andiamo al cinema

mercoledì 31 gennaio 2007

L'era glaciale 2 (il disgelo)


L’era glaciale sta per concludersi e gli animali prosperano in un paradiso in via di scioglimento. Ma quando scoprono che tutto il ghiaccio sciolto inonderà la loro vallata, la tigre, il bradipo e il mammut più famosi del mondo devono lanciare l’allarme e trovare il modo di sfuggire all’inondazione.
Dopo il successo del primo capitolo sono finalmente tornati Manny, Diego, Sid e soprattutto Scrat. Come per ogni film di successo un sequel è inevitabile, ma ultimamente Hollywood ci ha dato prova che un numero 2 può essere all’altezza o addirittura superiore all’originale, specialmente nel campo dell’animazione.
Dal punto di vista della qualità delle texture, gli studios Blue sky si sono evoluti parecchio rispetto al precedente capitolo, raggiungendo una definizione e un’accuratezza delle animazioni sorprendente che non ha nulla da invidiare ai risultati raggiunti dalla Pixar negli ultimi anni. Basti vedere il realismo della pelliccia di Manny e dell’acqua per rendersene conto. Dal punto di vista della storia invece, questo secondo capitolo, fa un passo indietro rispetto al suo predecessore: non ci sono più gli umani, e quindi non c’è più la tenerissima bambina da riportare ai loro genitori, in compenso c’è una miriade di personaggi in più, forse persino troppi.
La storia del film si basa sullo spunto dello scioglimento dei ghiacci e della conseguente migrazione forzata di tutti i protagonisti al di fuori della conca nella quale vivono, che verrà presto sommersa dall’acqua. Vista l’esilità della trama, la forza di questo film è la simpatia dei personaggi, e l’approfondimento della loro personalità: la paura dell’acqua di Diego, l’angoscia di Manny per essere l’ultimo Mammut, ad esempio, sono alcune delle costanti di questo secondo capitolo. Ma a vincere il premio simpatia è senz’altro Sid, per merito anche del doppiaggio del bravo Bisio, e l’irresistibile scoiattolino Scrat, al quale è dedicata una vera e propria storia parallela, che regala alcuni dei momenti più divertenti.Non particolarmente esaltanti le new entry, in particolar modo i due opossum ai quali è forse dato sin troppo spazio.
Se le animazioni di Scrat valgono da sole il prezzo del biglietto, agli sceneggiatori gli spunti per divertire non mancano: la narrazione è un puro pretesto per alcune gag che rimarranno nella storia come le più divertenti mai viste in un film d’animazione: dallo humor cinico e cattivo alla Tex Avery al travolgente ballo degli avvoltoi, fino agli echi dell’arca di Noé. Non manca nemmeno la sottotraccia educativa, con l’invito di Sid a Diego a superare le proprie paure magari con l’aiuto di una piccola bugia, che riesce ad essere edificante senza appiattirsi nel banale o nel pedante come nelle ultime produzioni Disney.

martedì 30 gennaio 2007

V per Vendetta


In un’Inghilterra scampata alla guerra nucleare e oppressa da una dittatura poliziesca, una giovane donna, Evey viene salvata da un uomo dal volto coperto da una maschera.
Era dal 1990, prima ancora del loro grandissimo successo Matrix, che i fratelli Wachowski pensavano di portare sullo schermo "V for vendetta", una ghaphic novel di Alan Moore uscita negli anni ’80 dai forti connotati politici. Dopo 15 anni ecco finalmente questo adattamento diretto però dal loro fidato assistente James McTeigue (un modo come un altro per i due fratelli di rimanere nell’ombra come loro abitudine).
V è un uomo che cela il proprio volto dietro una maschera di Guy Fawkes, il protagonista della fallita "cospirazione della polvere da sparo" (1605), caratterizzato da un tremendo passato e alla perenne ricerca di vendetta. Non a caso il suo film preferito è "Il conte di Montecristo" ma, a differenza di Edmond Dantes, la sua vendetta non è focalizzata contro dei singoli individui ma contro una subdola dittatura di Orwelliana memoria che, nell’ipotetico futuro raffigurato nella pellicola, controlla tutta l’Inghilterra. Una domanda aleggia durante la visione del film, ma il protagonista mascherato è un eroe o un terrorista?
L’opera, grazie ad un egregio testo di partenza ed un lavoro intelligente di attualizzazione delle sue principali tematiche, si rivela inaspettatamente una profonda riflessione politica sul mondo odierno. Si fa spesso riferimento al fatto che nella vita non esistono coincidenze e tutto è frutto di ciò che è stato fatto in precedenza, è difficile non notare in questo una critica alla politica estera degli Stati Uniti ("ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria"). Altro punto centrale, questo però più consunto, è il potere dell’informazione che però può vacillare in un popolo che acquista coscienza. La forza distruttiva della satira o il valore dell’idee e dei simboli possono ribaltare i governi e cambiare la storia. Meravigliosa la scena finale con l’intera popolazione, tutta mascherata allo stesso modo, che si riunisce in attesa di un particolare evento (vedrete poi con i vostri occhi) e dopo di questo con un semplice e liberatorio gesto, quello di togliersi la maschera, riacquistano la loro identità e soprattutto la loro libertà.
Una storia coinvolgente, ricca di spunti (lo stretto legame fra anarchia e rivoluzione, il male necessario, il prezzo della propria sicurezza) e colma di colte citazioni che solleticano in continuazione il cervello (Shakespeare, Dickens, Einstein…) per un action-movie riflessivo dove l’azione è sempre misurata e funzionale alla narrazione, merito di una buona regia ed un eccellente montaggio. Un film che ha tutte le carte in regola per diventare un cult.

lunedì 29 gennaio 2007

Hooligan


Tempo di mondiali tedeschi, e seppur il grande rischio sicurezza paia essere quello di alcune frange della tifoseria polacca, il termine "hooligan" rimane ben ancorato alla cultura inglese.Ecco quindi un film, che con la storia pretestuosa di un ragazzo americano (Elijah Wood) che per una serie di ragioni si ritrova attratto ed invischiato in una delle tante bande (in questo caso supporters del West Ham United di Londra) che compongono questo fenomeno, cerca di riportarne dinamiche e violenza.Già un regista inglese (Philip Davis) film ci provò con ottimi risultati nel 1995 (anch'esso si chiamava "Hooligans") adesso ci prova l'ex campionessa di karate e kickboxing Lexi Alexander.Potrebbe essere il giusto presupposto per un film incentrato più sull'azione (ovvero le risse) che sul resto, si rivela invece una scelta vincente su tutta la linea. "Hooligans" funziona sia sotto il punto di vista della narrazione (convenzionale, ma senza dubbio interessante) che su quello più ampio, che potremmo dire documentaristico, del fenomeno. Un mondo nascosto agli occhi dei più, che ormai quasi organizza i propri incontri/scontri in posti ben precisi per sfogare, inconsciamente, la propria condizione di impotenza nei confronti di una vita che li vede perdenti. Squadre di teppisti, in cui il calcio è solamente un pretesto per delineare l'appartenenza, che si sfidano ad ammazzarsi di botte, senza armi da fuoco ma con tutto il resto, cercando di avvicinare il proprio avversario il più possibile alla morte, senza però farcelo arrivare (quando capita sono "eccezioni"). E chissà se in parte Chuck Palahniuk non si ispirò anche loro nello scrivere la violenta risposta al consumismo dei personaggi di "Fight club"..."Hooligans" fotografa la situazione ben trasmettendo quanta ferocia ed in fondo consapevolezza ci sia nei protagonisti di tutto questo, senza né condannarli né assolverli. Sono quello che sono: hooligans.

sabato 27 gennaio 2007

United 93


11 settembre 2001. Poche decine di passeggeri viaggiano tranquilli sul volo 93 della United Airlines, quando all’improvviso un commando di terroristi s’impossessa del veicolo.
A cinque anni dal fatidico evento, dopo un periodo di "tabù" per il tema dei dirottamenti aerei al cinema, piano piano le cose stanno ritornando alla normalità. La domanda più che legittima è: sarà pronto il pubblico ad accogliere un film su quella ferita ancora aperta? È troppo presto? A rispondere all’arduo interrogativo c’è il regista Greengrass che già con il suo film "Bloody Sunday" aveva dimostrato di saperci fare con temi "delicati". Le reazioni del pubblico in patria sono state controverse, ma l’accoglienza critica è stata entusiasta.
La pellicola ricostruisce tutto quello che succede nelle torri di controllo di New York e Boston durante l’attacco dell’11 settembre, e soprattutto quello che succede all’interno dell’aereo United 93, l’unico dirottato nel quale i passeggeri avevano la consapevolezza di quello che stava succedendo, e potevano quindi avere una reazione contro i terroristi.
Il registro scelto da Greengrass è l’unico possibile: realismo assoluto. Camera a mano, riprese "mosse" stile videoclip, che in questo caso, a differenza di molti altri prodotti, ha un suo perché. L’atmosfera ricreata, sia all’interno della torre di controllo che dell’aereo è estremamente verosimile, grazie ad un lavoro accurato degli autori che si sono documentati con grande attenzione interrogando i familiari delle vittime e gli stessi operatori degli aereoporti interessati. Questo era l’unico modo possibile per rendere credibile una tale operazione senza scadere nella retorica e in didascalismi. Dal punto di vista emotivo il risultato è impressionante: difficile rimanere freddi con la consapevolezza che tutto ciò a cui assistiamo è successo realmente, e non è uno dei tanti film del filone catastrofico-aereo che andava tanto di moda negli anni ’80. La tensione sale progressivamente, l’ansia viene avvertita quasi in modo fisico dallo spettatore. "United 93" non fa sconti: colpisce duro ma non giudica, mostra la cruda realtà, o almeno come si pensa che sia stata,senza prendere parte e lascia al pubblico il compito di commentare. Emblematica, da questo punto di vista, la sequenza nella quale vengono mostrati i dirottatori e dirottati pregare assieme, ognuno il suo dio, una scelta forse "politically correct" ma doverosa.
Talvolta il regista forse esagera con la camera a mano, conferendo un ritmo forse eccessivamente elevato che rischia di disorientare lo spettatore creando un po’ di confusione. Un’altra scelta discutibile è quella di non fare un minimo di presentazione dei personaggi prima dell’imbarco, scelta senz’altro motivata dalla necessità di mantenere un certo distacco emotivo dalla vicenda. Nel complesso comunque si può dire che Greengrass abbia vinto una scommessa difficile, realizzando un film quasi impeccabile che non offende nessuno ma dice solo le cose come sono state. Che poi in realtà l’aereo sia stato abbattuto dall’aviazione, e quella raccontata dal film sia solo una favoletta raccontata dai servizi segreti americani è un altro discorso, purtroppo difficilmente lo sapremo mai, e non spetta certo ad un film il compito di rivelarlo.

