità che questo comporta

martedì 5 febbraio 2008

Scrivilo sui muri



Claudio Bigagli (“La bella vita”) e Anna Galiena (“Come te nessuno mai”) sono i genitori di Sole, con il volto di Cristiana Capotondi (“Notte prima degli esami”), ragazza che scopre la sua identità ed il valore dell’amicizia dal momento in cui comincia a frequentare Alex e Pierpaolo, rispettivamente interpretati da Primo Reggiani (“Melissa P.”) e Ludovico Fremont (“I Cesaroni”) e facenti parte del gruppo di writer C.D., Civil Disobedience, rivali degli Z.T.K., che sta per “Zozzamo Tutto Kuanto”.
Se poi, accanto all’esordiente Mattia Braccialarghe ed al Daniele De Angelis di “Ma che ci faccio qui!” (2006), aggiungiamo nomi del calibro di Rodolfo Laganà (“Febbre da cavallo-La mandrakata”), Yvonne Sciò (“Infelici e contenti”), Luis Molteni (“Il ritorno del Monnezza”), l’immancabile Stefano Antonucci (“Barzellette-Il film”) e la cantante Dolcenera, qui alla sua prima prova davanti alla macchina da presa, otteniamo il cast di contorno (e di richiamo) dell’ennesimo prodotto tricolore “educativo” d’inizio millennio, realizzato dal regista Giancarlo Scarchilli (quello di “Mi fai un favore” e “I fobici”) nell’intenzione d’indagare sul mondo “invisibile” di quei misteriosi individui che, armati di bombolette spray, provvedono a colorare con le proprie firme tutto ciò che gli capita, dai muri ai treni.
Quindi, nell’Italia dell’eccessiva strafottenza giovanile in abuso di alcool, ecco puntualmente l’anarchico esempio di celluloide di cui si sentiva tutt’altro che bisogno: i ragazzi della Roma bene sono tutti superficiali ed antipatici, la polizia rappresenta il nemico da evitare ed i writer, ovviamente, sono ritratti come giovani eroi che sfogano la loro frustrazione derivata da problemi esistenziali attraverso l’imbrattamento di muri ed abbondanti fumate di spinelli, senza riuscire ad evitare neppure risse occasionali.
Il tutto, accompagnato dalle note di Elisa e Vasco Rossi, per una noiosa operazione caratterizzata dal tipico taglio proto-fiction che attanaglia ormai il grande schermo dello stivale del XXI secolo, la quale, oltre a giocare banalmente perfino la carta del messaggio animalista, approda a risvolti dal sapore grottesco.
E ci sembra giusto concludere con un’osservazione di Scarchilli a proposito del suo studio svolto sui writer: “Alla fine della ricerca ho compreso che i loro segni non sono altro che grida dell’anima, la sintesi di una società e di una cultura dove, se non appari e non lasci un segno visibile di te, non esisti”.
Ma qualcosa ci dice che le uniche grida che probabilmente riusciremo a sentire saranno quelle di coloro che i muri dovranno poi ripulirli.

martedì 29 gennaio 2008

Surf's Up - I re delle onde


Sono passati tanti anni da quando al cinema se si parlava di pinguino, il pensiero non poteva che correre al cattivo Danny DeVito avversario del secondo Batman di Tim Burton. Ormai questo uccello che non vola è una star del grande schermo, soprattutto quando è disegnato (al computer). Dopo i quattro agenti improvvisati naviganti di Madagascar, e il pinguino ballerino premiato con l’Oscar di Happy Feet, ecco il surfista di Ghiacciano terme (chissà com’è nell’originale) Cody Maverick.
Un film a suo modo geniale questo della Sony. Lo stile registico è infatti ispirato al linguaggio televisivo, quello dei reality show.
Avete presente quel programma di Mtv in cui si segue un ragazzo X impegnato a realizzare il proprio sogno? Beh, anche se non lo conosceste, potrete facilmente dedurlo: si intervistano protagonista e conoscenti e quando c’è dell’azione ci si muove con tanto di camera a mano, quindi tremolante e esplicitamente “presente”, facendo capire che c’è un operatore lì dietro all’inquadratura (per rendere credibile le riprese in questo “stile”, si è utilizzata addirittura la motion capture). Il montaggio poi mischia il tutto mettendoci dentro anche spezzoni televisivi, con tanto di presentatori e cronisti e commento fuori campo degli stessi personaggi a vicenda già avvenuta. Il cartone animato ormai non è più un “genere” a sé stante, ma uno strumento per delle storie che in altro modo non potrebbero essere raccontate.
La storia di per sé non è nulla di particolarmente originale. Si ruota attorno alla frase, e al tema: “se hai un sogno, non arrenderti mai”, ma l’approccio leggero e divertente (soprattutto adatto ad un pubblico più grande di quello dei bambini), con tanto di citazioni sportive (il manager alla Don King), è adeguato e rende fluido il tutto. Il surf, e lo sport, come divertimento e non competizione. Azzeccata la colonna sonora, che mette insieme una serie di hit, che già da soli sanno di vacanza. Surf’s up non sarà il cartone dell’anno, ma ha il grande merito di mettere di buon umore.
La frase: Si è una spiaggia: sole, mare sabbia. Vista una, viste tutte.