giovedì 25 gennaio 2007

Garfiled 2


Per fare una sorpresa al padrone che si trova a Londra per chiedere la mano della fidanzata, Garfield, il gatto meticcio più famoso d’America, attraversa l’oceano col suo compagno d’avventure, Odie il cane. Un volta arrivato in Inghilterra viene scambiato per il gatto ereditiere di un castello e di una immensa fortuna lasciatagli dalla padrona defunta. Ma il nostro amico non riuscirà a godersi la vita da principe sino in fondo...
Dopo il buon successo del primo film (200 milioni di $ di incasso a fronte di un budget di 50) ritorna sullo schermo il simpatico Garfield, il gattone sfaticato che ama guardare la tv spaparanzato sul divano ed ha una predilezione per le lasagne, frutto del fumettista Jim Davis. Cast confermato (anche a livello di doppiatori, a dare la voce al protagonista felino c’è sempre il comico Fiorello) mentre la regia passa da Peter Hewitt all’esordiente Tim Hill.
Sappiamo che tra le regole non scritte del cinema c’è quella che il seguito di un film sia sempre peggio dell’originale, qui purtroppo non ci troviamo nell’eccezione e, se aggiungiamo che il primo capitolo non era certo un’opera particolarmente riuscita, ecco che otteniamo un insipido e scialbo prodotto. Il film è mal digeribile per qualsiasi fascia di età, difatti i più piccoli si troveranno di fronte una pellicola graficamente poco accattivante, onestamente non si registrano miglioramenti nella resa visiva di Garfield che rimane insufficiente, mentre i più grandi dovranno fare i conti con una storia ben poco appassionante e divertente, che ricicla debolmente classici come "Il principe e il povero". E’ poi evidente come gli stessi protagonisti, incredibilmente anche lo stesso Garfield, pur essendo animato, credano ben poco nella pellicola appiattendosi senza difficoltà alla scarna sceneggiatura.
Se vogliamo cercare qualche nota positiva c’è da segnalare un buon Billy Connolly (visto di recente in "Lemony Snicket’s" e "Timeline") nel ruolo del villain lord Dargis, l’unico a strappare qualche sorriso. Comunque troppo poco per giustificare i seppur pochi 75 minuti del nostro prezioso tempo.

mercoledì 24 gennaio 2007

Mission impossible 3


L’agente Ethan Hunt si sta per sposare, ma viene reclutato per un nuovo pericoloso incarico: porre fine ad un complotto con il quale un gruppo di uomini influenti tentano di impossessarsi dell’ordine economico mondiale. Suo malgrado Hunt sarà coinvolto in modo molto personale nella vicenda.
Dopo due registi affermati come John Woo e Brian De Palma la mano passa a J.J.Abrams, uno dei nomi che contano nel panorama dell’intrattenimento televisivo, creatore di due dei serial più cinematografici che si siano visti di recente: "Lost" e "Alias". Notevole anche il cast, dove al solito Tom Cruise si contrappone il grande Philip Seymour Hoffman nel ruolo del villain di turno, e con una parte anche per il bravissimo Johnatan Ryes-Meyers ("Match point"), che mostra il suo talento anche in una particina di un film d’azione come questo.
In "Mission impossible 3", per la prima volta cinema e televisione sembrano aver trovato il loro punto d’incontro. Abrams non rinuncia ad uno stile "televisivo", ma nel senso positivo del termine, che va a nozze con lo spirito glamour e modaiolo dei capitoli precedenti. La regia in stile videoclip è usata in modo appropriato, con continui movimenti di macchina a sottolineare le situazioni di angoscia e imminente pericolo nelle quali i protagonisti si trovano continuamente. L’azione è incessante e non concede tregua, paradossale a tratti, ma diretta con grande senso del realismo, cosa che contribuisce ad aumentare il divertimento e l’adrenalina.
Rispetto ai capitoli precedenti Abrams, come aveva già detto in alcune interviste, ha voluto dare più spazio alla storia e ai personaggi, una storia che francamente si fa un po’ di difficoltà a seguire, tra una sequenza esplosiva e l’altra. Per rendere più "umano" il personaggio di Cruise si è voluto sottolineare la difficoltà della doppia vita di un agente segreto, che si trova spesso ad essere coinvolto personalmente nelle proprie missioni. Il risvolto sentimentale è forse il meno riuscito, un po’ appiccicato con lo sputo, ma è un difetto che si può perdonare in un film del genere, una pellicola senza nessuna pretesa se non quella di svagare con stile.
Un prodotto che si può definire "esplosivo", adrenalina allo stato puro, che raggiunge standard di spettacolarità a cui non eravamo abituati, con un occhio ai personaggi e alla storia e la giusta dose di ironia: una ricetta vincente. Il magnetismo di Tom Cruise, ancora una volta perfetto nei panni di Ethan Hunt, è sfruttato nei migliore dei modi, così come quello del "cattivone" Hoffman. Notevole anche l’uso delle ambientazioni, tra Shangai e Vaticano. Se amate il genere è un film perfetto per staccare il cervello per due ore, senza sensi di colpa.

martedì 23 gennaio 2007

Poseidon

É la sera dell’ultimo dell’anno e a bordo del transatlantico Poseidon, al largo del Nord Atlantico, sono iniziati i festeggiamenti. Nel frattempo, sul ponte, il primo ufficiale, esplorando l’orizzonte vede un’onda anomala, un mostruoso muro d’acqua alto un centinaio di metri che si sta avvicinando a una velocità pazzesca. Cerca di eseguire una manovra per evitare l’impatto, ma è troppo tardi….
Dopo il "Titanic" un altro transatlantico torna ad essere protagonista al cinema. Trattasi del Poseidon, una nave da crociera di lusso dall’analogo infausto destino, affondata però non da un iceberg ma da un’onda anomala. La storia narrata che la vede protagonista in questo nuovo film del regista Wolfgang Petersen, cineasta dai risultati altalenanti (suo il mediocre "Troy" con Brad Pitt), non è originale visto che fu già inscenata in un disaster-movie del 1972 che si intitolava "L’avventura del Poseidon". Il risultato di questo remake è stato un clamoroso flop artistico e, soprattutto, commerciale (50 milioni di dollari incassati negli U.S.A a fronte di un budget di 160 milioni). Il perché di questo "affondamento" è tutto nei 100 minuti della durata della pellicola, abbastanza flebili e poco emozionanti.
Una regola che di solito viene seguita da tutti i film catastrofici è quella di far entrare in empatia il pubblico con i futuri protagonisti della tragedia. In questo Petersen fallisce miseramente, ed infatti le pur spettacolari immagini del disastro non provocano né un gran coinvolgimento né tanto meno trasmettono la forza tragica dell’evento. Addirittura successivamente, quando i personaggi principali cercano una via di uscita dalla nave, i cadaveri che via via incontrano sembrano accessori di scena buttati là tanto per dire che è successo qualcosa di orribile. Ciò basterebbe a decretare l’insuccesso dell’operazione, peccato che si assista anche ad una serie di vicende interpersonali abbastanza banali e scontate, con un finale preso pari pari da "Armageddon", e delle sequenze d’azione male gestite, soprattutto quelle più claustrofobiche, con una perdita di riferimenti spazio temporali che rendono solo più confusi gli accadimenti.
A livello registico ci sono da segnalare solo un paio di interessanti riprese subacquee, un po’ troppo poco considerato anche il budget. Un film infine senza un vero perché, con un insieme di attori composti da deprimenti nuove leve e spaesate vecchie glorie (poveri Kurt Russell e Richard Dreyfuss che poco possono fare con personaggi tratteggiati con l’accetta). Fortuna che l’inabissamento del Poseidon sia finzione se no avremmo avuto superstiti della tragedia e parenti delle vittime inferociti.