venerdì 18 gennaio 2008

Un'impresa da Dio



Piuttosto che il sequel di "una Settimana da Dio", il regista e co-produttore Tom Shadyac ha preferito proseguire la serie, sviluppando il personaggio di Steve Carrell. Un'impresa lo è stata anche il film: una squadra di più di cento persone per costruire l'arca, oltre 177 specie animali, troupe di 40 macchinisti per le scene con umani e bestie. Marcato l'impegno ambientalista, visto che la produzione si è affiancata il Conservation Fund of Washington D.C. (insieme hanno inoltre lanciato un sito) e per ammortizzare la propria emissione di monossido di carbonio ha piantato duemila alberi in due riserve e nella zona delle riprese, riciclato materiali, e infine donato le piante e il legname impiegati, biciclette a tutto il cast, e i ricavati della vendita dell'acciaio dell'arca e dell'acqua in bottiglia (di una società di Shadyac) ad associazioni umanitarie ed ecologiste.

La satira colpisce soprattutto la politica, mostrando una Commissione Risorse Naturali alla mercè di uno squalo (John Goodman) - già responsabile della cementificazione di una valle grazie alla costruzione di una pericolosa diga - che presenta al Congresso una legge per l'edificazione nei parchi nazionali puntando sull'appoggio di un neoeletto tutto filosofia aziendale e apparenza ("sono vincente, bello e potente" si dice allo specchio la mattina).
Vengono attaccati pure il consumismo e l'atteggiamento verso chi combatte in difesa della Natura, additato come pazzo o catastrofista, mentre l'invito è a sacrificarsi meno al lavoro in favore del tempo da dedicare agli affetti e alla ricerca della felicità. Da un punto di vista laico, l'approccio religioso sceglie sì la leggerezza e il politicamente corretto (con tanto di padreterno afroamericano), ma resta pur sempre cattolico-creazionista. In questa storiella surreal demenziale, imperniata sulla mimica di Carrell e sulla quantità delle battute (a volte efficaci), la parte più divertente spetta comunque ai titoli di coda, applicazione dell'11° comandamento: fare la danza.

giovedì 10 gennaio 2008

Premonition



Linda ha una vita perfetta. Il marito le regala una casa meravigliosa, con lui ha due bellissime figlie che accompagna a scuola ogni mattina per poi fare un pò di jogging e quindi tornare a casa e continuare a condurre la sua esistenza di serena e soddisfatta mamma e casalinga. Svegliarsi una mattina ed accorgersi che la tua splendida vita si è trasformata in un film montato da un tecnico distratto, una vita dove il sabato viene prima del mercoledì e dove tuo marito che credevi morto e invece vivo e vegeto e si sta facendo la doccia nel bagno dove fino a poche ora prima lo piangevi in silenzio, non è certamente un'esperienza piacevole dalla quale districarsi facilmente. Ci riesce non senza difficoltà la protagonista del film Linda interpretata dalla volitiva Sandra Bullock, in un finale che lascia più domande che risposte; non ci riescono gli autori di questo film che navigando nelle acque perigliose degli sfasamenti temporali perdono la bussola del racconto e con loro anche noi, sventurati spettatori in balia degli azzardi dello sceneggiatore Bill Kelly.

"Premonition", diretto dal tedesco Mennan Yapo (fortissimamente voluto dalla produzione) si avventura sulla scia di film come "Memento". Opere che riescono solo se supportate da una rigorosa scrittura che saggi tutte le conseguenze dell'andare a spasso per il tempo. Troppo si osa in questo film ed alla fine ci si districa faticosamente del distinguere le premonizioni di Linda dalle vicende che realmente stanno accadendo, i sogni dalla realtà. Ed in questo guazzabuglio a poco giova l'attenta direzione del giovane Yapo il quale dimostra di saperci ben fare con la luce ed i colori e di voler volare alto (e non solo con le riprese aeree che sembra prediligere).

Protagonista assoluta del film è Sandra Bullock la quale regge il ruolo con disinvoltura senza lasciarsi andare a tentazioni di istrionismo ma calandosi nel ruolo con misurata drammaticità e riuscendo a modificare le caratteristiche psicologiche del proprio personaggio a seguito delle vicende cui andrà incontro. Di fronte alla sua statura rimangono un pò in ombra, ma era forse inevitabile, le figure che le sono attorno. Sorte che investe in particolare il marito (interpretato da Julian McMahon, un ruolo in "I fantastici 4") il quale sembra incapace di distaccarsi dal ruolo di semplice comprimario.

giovedì 3 gennaio 2008

Espiazione


Può un singolo errore modificare il corso di un’intera esistenza? Ed è possibile riparare ai propri peccati attraverso la scrittura? Queste due domande costituiscono il tema portante di “Espiazione”, il meraviglioso romanzo dell’acclamato autore inglese Ian McEwan, e dell’omonimo film diretto da Joe Wright, alla sua seconda prova da regista dopo “Orgoglio e pregiudizio”. Adattato per il grande schermo da Christopher Hampton (“Le relazioni pericolose”), “Espiazione” è stato presentato in anteprima al Festival di Venezia 2007 ed ha ricevuto ottime recensioni da parte della critica internazionale. Il principale merito del film di Wright sta soprattutto nell’aver saputo riproporre le complesse tematiche dell'opera di McEwan servendosi del mezzo cinematografico, in una pellicola che unisce la stupefacente forza espressiva delle immagini con il coinvolgimento emotivo della storia, l’introspezione psicologica con il senso dello spettacolo.