lunedì 22 gennaio 2007

The fast and the furious - Tokyo drift


Shaun Boswell è un adolescente con la passione per le corse d’auto estreme che per evitare il riformatorio si trasferisca a Tokyo. Qui vive in un minuscolo e squallido appartamento in una zona popolare della città con il papà militare; ma tutto questo non basta a fargli perdere le vecchie abitudini.
Anche "The fast and furious", serie di film incentrati sulle corse clandestine ed il fascino dei motori "truccati", arriva al terzo capitolo con questo "Tokyo Drift" che, a dire il vero, già in partenza sembra promettere poco, con una serie di attori sconosciuti ed una bizzarra scelta di ambientare la storia in Giappone. Inutile dire che la promessa viene naturalmente mantenuta. Se i primi due capitoli, chi più e chi meno, offrivano un intrattenimento godibile, questa ultima avventura arriva addirittura ad annoiare e non bastano chilometri di drifting, un particolare stile di guida che dovrebbe essere l’attrattiva della pellicola, per salvare la baracca.
Il film fallisce miseramente sotto tutti i punti di vista, se difatti una storia prevedibile e ricca di insensatezze era da mettersi in conto, questa non viene compensata da sequenze spettacolari e divertenti come era capitato nelle precedenti pellicole della serie. Anzi la regia del taiwanese Justin Lin, capace solo di fare inutili rallenty, spende molto più tempo nel narrarci i banalissimi intrecci presenti che non le varie corse di automobili. La location estera che fa da contorno alle vicende è poi patinata a pennello per accattivare i gusti dei più giovani, con una Tokyo dove sembra che non si faccia altro che "driftare" e partecipare a festini.
Anche l’attore principale, tal Lucas Black, ha molte colpe nell’inefficacia del film, il suo carisma e la sua simpatia sono pari a zero e riesce nell’ardua impresa di far rimpiangere Paul Walker. C’è solo una cosa gradevole in tutta la pellicola ma bisogna attendere la fine per vederla e, visto il livello del film, non vi rovino di certo la sorpresa dicendovi di che si tratta.

domenica 21 gennaio 2007

Bandidas


1880. La dura legge del Far West non risparmia neanche il Messico. Sara, figlia di un ricco banchiere e Maria, figlia di contadini, avevano pochissime possibilità di incontrasi e dividere la stessa sorte. Almeno fino al giorno in cui Tyler Jackson, rappresentante della New York Bank and Trust, le unisce nella cattiva sorte, distruggendo le loro famiglie per impadronirsi illegalmente delle terre messicane e permettere il prolungamento della ferrovia americana. Decise a vendicare i propri padri e a proteggere la terra dei contadini, le due giovani donne si trasformano in rapinatrici che assaltano, però, soltanto le filiali della Bank and Trust.
Un genere come quello Western tipicamente americano, un produttore e sceneggiatore francese come Luc Besson, due registi norvegesi provenienti dal mondo della pubblicità di nome Roenning e Sandberg, e due attrici degne esponenti della bellezza latina come Penélope Cruz e Salma Hajek. Questi sono i vari disomogenei elementi che danno vita a "Bandidas", un film che è un po’ tutto ed un po’ niente e si fa dimenticare presto.
Obbiettivo principale della pellicola, come è norma per quelle firmate Besson, è offrire un intrattenimento leggero e divertente condito da qualche sequenza d’azione. Lo scopo alla fine viene certamente raggiunto ma, come accade spesso, questo è accompagnato da una sceneggiatura piuttosto puerile. Il film, ambientato in un Messico della fine del diciannovesimo secolo degno di Zorro, è mosso da personaggi alquanto monodimensionali (il cattivo di turno su tutti) ed è colmo di situazioni troppo patinate ed ammiccanti, alcune pacchiane come quella conclusiva con un inutile bullet-time.
Gli autori poi sembrano puntare troppo sulle due protagoniste e sulla buona alchimia che regna fra loro (le due sono grandi amiche nella vita reale) dimenticandosi di tratteggiare con maggiore profondità i loro caratteri e ciò che gli ruota attorno. Da segnalare la simpatica interpretazione di Steve Zahn, fautore principale degli spunti più comici presenti nel film.

sabato 20 gennaio 2007

The Sentinel


Pete Garrison è un agente dei servizi segreti americani. Amato e rispettato dai colleghi, Garrison ha fatto carriera ed è diventato capo della sorveglianza della First Lady dove è a contatto con le sfere più alte della gerarchia e si occupa di piani segreti, procedure, mappe e nomi in codice. Ma il suo universo lavorativo entra in crisi quando cominciano a venire alla luce degli inquietanti segreti: un collega e amico di Pete, Charlie Merriweather, gli parla di un’informazione altamente confidenziale della quale vorrebbe metterlo al corrente.
"The sentinel" inizia con dell’immagini di repertorio che ricordano molto da vicino quelle dell’attentato, fortunatamente non andato a buon fine, del 1981 all’allora presidente degli U.S.A Reagan. Qui però compare una ipotetica guardia del corpo, interpretata da Micheal Douglas, che fece da scudo umano al presidente salvandogli la vita. E’ proprio lui il protagonista della vicenda poi narrata che si pone ai giorni nostri e che lo vede ancora una volta indaffarato a sventare un complotto per eliminare il maggior inquilino della Casa Bianca. Onestamente rispolverare oggigiorno spy-story con fulcro l’attentato all’uomo più potente del mondo quando il terrorismo mira a colpire il maggior numero di persone comuni, pare un’operazione anacronistica.
Questo gusto di datato è certamente uno dei maggiori difetti del film e, cattivi di turno che sono ex-membri del KGB, e un presidente che desidera abbracciare il trattato di Kyoto, non fanno che confermare questa sensazione. Purtroppo le noti dolenti non si fermano a questo ma va segnalata anche una caratterizzazione dei vari personaggi abbastanza scadente, dallo stesso protagonista alla First Lady Kim Basinger (ridicola in particolare la loro love-story), ed un intreccio senza particolari colpi di scena, a tratti inverosimile e che regala sequenze d’azione poco emozionanti.
Il cast poi abbastanza ricco, che oltre ai già citati Basinger e Douglas vede le due star televisive Eva Longoria ("Desperate Housewives") e Kiefer Sutherland ("24 ore"), recita decisamente con poca convinzione. Un prodotto per finire poco più che mediocre, guardabile e mai noioso ma privo di qualsivoglia elemento degno di nota.

venerdì 19 gennaio 2007

Ti odio, ti lascio, ti...


Brooke e Gary, stanno insieme da parecchio, e come in molte altre coppie i litigi sono una routine. Brooke però non ce la fa più e vuole separarsi. Il problema è che nessuno dei due ha intenzione di lasciare la casa e l’unica soluzione rimane quella di una coabitazione forzata in cui non mancheranno dispetti reciproci.
Con i suoi 120 milioni di dollari di incasso "The break-up" (di cui è meglio non commentare la versione italiana del titolo) è stato uno dei maggiori successi dell’estate americana 2006. Merito del successo i due bravi e simpatici protagonisti, Jennifer Aniston e Vince Vaughn, ed un plot, la storia di due ex costretti a convivere nella medesima casa, in apparenza foriero di molti spunti comici. In realtà il film non è una commedia eccessivamente brillante e non è esente da vari difetti, però grazie ad alcune note positive si salva parzialmente.
Il film fin dall’inizio percorre un’apprezzabile strada, quella di non prendere mai pieghe troppo improbabili per cercare la facile risata, restituendoci così una storia abbastanza verosimile, che ben rimarca come una coppia non possa sussistere senza un reciproco sacrificio e in cui molti potranno immedesimarsi. L’intreccio narrato però lascia più di una perplessità con alcuni sviluppi poco convincenti, i particolare l’evoluzione del protagonista maschile, lo sfaticato Gary. Per esempio si rimane un po’ interdetti che quest’ultimo, dopo un’ora e mezzo di film, abbandoni l’ascia di guerra con l’ex-fidanzata semplicemente perché un suo amico gli ha fatto notare quanto è egoista. Efficace e piacevole sorpresa si rivela invece la conclusione, che con un po’ di furbizia riesce a far contenti tutti gli spettatori, sia quelli più romantici che i disillusi.
Per quel che riguarda l’aspetto comico va detto che purtroppo le situazioni veramente divertenti nella pellicola sono poche ed isolate, ed alcuni sketch, anche insistiti, funzionano poco. Non mancano poi clichè oramai abusati, uno su tutti, l’insopportabile amico gay di lei. Per finire un film non deprecabile che però vive di momenti.

giovedì 18 gennaio 2007

Cars


Saetta McQueen, giovane macchina da corsa, deve attraversare gli Stati Uniti per partecipare alla finalissima della Piston Cup che lo vede protagonista con altre due auto. Ma il viaggio sulla mitica "Route 66" si interrompe a causa di un piccolo incidente e Saetta è costretto a fermarsi a Radiator Springs, dove fa la conoscenza di eccezionali veicoli: un’automobile classica degli anni ’50, un furgoncino e altri...
Il nuovo lavoro della Pixar, "Cars", è ambientato in un mondo completamente popolato di automobili dove non c’è traccia di esseri umani. Protagonista delle vicissitudini narrate è un’auto da corsa, Saetta McQueen, che sogna di vincere la Piston Cup, il trofeo più ambito per una macchina. Già da questa introduzione si può comprendere l’originalità del soggetto, fattore sempre presente nelle produzioni della casa di Nemo. Ciò però basterebbe a poco se a questo non si aggiungesse una messinscena efficace, ed è proprio qui che la Pixar sembra non sbagliare un colpo.
Il film è un altro piccolo gioiello del giovane genere d’animazione computerizzata, il livello tecnico raggiunto è eccezionale e l’immagini sono un piacere per l’occhio, ricche come sono di vivaci colori e dettagli curatissimi (basta guardare i riflessi sulle carrozzerie delle auto). La storia con grande equilibrio sa appagare grandi e piccini regalando ad entrambi due ore di ottimo intrattenimento. Per i più piccoli c’è una collezione di simpatici e bizzarri protagonisti (tra cui Luigi, omaggio alla nostra FIAT 500) ed una morale finale assai decoubertiana che gli ricorda come vincere non sia la cosa più importante quando si pratica uno sport. I più grandi invece possono sorridere grazie ad una serie di divertenti situazioni e qualche citazione, e riflettere sulla moderna frenesia che non ci fa più godere ciò che ci circonda, qui mostrata con un parallelismo degli effetti delle autostrade sui centri meno importanti.
Quest’ultimo aspetto in particolare è uno dei più riusciti dell’opera e regala alcune scene forse tra le più malinconiche della cinematografia Pixar. Una pellicola dunque di buonissimo livello che non delude le aspettative oramai sempre più pesanti sui lavori della casa di produzione affiliata alla Disney, visti i mediocri risultati dei moltissimi film d’animazione delle produzioni concorrenti.

mercoledì 17 gennaio 2007

"FBI operazione tata"


Per mettere nel sacco un presunto malvivente, torna in azione Malcolm Turner, l’agente dell’F.B.I., con uno dei suoi travestimenti. Anche stavolta, infatti, dovrà mascherarsi da tata per far finta di accudire i figli del sospettato. I guai sorgono, quando si renderà conto di essersi affezionato a quei bambini...
"FBI operazione tata" è il seguito della divertente commedia "Big mama", uno dei primi grandi successi americani del comico Martin Lawrence. In quella pellicola il suo personaggio, l’agente F.B.I Malcolm Turner, si travestiva da vecchia signora per risolvere un delicato caso. In questo sequel la cosa si ripete in modo pressoché identico ma con risultati cinematografici assai inferiori, soprattutto a livello comico.
Il buon Martin Lawrence in tutta la durata del film non riesce a strappare una risata, anzi a volte la sua ostentata mimica infastidisce. Poi non si capisce mai se per travestirsi faccia uso di una semplice imbottitura o di un trucco integrale, visto che nella pellicola nel giro di due minuti prima compare in costume da bagno mostrando un travestimento da molte ore di make-up, e dopo poco gli esce l’imbottitura da una veste, con conseguente confusione nella testa dello spettatore. Certo la colpa della completa inefficacia di questo prodotto non è solo dell’attore protagonista ma anche di una sceneggiatura veramente puerile in cui è difficile trovare un qualche spunto degno di nota. Anche il presunto intreccio giallo che dovrebbe dare una struttura alla narrazione è confuso e tirato via.
Un secondo capitolo di cui si sarebbe volentieri fatto a meno, in cui il divertimento è ai minimi storici e la banalità tocca vette altissime. Se Lawrence vuole avere un minimo di successo anche fuori dagli U.S.A deve certamente cambiare strada.

martedì 16 gennaio 2007

Profumo - storia di un assassino


L’handicap di nascere privo del senso dell’olfatto, in realtà si rivela per il trovatello Jean-Baptiste Grenouille, la sua grande fortuna, infatti, piano piano ne sviluppa una forma sensibilissima che gli permetterà di realizzare i profumi più rinomati del mondo. Non contento dei successi ottenuti però, Grenouille, cercherà di ottenere un profumo "divino", questo farà prendere alla storia un tragico epilogo...
"Il profumo" è uno dei romanzi tedeschi più famosi e fortunati. Scritto dal riservatissimo Patrick Süskind, ha venduto dal 1985 ad oggi 15 milioni di copie in tutto il mondo. Due sono i motivi che ne hanno ritardato fino al 2006 l’adattamento cinematografico: il rifiuto dal parte dell’autore di cederne i diritti fino al 2000, ed un certa apprensione da parte dei registi interessati al progetto (tra cui anche Stanley Kubrick) nel trasporre la storia, basata soprattutto sulle sensazioni olfattive del suo protagonista, Jean Baptiste Grenouille.
E’ stato proprio questo, dare spessore al mondo degli odori e cercare, attraverso suoni ed immagini, di farli percepire, la sfida più difficile ed interessante che si è trovato ad affrontare il talentuoso regista Tom Tykwer (esploso nel 1998 con "Lola corre"), scelto per dirigere questo ambizioso progetto. Alla fine sembra in parte riuscirci, regalando alcune sequenze abbastanza accattivanti. Però come ci ricorda il sottotitolo del film, "Storia di un assassino", l’opera dovrebbe essere anche un thriller della categoria "serial killer", ed è qui che invece il regista singhiozza, creando raramente la tensione emotiva caratteristica delle pellicole di questo genere. Inoltre la conclusione del film può lasciare piuttosto interdetti, sia perché la storia prende una svolta decisamente fantastica, cosa che però a posteriori ha il suo senso, ma soprattutto perché non appare del tutto ben girata. L’orgiastico epilogo difatti risulta involontariamente ridicolo inficiando irrimediabilmente il pathos del climax.
A livello recitativo e tecnico non si registrano particolari pecche e, poiché siamo lontani da Hollywood (il film è una coproduzione europea), la cosa non può che essere apprezzata. In conclusione un’opera con diversi spunti degni di attenzione, che grazie alla qualità del soggetto va a disvelare la ricchezza ed i misteri di un mondo poco esplorato dalla settima arte come quello degli odori, ma che però non eccelle per quel che riguarda il mero intrattenimento.

lunedì 15 gennaio 2007

The Black Dahlia


Los Angeles, 1947. Due poliziotti, Blanchard e Bleichert, indagano sulla misteriosa morte di Elizabeth Short, una ex prostituta ora aspirante attrice, nota anche come Dalia Nera. I due poliziotti dopo aver scoperto che il fidanzato della vittima non é del tutto estraneo ai fatti si rendono conto che anche all’interno della polizia c’é qualcuno che non vuole far luce completamente sull’omicidio.
L’omicidio di Elizabeth Short, aspirante attrice, trovata il 5 gennaio 1947 a Los Angeles mutilata in maniera orrenda, è rimasto uno dei crimini più famosi della storia americana, innanzitutto perché è tuttora irrisolto e, fatto non secondario, perché avvenuto in quella che dovrebbe essere la "fabbrica dei sogni", Hollywood. Una soluzione a questo enigmatico caso, lavorando di fantasia, l’ha data lo scrittore James Ellroy (autore di "L.A. Confidential") nel suo apprezzato romanzo "La dalia nera", testo di riferimento di questa omonima pellicola diretta dal celebre Brian De Palma, reduce dall’insuccesso di "Femme fatale".
Il film si presenta fin dall’inizio con un forte gusto retrò, ed è evidente da parte del regista la volontà di rispolverare il genere noir degli anni d’oro. A coadiuvarlo in questa operazione c’è l’egregia scenografia di Dante Ferretti che ci riporta a vivere l’ambigua atmosfera della Los Angeles degli anni ’40, in cui sotto un massiccio strato di patina si nascondevano le azioni più nefande. Purtroppo in questo ottimo background si disvela una vicenda troppo intricata, se non confusa, che alla fine poco appaga lo spettatore. De Palma non riesce a dare compattezza alle molte sottotrame presenti nel libro di partenza e ci restituisce un racconto troppo denso di eventi, dove ci si perde spesso fra decine di nomi di personaggi appena accennati, e dove le varie iterazioni fra i protagonisti, per forza di cose, sono approcciate in maniera assai superficiale. La scelta degli attori principali poi non sembra delle più azzeccate e nessuno sembra dare al proprio personaggio l’opportuna profondità e ricchezza di sfaccettature tipici del genere. Soprattutto i giovani Josh Hartnett e Scarlett Johansson non paiono del tutto credibili nei loro ruoli.
Alla fine la più efficace è, seppur presente per pochi minuti, l’attrice Mia Kirshner, che interpreta la sfortunata Dalia del titolo, intensa e ben calata nella sua parte. In conclusione un film decisamente sotto le aspettative, dove ad una bella confezione e qualche mirabile ripresa (tra cui un bel piano sequenza che ammicca con evidenza al "L’infernale Quinlain" di Orwell), fa da contraltare un intreccio sfilacciato e che fila via senza scuoterci particolarmente.

domenica 14 gennaio 2007

World Trade Center


11 settembre 2001, New York. John McLoughlin è un veterano del dipartimento di polizia di Port Authority che come ogni mattina si reca al lavoro a Manhattan. Appresa la notizia della gravissima situazione in cui versa il World Trade Center, si reca sul posto con una squadra di cui fa parte la matricola Will Jimeno. Penetrati nell’edificio, rimangono intrappolati dopo un crollo sotto circa sei metri di lastre di cemento e lamiere contorte...
I fatti narrati da questo film sono drammaticamente noti a tutti ma, dopo i risvolti politici seguiti al telegiornale e la prospettiva dei passeggeri dei due aerei offertaci dal recente "United 93", per la prima volta ci è data l’occasione di rivivere quegli sconvolgenti momenti dal punto di vista di due persone intrappolate sotto le macerie, gli agenti John McLoughlin e Will Jimeno, e le loro famiglie.
Cinematograficamente il film rappresenta una svolta estremamente positiva per il regista Oliver Stone che, dopo il flop di "Alexander", si riprende egregiamente dimostrando ancora una volta grandi doti artistiche, oltre che una sensibilità umana non comune di questi tempi. Infatti il regista compie delle scelte, come il non mostrare mai né gli aerei, né gli schianti contro le torri, né il crollo delle torri stesse, che, se da una parte rendono il film meno spettacolare, dall’altra dimostrano una grande comprensione verso tutte le 2749 persone che hanno perso la vita quel giorno e tutte le loro famiglie.
Molto apprezzabili poi le interpretazioni degli attori principali: su tutti spiccano le performance di Michael Pena (Will Jimeno) e Maggie Gyllenhaal (Allison Jimeno) che riescono a catturare completamente l’attenzione dello spettatore facendogli provare delle forti emozioni. Il pubblico si trova costretto così a domandarsi, forse per la prima volta, cosa debbano aver realmente provato tutte le persone che hanno vissuto direttamente i fatti dell’11 settembre. Concludendo, la visione del film è fortemente consigliata sia per tornare a godersi un Oliver Stone in grande forma rinato dalle sue ceneri, sia per avere un punto di vista differente sui drammatici attacchi terroristici che hanno sconvolto l’America e il mondo intero.