Così come il romanzo di McEwan, anche il film è suddiviso in diverse linee temporali: la prima è ambientata nell’Inghilterra del 1935, nella villa di campagna della famiglia Tallis; la seconda nel 1940, durante l’evacuazione dell’esercito inglese a Dunkerque; la terza a Londra, sempre nel periodo della guerra, per chiudere infine con un significativo epilogo nel 1999. Personaggio chiave e voce narrante delle vicende è Briony Tallis (interpretata nelle varie fasi della sua vita da tre attrici distinte: Saoirse Ronan, Romola Garai e Vanessa Redgrave): un’aspirante scrittrice dotata di una fervida immaginazione che, all’età di tredici anni, commetterà un errore terribile accusando un innocente di un crimine spaventoso. Da allora, l’esistenza di Briony sarà consacrata ad espiare la propria colpa: un’espiazione che avverrà tramite le pagine di un libro autobiografico sugli eventi di quella fatidica giornata dell’estate del 1935, raccontata secondo i differenti punti di vista della piccola Briony, di sua sorella Cecilia (Keira Knightley) e di Robbie Turner (James McAvoy), due giovani innamorati destinati ad essere separati dalle bugie di Briony e dalla guerra imminente.

La sceneggiatura si mantiene estremamente fedele al testo di McEwan ed è coadiuvata dalla magistrale regia di Wright, che sa scavare nell’animo dei personaggi e al tempo stesso riesce a rappresentare l’indicibile orrore della guerra e a regalarci momenti di struggente romanticismo; non mancano neppure alcuni passaggi dall’ampio respiro epico, come la descrizione della marcia delle truppe inglesi verso Dunkerque ed il magnifico piano sequenza della spiaggia gremita di soldati. Da segnalare l’impeccabile ricostruzione d’epoca e la splendida colonna sonora di Dario Marianelli, scandita in maniera emblematica dai battiti dei tasti di una macchina da scrivere che creano un’atmosfera carica d’angoscia, come se fossero il sinistro presagio di un fato ineluttabile. Formidabili le prove di tutto il cast, in particolare i due protagonisti, la fascinosa Knightley e il bravissimo McAvoy, vera rivelazione del film; ma non si può non citare una sublime Redgrave, che compare negli ultimi minuti nel ruolo breve ma intenso dell’anziana Briony, scrittrice ormai affermata impegnata a confrontare le aspettative del pubblico con la durezza della realtà. Il finale, a dir poco straziante, ci riserva un colpo di scena che è un autentico pugno nello stomaco, a suggello di una pellicola straordinariamente emozionante in grado di catturare lo spettatore e di trascinarlo fino alla più acuta commozione.

Eventi

03 Gennaio 2008

Festival di Cannes: Sean Penn presidente della giuria

La 61ª edizione della manifestazione si terrà dal 14 al 25 maggio


20 Dicembre 2007

Un festival per “cose mai viste”

Il protagonista di Blade Runner Rutger Hauer ha scelto l’Italia per la prima edizione di I’’ve Seen Films International Short Film Festival


20 Dicembre 2007

Festa del Cinema: terza edizione dal 2 al 12 ottobre 2008

La manifestazione romana si avvicina alle date veneziane


20 Dicembre 2007

MIFF, il 31 dicembre scade il bando

I filmmaker hanno tempo fino a fine mese per partecipare alle prime selezioni


18 Dicembre 2007

Effetti speciali, parte la corsa all’Oscar

Grandi favoriti Transformers e 300, che dovranno contendersi il premio con altri “pericolosissimi” candidati. Scoprite quali


14 Dicembre 2007

Maremetraggio: iscrizioni aperte fino a fine gennaio

Se con il vostro corto avete vinto almeno un festival potete partecipare alla nona edizione del festival triestino. Ci sono in palio 10.000 euro


14 Dicembre 2007

Bologna si prepara al Future Film Festival

Pronta ad esplorare l’universo digitale, il 15 gennaio partirà la decima edizione del festival che ospiterà anche l’anteprima di Water Horse - La leggenda degli abissi


13 Dicembre 2007

Golden Globe: 7 nomination per Espiazione

Tra i candidati anche Michael Clayton, Sweeney Todd e La guerra di Charlie Wilson


12 Dicembre 2007

Elio Germano, Shooting Star 2008

L’attore è stato selezionato per la European Film Promotion: manifestazione volta a promuovere i giovani talenti europei


11 Dicembre 2007

Festival di Berlino: annunciati i primi 8 titoli in programma

Anche il film di Paul Thomas Anderson Il petroliere in concorso alla 58ª edizione del festival tedesco