sabato 13 gennaio 2007

La gang del bosco


Un gruppo di bestioline, si stabilisce in un parco cittadino. L’eccitazione della comitiva é al massimo perchè pensano che per loro sarà molto facile procurarsi da mangiare...
La Dreamworks nel campo dell’animazione 3D continua a collezionare successi, e dopo "Shrek 2" e "Madagascar", ecco arrivare "La gang del bosco". Tratto dalla serie di strisce a fumetti "Over the Hedge", scritta e disegnata da Michael Fry e T. Lewis, il film narra le avventure di una spassosa "gang" di animali, composta da un "evoluto" procione, una cauta tartaruga, una famiglia di porcospini, una temuta puzzola, un agitato scoiattolo e una coppia di timorosi opossum.
La storia che ruota attorno a questa variegata fauna è tutto sommato molto semplice. Tal semplicità però alla fine risulta un pregio della pellicola. Questa difatti ha una struttura narrativa ben compatta, che dedica ampio spazio alla caratterizzazione di tutti i protagonisti. Quest’ultimi con le loro debolezze e le loro virtù ben delineate conquistano gli spettatori, facendoli divertire e rendendoli più partecipi del loro piccolo dramma. Anche a livello contenutistico, la regia del duo composto da Tim Johnson e Karey Kirkpatrick, si preoccupa di evidenziare poche ed esplicite tematiche, di natura prevalentemente ecologista. La critica al consumismo sfrenato e lo scarso rispetto per l’habitat degli animali della nostra società, non è certo velata, ma ben si sposa con il racconto.
Va registrato a scapito del prodotto qualche scopiazzatura (lo scoiattolo è fin troppo simile a quello già visto in "Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti"), ed un tono generale meno scorretto ed irriverente rispetto ai precedenti lavori della casa di produzione. Egregia invece la resa visiva, oramai vicina agli standard Pixar. Un’opera in conclusione assai piacevole che con garbo ci invita ad aver maggior riguardo per i nostri vicini a quattro zampe.

venerdì 12 gennaio 2007

L'ultima Porta


In una piccola stanza di ospedale, Frankie Heywood giace in coma profondo, così profondo che nessuno può raggiungerla. Per i suoi genitori è il peggiore degli incubi. Per mesi hanno vegliato accanto al letto di Frankie aspettando invano un segno di vita. Ora i medici stanno loro spiegando che il risveglio di Frankie potrebbe causare gravi problemi psicologici al fratello Ben. Il loro matrimonio, già in crisi, è sul punto di rottura. Contro qualsiasi parere si aggrappano all’ultima possibilità...
Presentato dalla Eagle pictures, tramite una astuta ed, col senno di poi, oltraggiosa campagna pubblicitaria, come un prodotto addirittura oltre "Il sesto senso" e "The others", "L’ultima porta" (titolo originale "The Lazarus child", ben più congeniale) si rivela, come prevedibile, un film assolutamente inferiore rispetto alle opere sopra citate, inoltre, fattore ben più preoccupante per chi ancora si fida dei trailer, con quest’ultime non ha niente a che fare anche a livello contenutistico. Difatti qui ci viene narrata una storia di una bambina che attraverso cure non convenzionali viene riportata in vita, plot che di spaventevole ha ben poco, e dove di fantasmi degni di essere chiamati tali non vi è traccia.
Togliendo i primi minuti, che possano suscitare un discreto interesse perciò che verrà raccontato, il film procede a dir poco sciattamente, senza alcun tipo di colpo di scena, fino all’insulso finale. La regia dello specialista del piccolo schermo Gram Theakston, qui al suo esordio cinematografico, è piatta, e i tentativi di provocare qualche sussulto nello spettatore con qualche apparizione o iride sbiancato, risultano ridicoli. Inoltre, tematiche che il film vorrebbe portare alla luce, come l’accanimento terapeutico, l’eutanasia, e la zona inesplorata fra vita e morte che può sussistere nello stato comatoso, sono trattate nel modo più banale e sterile possibile.
Le interpretazioni dei vari protagonisti poi, così svogliate e poco convinte come sono, non aiutano certo a risollevare le sorti di un film veramente mediocre, esile nello svolgimento e inefficace nel creare qualsiasi tipo di pathos nello spettatore.

giovedì 11 gennaio 2007

Baciati dalla sfortuna


Ashley vive a Manhattan ed ha fama di essere molto fortunata. Jake invece è un ragazzo veramente sfortunato. I due si incontrano e si innamorano e, come per magia, i loro destini si scambiano e tutta la buona sorte di lei passa a lui.
La fortuna e la sfortuna, questi sono i due elementi cardini della pellicola. La prima favorisce Ashley Albright (Lindsay Lohan) una ragazza che riesce ad ottenere tutto quello che vuole dalla vita senza grandi sforzi, mentre la seconda, la sfiga, attanaglia Jake (Chris Pine) oramai abituato all’idea che le cose gli vadano sempre storto. Un bacio invertirà i loro destini ed insieme ad i due protagonisti capiremo che la vera "fortuna" è saper affrontare le difficoltà della vita ed apprezzare fino in fondo qualsiasi cosa di buono questa ci riservi.
Lo specialista di commedie Donald Petrie (tra i suo successi "Come farsi lasciare in 10 giorni" e "Miss detective") sforna una simpatica pellicola per teenagers in cui senza eccessiva fatica si arriva all’inevitabile happy-end di rito. Ciò comunque non toglie al film i molti limiti presentati, concentrati soprattutto nella sceneggiatura e nelle interpretazioni. La storia, ricca di forzature e con alcuni smielati passaggi di troppo, fin da subito abbandona qualsiasi briciolo di verosimiglianza giocando insistentemente sulle alterne fortune e sfortune dei due protagonisti. Come si suole dire però "il gioco è bello quando dura poco" e difatti l’effetto comico dello spunto iniziale si esaurisce abbastanza celermente, con le varie gag che diventano un po’ ripetitive. Suscita qualche perplessità di troppo l’interprete maschile Chris Pine, piuttosto monocorde. Meglio Lindsay Lohan anche se pare non credere troppo nel suo ruolo.
Per essere una commedia sentimentale in "Baciati dalla sfortuna" forse si ride troppo poco ed anche la love-story narrata non è certo delle più appassionanti. Ennesimo film in cui l’idea di partenza sembra più brillante dell’effettivo svolgimento. Piacevoli i vari siparietti musicali della rockband McFly (band che esiste realmente ed ha ottenuto in Inghilterra un discreto successo) che aggiungono un po’ di ritmo alla narrazione.

mercoledì 10 gennaio 2007

Le colline hanno gli occhi


Due coniugi hanno deciso di festeggiare il loro anniversario di matrimonio andando in vacanza in California con la loro famiglia. Ad un certo punto del viaggio, consigliati da uno strano benzinaio, intraprendono una scorciatoia nel deserto. Dopo alcuni chilometri però hanno un brutto incidente rimanendo bloccati nel deserto. Su quelle colline però sembra esserci oscure presenze che e quando cala la notte vengono aggrediti da un gruppo di mutanti. Ha inizio una battaglia per la sopravvivenza.
A quasi trent’anni dall’ originale diretto da Wes Craven, regista tra i più grandi del genere thriller-horror, ecco uno dei tanti remake che negli ultimi tempi fanno capolino nelle sale cinematografiche. Questo "Le colline hanno gli occhi", prodotto dallo stesso Wes Craven, si aggiunge alla già folta schiera di horror "on the road" molto apprezzati negli Usa.
Pur non essendo molto originale e di una semplicità disarmante, la storia si presenta abbastanza efficace. Colpisce infatti il tema degli esperimenti nucleari e degli effetti delle radiazioni sugli essere umani. Purtroppo quello che di interessante poteva esserci finisce qui. Molte scelte registiche si presentano alquanto discutibili e l’intera gestione del cast appare talvolta artigianale. I colpi di scena su cui si basa il film risultano "telefonati" e lo spettatore raramente rimane con il fiato sospeso. Quello che delude di più è però il ritmo. Per buona parte del tempo la pellicola scivola via con estrema lentezza e solo in sporadici casi la cadenza diventa più rapida. Anche le musiche anonime aiutano poco ad accrescere la tensione.
La recitazione non vanta nomi di alto livello e le interpretazioni ne risentono parecchio, in special modo nelle scene corali. Nel complesso il film si presenta di bassa qualità ma può risultare godibile a chi ha nel thriller-horror il genere preferito con l’accortezza di non attendere il capolavoro del secolo o solo un film memorabile.

martedì 9 gennaio 2007

Domino


Domino trova la sua vera vocazione quando entra a far parte di una stravagante banda composta da individui poco raccomandabili che danno la caccia ai malviventi: un ex detenuto di nome Ed Mosbey; Choco, un latino americano molto sensuale, segretamente innamorato di Domino; e Alf, un afgano esperto di bombe. L’improbabile quartetto agisce in modo così sincronizzato da riuscire sempre a catturare i criminali in fuga, imponendosi come il gruppo di cacciatori di taglie più famoso - o sarebbe meglio dire famigerato - di tutta Los Angeles. E qual è il posto più adatto per farsi conoscere se non la televisione?
Domino Harvey, prematuramente scomparsa all’età di 35 anni il 27 Giugno del 2005, è nota per essere stata una atipica bounty hunter (cacciatrice di taglie), primo perché era una donna, e secondo per la sua particolare storia. Difatti figlia di una famiglia benestante (il padre era l’attore Laurence Harvey), appena ventenne decise di dare la caccia ai delinquenti nonostante avesse una porta aperta nel mondo della moda (la madre era una modella). Dalla sua breve vita è nato questo film diretto da Tony Scott, regista di "Top Gun" e fratello del più noto Ridley.
L’opera si presenta fin dalle prime immagine come un prodotto ambizioso, dal montaggio ipercinetico e "lavorato" e dalla fotografia sporca tendente al giallognolo. Soprattutto nella prima parte però la pellicola non convince pienamente, con un poco coinvolgente lungo prologo che ci racconta gran parte della vita della protagonista. La regia poi con il suo manierismo invadente appensatisce la narrazione complicando senza apparente motivo l’intreccio. Decisamente più scorrevole ed interessante la seconda parte che si concentra sulla particolare vicenda che ha distrutto la vita di Domino (vicenda che comunque non corrisponde al vero). Qui l’azione prende finalmente corpo e la visione diventa più godibile grazie anche a diversi riusciti colpi di scena.
Alla fine un film di medio livello, penalizzato da una furba estetizzazione della forma e dei contenuti (non fa certo onore ad un biopic sapere che la vera Domino era omosessuale e tossicodipendente, elementi non riscontrabili nello script), ma valorizzato da una buona colonna sonora ed un cast ricco ed azzeccato, soprattutto nei ruoli secondari, tra cui due ex-conoscenze per chi ha seguito la serie tv cult ""Beverly Hills 90210", Ian Ziering e Brian Austin, che interpretano con auto-ironia se stessi costretti a ritrovare il successo partecipando ad un reality-show.

lunedì 8 gennaio 2007

FIVE FINGERS gioco mortale


Quando Martjin si reca in Marocco per avviare una organizzazione umanitaria a tutela dell’infanzia malnutrita, viene inspiegabilmente rapito da un gruppo di terroristi locali. Sotto minaccia di morte, il ragazzo si ritrova suo malgrado a giocare col suo carceriere Ahmat una inquietante partita a scacchi nel tentativo di salvarsi la vita mentre cerca di individuare il vero obiettivo del suo aguzzino.
"Five fingers", il cui titolo (in italiano "cinque dita") si riferisce ad un macabro risvolto della storia, mostra per tutta la sua durata un interrogatorio, fatto con metodi tutt’altro che convenzionali dall’arabo Ahmat ( Laurence Fishburn, il morpheus di "Matrix") ai danni di un bancario di nome Martijin (Ryan Phillippe, visto di recente in "Crash").
Nonostante la scarsa varietà scenica (si è quasi sempre all’interno di un bunker) e sequenze d’azione limitatissime, il film riesce a creare un discreto coinvolgimento grazie alla narrazione del perverso gioco psicologico, e purtroppo per l’interrogato anche fisico, che prende vita fra i due protagonisti. Man mano che scorrono i minuti, dal loro scontro sorgono sia nuovi dettagli, sempre ben dosati, che vanno a fare luce sulla vicenda, inizialmente in apparenza senza senso, sia interessanti dialoghi su argomenti di strettissima attualità, come la globalizzazione e il terrorismo. Attraverso poi l’imprevedibile finale, che scombussola tutte le carte in tavola, viene lasciato allo spettatore un quesito tutt’altro che banale, anzi di primo piano dopo recenti dettagli sulle misure anti-terrorismo dell’amministrazione Bush, e cioè se per sconfiggere i terroristi bisogna abbassarsi al loro livello.
Una pellicola infine apprezzabile che con una struttura da semplice thriller riesce ad esaminare con buona efficacia alcuni dei temi post-11 settembre. Riguardo al cast lascia un po’ perplessi l’interpretazione del giovane Phillippe che non riesce a dare corpo all’ambivalenza del suo personaggio, bravo invece come sempre il carismatico Fishburn che sopperisce alle lacune del suo collega.

domenica 7 gennaio 2007

Natale a New York


Due storie che si intersecano sullo sfondo della Grande Mela a Natale. Un giovane chirurgo, Filippo, ottiene solo 4 giorni di permesso dal suo primario per poter andare a sposarsi a New York ed oltretutto dovrà pure trovare il tempo di portare un regalo al figlio del primario che studia nella città insieme a suo cugino. La seconda storia, vede Lillo, sposato con la donna più ricca d’Europa ed incastrato da un contratto matrimoniale, che vieta qualsiasi tradimento, pena il divorzio e nemmeno un euro di alimenti. Rimasto fedele per vent’anni, Lillo crolla quando incontra Barbara, anche lei sposata con un plurimilionario e sottoposta allo stesso contratto matrimoniale di Lillo.
Nuovo capitolo della più fortunata (e criticata) serie italiana degli ultimi anni, "Natale a New York" naturalmente presenta la sua maggiore novità nel non vedere più sullo schermo la coppia Boldi-De Sica. Questo fattore onestamente ha giovato sul cine-panettone di quest’anno, che fra gli ultimi sembra quello più apprezzabile. Tale progresso rispetto ai capitoli precedenti è dovuto a diverse scelte azzeccate (più o meno volute) del regista Neri Parenti. Prima di tutto il film sembra più vincolato ad un target di pubblico adulto, e questo è un bene visto che l’assenza di alcune fanciullesche gag di Boldi, che non rimpiangiamo, evita che possano essere attratti in sala anche i più piccoli.
Secondo elemento è l’ambientazione, New York è una città cinegetica per natura (la compagnia di De Sica già nel 2001 doveva approdare nella grande mela ma poi ci fu il tragico attentato alle torri gemelle) e con le sue decorazioni ci fa respirare pienamente l’atmosfera natalizia. Terzo elemento è il cast: finalmente sono scomparse le macchiette, messe lì solo per strappare una risata ogni tanto con la loro strambezza, e la bella statuina di turno (l’indiziata sarebbe la Canalis, però non tedia eccessivamente con la sua interpretazione). Gli attori comici presenti poi, oltre a coprire interamente con le loro origini l’intera penisola, sono abbastanza in forma, soprattutto De Sica, quasi rigenerato dalla separazione con Boldi. A questi positivi fattori si aggiunge una sceneggiatura, da sempre il tasto dolente, meno dozzinale del solito: le situazioni paiono un po’ più costruite ed il meccanismo degli "equivoci" funziona abbastanza bene e diverte, in particolare nella vicenda legata a De Sica e Ghini, che riesce anche ad interessare lo spettatore. Inoltre il tasso di volgarità è ridotto e le trivialità sono poche e tollerabili.
Naturalmente però non mancano diversi limiti a quest’opera. La durata (quasi due ore) è francamente eccessiva, le trovate veramente originali sono pochissime ed il divertimento è alla fine moderato, e la vicenda interpretata da Bisio e De Luigi è piuttosto banale e prevedibile, con un tocco di giovanilismo abbastanza irritante. In conclusione una commedia sufficiente che finalmente non fa rimpiangere il tempo della visione.

sabato 6 gennaio 2007

Il diavolo veste Prada


Moda: c’è chi la critica e chi non può farne a meno, alcuni ci vivono, altri non sanno nemmeno con quante b si scriva Gabbana: il secondo caso è quello di Andy, una ragazza semplice con ambizioni giornalistiche che ottiene un lavoro che molti le invidiano. Quello di segretaria per la direttrice di una nota rivista di moda, la terribile Miranda Priestley, una donna ultra-carismatica alla quale piace comandare, e che non tollera il minimo sgarro.
"Il diavolo veste Prada", tratto dal romanzo autobiografico di Lauren Weisbergerer, è una commedia arguta e robusta, che, fortunatamente, non ha solo singole gag comiche da proporre al suo spettatore, come spesso capita per le commedie di questo genere, ma ha anche una storia, ben adattata per il grande schermo da David Frankel, uno che con gli ambienti fashion e le griffe ci sa fare, visto che proviene dalla direzione di alcuni episodi del serial "Sex and the city".
Il film di Frankel ci porta negli ambienti d’alta moda, e ci racconta la trasformazione di una ragazza da cenerentola a principessa, in una sorta di "Pigmalione" del 2000. I rimandi al classico di George Shaw ci stanno tutti, anche qua si descrive la parabola di una ragazza che tutto ad un tratto si ritrova prigioniera di un mondo più grande di lei, mettendo a rischio gli affetti per una carriera di non ben definito avvenire. L’eterno dualismo carriera/famiglia è uno degli argomenti che il film mette sul piatto, e lo fa in modo sufficientemente credibile per non cadere in stereotipi da quattro soldi. Ma il film sembra più che altro contrapporre il mondo della moda, fatto di convegni, sfilate, e feste pullulanti di Vip, dove le relazioni affettive passano in secondo piano, a quello dei "comuni mortali"; dove non si deve per forza scegliere tra carriera e vita privata. Le battute al vetriolo e il cinismo sul mondo delle griffe non mancano, anche se non così cattive come uno si aspetterebbe.
Il vero piatto "forte" è comunque la Streep, che con una recitazione mai sopra le righe o esasperata, rende il suo personaggio adorabile pur essendo detestabile, dotandola di una sua "umanità" tutta particolare, senza cadere nel patetico clichè della "conversione" per forza. Bravi e brillanti anche la protagonista, che possiede la freschezza adatta al suo ruolo, e Stanley Tucci, seppur in un ruolo secondario che non incide più di tanto. Peccato per la soluzione finale, leggermente moralistica, ma soprattutto un po’ forzata e frettolosa, ma che non inficia più di tanto la qualità complessiva di una commedia intelligente e arguta, che sa divertire e far riflettere.

venerdì 5 gennaio 2007

Lady in the water


Cleveland Heep è il tranquillo e modesto custode del complesso residenziale "The Cove". Una sera Cleveland, insospettito da strani rumori provenienti dalla piscina, scopre una misteriosa creatura: si tratta della ninfa Story, un personaggio delle favole che sta cercando di rientrare nel suo mondo. Il custode, con l’aiuto degli inquilini, tenterà in ogni modo di proteggere la delicata creatura minacciata da esseri malvagi che le impediscono in ogni modo di tornare a casa...
Shyamalan è uno dei pochi autori dalle parti di Hollywood che scrive e dirige le sue opere, mettendoci chiara la sua firma. Inoltre nei suoi primi cinque film, compreso quest’ultimo "Lady in the water", ha sempre narrato storie originali e mai banali con un tocco registico perlomeno particolare. Riesce per questo difficile capire come mai la critica ed il pubblico americano gli abbiano ormai voltato le spalle. Il regista indiano comunque prosegue quel cammino iniziato con "The village", tornando a raccontare attraverso la dimensione fiabesca le nostre debolezze e le nostre virtù, anche se non rimane insensibile agli attacchi ricevuti, ritagliando proprio per un critico cinematografico il personaggio negativo della sua opera, un uomo che con il suo schematismo mette in pericolo la vita della ninfa protagonista, Story.
"Lady in the water" alla fine altro non è che una fiaba, e tra le opere di Shyamalan pare la più semplice e compatta, ma non per questo puerile o poco interessante. Il regista trapianta tutto un mondo fiabesco, con oltre alla ninfa, mostri cattivi e antichi incantesimi, in un mero condominio, un microcosmo dove tutti avranno la loro utilità al fine di salvare Story. La difficoltà starà, per ogni personaggio, nel capire il ruolo da assumere, proprio come nella vita reale, una sorta di grande gioco di ruolo, è difficile per ognuno di noi trovare la giusta collocazione. La ninfa rappresenta il tocco di magia in un mondo troppo disilluso e chiuso in se stesso, e solo se gli uomini che la circondano avranno "fede", cioè la voglia di credere in qualcosa fuori dal loro controllo, potrà salvarsi. Fede che ha perso il personaggio di Paul Giamatti (stretto il legame con il Mel Gibson di "Signs"), che a seguito della morte dei suoi cari pensa ormai di essere inutile.
Un film dunque, come il precedente "The village", piuttosto metaforico e dai più piani di lettura. Forse meno lavorato e dal profilo più basso, ma comunque coinvolgente, con un intreccio che regala anche momenti divertenti, come la ricerca dei "protagonisti" per il buon epilogo della favola tra i surreali inquilini del condominio, ed in cui non manca un po’ di thrilling, anche se questa volta il twist ending tipico del regista non c’è, ma non lo si rimpiange.

giovedì 4 gennaio 2007

Miami Vice


L’FBI richiede l’aiuto delle autorità di Miami per smascherare gli autori di un rilevante traffico di droga. Le indagini sotto copertura vengono affidate ai detectives Ricardo ’Rico’ Tubbs e James ’Sonny’ Crockett. I due si mettono subito in azione spacciandosi come Sonny Burnett e Rico Cooper piloti di offshores e contrabbandieri, partecipando alle manovre dei narcotrafficanti capeggiati da Arcángel de Jesús Montoya insieme ad Isabella, affascinante amministratrice di origine cubano/cinese....
"Miami vice" è un film tratto dall’omonima serie tv poliziesca degli anni ’80, che aveva come protagonisti la coppia di detective composta dal bianco Sonny Crockett, ed il nero Rico Tubbs. A ridargli vita ora sono rispettivamente Colin Farrell, e colui a cui va attribuita l’idea di questo "remake", e cioè il premio Oscar Jamie Foxx. Regista della pellicola è quello che fu già produttore e sceneggiatore del telefilm originale, Michael Mann, che evita l’operazione nostalgia confezionando un film spogliato del glamour della serie tv e molto vicino alla sua precedente opera, il bellissimo "Collateral".
I punti in comune difatti con il noto film con Tom Cruise sono diversi, innanzitutto l’utilizzo della camera digitale, oramai strumento prediletto di Mann, e per secondo l’ambientazione e il soggetto, entrambi a tinte fosche. Se in "Collateral" era Los Angeles a venir defraudata della sua aurea magica, ora tocca a Miami. La capitale della Florida ricca di spiagge assolate è qui una città dove i traffici illeciti sono di casa, e dove di notte la criminalità tinge di rosso le strade. Un’atmosfera poco rassicurante ma che dà alle vicende narrate maggior realismo e profondità.
La pellicola è abbastanza lontana dal definirsi un vero e proprio blockbuster, poiché le sequenze d’azione sono limitate ed il ritmo è piuttosto riflessivo. Il regista difatti si sofferma spesso sui vari protagonisti, cercando attraverso un loro sguardo o gesto, piuttosto che dialoghi, di esplicare le dinamiche che li interessano. Dinamiche legate soprattutto alle complicazioni che possono derivare quando si lavora per sconfiggere la criminalità, in primis il pericolo che si arreca alle persone amate.
Alla fine ne esce un’opera ruvida ed efficace, abbastanza coinvolgente. Certo la storia non è molto originale e le sorprese sono poche, difetto che invece non si registrava in "Collateral", ma comunque con "Miami vice" Michael Mann si conferma uno dei pochi registi a fare un cinema per il grande pubblico "pensato" e che comunica più con i segni che con le parole.

mercoledì 3 gennaio 2007

cambia la tua vita con un click


Ogni commedia di Adam Sandler negli U.S.A è un successo. Non è stato da meno questo "Click", film che parte dal bizzarro spunto di poter controllare attraverso un telecomando universale la propria vita come se fosse un dvd, con la possibilità di saltare i capitoli ed ascoltare un appropriato commento audio. L’idea iniziale è piuttosto originale, ma come sempre avviene più spesso non si può dire la stessa cosa per lo sviluppo.La pellicola non è propriamente la commedia brillante che si potrebbe immaginare ed alla fine le risate non sono moltissime, soprattutto se prendiamo a termine di paragone un prodotto come "Terapia d’urto", opera tra le più divertenti del comico protagonista. Viene fatto poi un uso di gag di seconda mano, come quella del cane che sodomizza i pupazzi, non molto fini e che non fanno certo onore agli sceneggiatori. Quest’ultimi però si rifanno piuttosto bene con la seconda parte, inaspettatamente assai malinconica e che ci fa vivere sulla nostra pelle il grande disagio che prova Newman quando vede polverizzarsi la sua vita e tutto ciò che lo rendeva felice. Anche il momento più tedioso della nostra esistenza va vissuto e la famiglia deve sempre stare al primo posto, questa è la lezione che ci regala la parabola del protagonista.Morale in parte ritrita ma apprezzabile, che però si accompagna ad una risoluzione delle vicende già ampiamente vista più volte in varie salse, dai tempi di Dickens con il suo capolavoro "Il canto di Natale" fino al recente "The family man" con Nicolas Cage. Prodotto infine godibile e che regala momenti abbastanza coinvolgenti, seppur inframmezzati tra qualche caduta di tono e risvolti convenzionali. Da dimenticare il personaggio di Christopher Walken.

La maledizione del forziere fantasma


Un brutto destino aspetta il Capitano Sparrow se non riuscirà ad eliminare il temuto Davey Jones, con il quale ha un debito d’onore che lo costringerà a passare il resto dell’eternità schiavo e dannato nell’altro mondo. Inevitabilmente, il Capitano, non potrà fare a meno di coinvolgere nelle sue disavventure anche Will ed Elizabeth..
"La maledizione della prima luna" alla sua uscita incasso più di 600 milioni di dollari in tutto il mondo, un successo inaspettato che riportò in auge i film di pirati e fece entrare nelle grazie degli spettatori il personaggio di Jack Sparrow, a cui dà vita Johnny Depp, entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo. Un seguito era quasi d’obbligo, ma siccome ora vanno di moda le trilogie, il tris d’assi composto dalla Disney, dal produttore Bruckheimer e dal regista Verbinski, ha pensato bene di girare contemporaneamente altri due capitoli. Il primo ad essere uscito è questo "La maledizione del forziere fantasma" (a quale maledizione si riferisce il titolo italiano ce lo faremo spiegare dai nostri distributori), che è riuscito a superare il miliardo di dollari di incasso piazzandosi terzo nella classifica del box-office di tutti i tempi.
Questo capitolo centrale riparte pressappoco da dove era finita la precedente avventura, e vi ritroviamo i medesimi protagonisti (scimiette e cani compresi). Uniche novità si presentano nel fronte dei cattivi, abbiamo difatti Lord Beckett, un antipatico inglese che rompe l’armonia tra Will ed Elizabeth, ed un individuo ben più pericoloso, tal Davey Jones, che riguardo a malignità non ha niente da invidiare al predecessore Barbossa. La pellicola nel suo incedere ci presenta quasi inalterati gli ingredienti del primo film (magari un po’ più caricati, con duelli che diventano trielli e fughe sempre più rocambolesce), divertendoci però quasi in ugual modo poichè riesce nella lodevole impresa di non darci mai la sensazione del già visto. Parte del merito è della sceneggiatura che mette in scena una storia a tinte più fosche, dove i siparietti romantici trovano fortunatamente meno posto. Gli stessi personaggi diventano più cattivi, Jack Sparrow raggiunge vette di egoismo che mettono a dura prova la nostra simpatia per lui, mentre Elizabeth è decisamente più indipendente e piratesca. Discorso a parte merita invece Will, piuttosto piatto e con la sua onesta pare sempre di più un pesce fuori d’acqua.
Purtroppo duole segnalarvi che quest’opera non dà nessuna conclusione alle vicende raccontante ed il finale può decisamente mettere a dura prova la pazienza dello spettatore. In pratica gli ultimi minuti sono uno spot per il terzo capitolo, con una serie di risvolti tanto sorprendenti quanto pericolosi da rammendare nella successiva avventura. In definitiva un seguito che sicuramente non delude ma che poteva lasciarci con un epilogo un po’ più appagante.

snake on a plane



Hawaii. Il giovane Sean Jones è testimone di un omicidio da parte di un boss della malavita e si ritrova così costretto a sorvolare l’oceano pacifico, sotto la scorta dell’agente dell’FBI Neville Flynn, fino a Los Angeles, dove dovrà testimoniare. Il volo si rivela tutt’altro che tranquillo quando vengono sguinzagliati sull’aereo 450 serpenti velenosi al solo scopo di eliminare un testimone scomodo.
Dopo il successo legato al passaparola mediatico di "The blair witch project", ecco arrivare un altro film che deve la sua fortuna alla comunità di internet; infatti la storia di "Snakes on a plane" inizia a metà del 2005 proprio su internet, quando lo sceneggiatore Josh Friedman comincia a parlare di questo progetto sul suo blog, incuriosendo e entusiasmando i lettori al punto tale da spingere la produzione a realizzare il film in grande stile e non come semplice b-movie, come sarebbe dovuto invece essere.
Questa è stata una sfortuna per noi, perché se fosse stato un b-movie forse sarebbe passato inosservato e avrebbe fatto risparmiare i soldi di un biglietto del cinema a molte persone. Ma andiamo per ordine. Innanzitutto la trama è assolutamente superflua, il film inizia e finisce a bordo dell’aereo, in un ambiente claustrofobico e asfissiante a cui ci hanno già abituati pellicole di più pregevole fattura come "Panic room" o "The cube", e tutto ciò che avviene prima dell’imbarco dei passeggeri è solo un pretesto per dare un perchè ai serpenti sull’aereo. In secondo luogo il film si differenzia dai b-movie solo per la presenza di un paio di nomi famosi e per degli effetti speciali un po’ più curati, per il resto ha tutti gli ingredienti di un film splatter di serie B. Per avere un’idea della prima parte della pellicola pensate a tutte le protuberanze e i punti critici umani (naso, bocca, occhi…) e a tutte le parti intime maschili e femminili, e immaginate un serpente che si attacca a ognuno di questi punti nevralgici del corpo umano.
Va comunque detto che oltre a questo, nel primo tempo, si delineano anche le psicologie dei vari personaggi imbarcati sull’aereo e che nella seconda parte il film si salva parzialmente. Le scene splatter calano drasticamente trasformando il prodotto da horror di seconda categoria a thriller dai toni molto meno spaventosi, arrivando persino a regalare qualche risata ai poveri spettatori. Concludendo "Snakes on a plane" è un film estremamente sopravvalutato e tranquillamente trascurabile, consigliato solo ai veri fan del genere, che comunque se ne dimenticheranno presto.


martedì 2 gennaio 2007

the man la talpa


Agente Federale viene trovato morto in una delle strade principali di Detroit. Quando si viene a sapere che l'Agente era coinvolto in un furto di armi per milioni di dollari tutti gli occhi vengono puntati sul suo partner, Derrick Vann, un ostinato Agente Federale sotto copertura conosciuto per la sua disonestà, uno che ha sempre lavorato per strada. Vann ha 24 ore per ritrovare le armi rubate e catturare i killer del suo collega, ma sta per imbattersi in un improbabile alleato…"The man - la talpa" è una commedia d'azione che si va ad aggiungere al filone dei cosiddetti buddy-movie, termine con cui gli americani indicano quel genere di pellicole in cui si ha come protagonisti "la strana coppia", in questo caso la più classica, quella composta da un bianco ed un nero. Nello specifico Andy Fiddler, un dentista logorroico ed imbranato ma con buon senso per gli affari, a cui dà vita il caratterista Eugene Levy, e Derrick Vann, un poliziotto di colore dai modi poco ortodossi interpretato dall'instancabile Samuel L. Jackson.Il film grazie alla sua limitata durata (levando i titoli di coda non si arriva agli 80 minuti) ed a un ritmo piuttosto sostenuto fila via come niente. Ciò però non impedisce di accorgersi della evidente scarsità della sceneggiatura. Questa, partendo dall'usuale spunto della persona che si trova inconsapevolmente immischiato in criminosi affari, il dentista Andy, regala una vicenda innocua ed assai flebile, che non regala nessun particolare sussulto. Poiché stiamo parlando di una commedia partiamo dal versante comico, che alla fine è anche quello meno inconsistente, la pellicola difatti qualche risata la strappa ed i due protagonisti, chi meno (sicuramente Levy, troppo caricaturale) e chi più (Jackson, che nonostante non regali una prova attoriale di spessore dimostra comunque la sua malleabilità) funzionano. Peccato che questi aspetti positivi vengano sviliti da alcune gag assai grossolane ed ingenue come quella delle flatulenze di Andy.Per il resto si veleggia nella assoluta mediocrità. Le (poche) sequenze d'azione sono dozzinali e si limitano a qualche inseguimento, ma quello che maggiormente pare inefficace sono gli inserti più riflessivi, che coinvolgono il rapporto del poliziotto Vann con la sua figlia, banalissimi. Un film un po' misero, buono solo per una serata molto disimpegnata.

superman returns



Dopo essere andato alla ricerca di Krypton, il suo pianeta di origine, Superman torna sulla terra dove tutto sembra essere cambiato. La sua vecchia fiamma Lois Lane si è rifatta una vita, Metropolis sembra averlo dimenticato, tutta la terra sembra poter fare a meno dei suoi eccezionali poteri. La scarcerazione del suo acerrimo nemico Lex Luhor però gli permetterà di tornare in azione e divenire nuovamente il supereroe che era prima della sua partenza.Finalmente è tornato! Sembra un'esclamazione azzeccata per descrivere ciò che accade quando uno dei personaggi dei fumetti più amati e osannati di tutti i tempi, torna ad apparire sugli schermi cinematografici a quasi trent'anni dalla sua prima entrata in scena. E' infatti un ritorno in grande stile quello di Superman. Attesa come pochi dagli amanti del Kryptoniano, con curiosità dal pubblico imparziale e con ostilità dalla critica più elitaria, la pellicola diretta da Bryan Singer, già regista dei primi due episodi di "X-men", sembra già dividere il pubblico come sempre accade in questi casi.Certo l'eredità dei primi quattro film è un pesante fardello da portare e l'intreccio narrativo ne soffre l'incombenza. La trama molto (forse anche troppo) semplice e lineare, custodisce comunque qualche colpo di scena e permette di soffermarsi con grande attenzione sugli straordinari poteri dell'uomo d'acciaio. I personaggi, non perfettamente delineati, non hanno una grande personalità. Superman, abbastanza fedele al precedente interpretato dal compianto Chreestopher Reeve, ha il consueto viso da bravo ragazzo e il cuore d'oro. Qualche incertezza rimane invece quando il giovane attore Brandon Routh prende le sembianze di Clark Kent, poco credibile nei panni del maldestro giornalista. Delude le attese l'oscuro personaggio della storia, l'acerrimo nemico del supereroe, quel Lex Luthor che da sempre incarna lo stereotipo della genialità applicata al crimine. Nel film, il pur bravo Kevin Spacey, non sembra a suo agio nel ruolo di cattivone, che di geniale dimostra ben poco. Da lodare sono invece gli effetti visivi e sonori che non complicano le scene d'azione ma le esaltano, lasciando nello spettatore un entusiasmo quasi contagioso. Semplicemente meravigliosa è inoltre la colonna sonora ripresa dagli episodi precedenti.In definitiva il ritorno di Superman delude chi si aspetta un approfondimento delle tematiche profonde legate all'uso dei superpoteri ed alle responsabilità ed essi connesse, o chi si aspetta un intreccio appassionante che tiene con il fiato sospeso e personaggi particolarmente intensi. Qualcuno potrebbe trovarlo un'effimera apologia ai poteri infiniti del supereroe. Appare invece un prodotto ben realizzato e con un fascino intramontabile a chi, diversamente, lo accetta come qualcosa di meraviglioso che era venuto a mancare per molti anni e che, quasi per incanto, è tornato a riempire il vuoto nei nostri cuori.