andiamo al cinema

martedì 3 novembre 2009

MOONARE


giovedì 15 ottobre 2009

IO VI TROVERO'

Era il 1998 quando Luc Besson produsse "Taxi", il primo di quella che si sarebbe rivelata una lunga serie di film d’azione francesi chiaramente ispirati agli analoghi blockbusters statunitensi pieni di inseguimenti e sparatorie. Il problema del cinema europeo era sempre stato il budget: lui, con capitale proprio, sponsor vari e partnership con grosse case produttrici come Canal plus, sta riuscendo col tempo a sdoganare l’idea che l’entertainment più puro sia solo stelle e strisce. Tanti sono i registi, soprattutto provenienti dal mondo dei videoclip, che ha lanciato in questi dieci anni, e tanti sono stati i successi (si veda ad esempio Louis Leterrier che, lanciato con Danny the dog, ha appena diretto la megaproduzione dell’Incredibile Hulk).Io vi prenderò è l’ennesimo esempio di quest’approccio smaliziato e coraggioso dell’autore di "Il quinto elemento".Ad un ex agente segreto del governo americano, ora in pensione, viene rapita la figlia diciassettenne in viaggio a Parigi e ritrovarla prima che le possano fare del male diventa la sua missione. La trama è quanto di più semplice si possa immaginare, perfetta comunque per un bel pò di sana azione, come già "Commando" (la storia è pressoché identica) dimostrò venti anni fa. L’energico Liam Neeson si reca così Oltralpe per una caccia all’uomo degna del miglior Schwarzenegger.Ammazza a forza di colpi secchi e frasi ad effetto senza alcun rimorso. E’ chiaro fin dal dialogo al cellulare tra lui e il rapitore che dietro a tutto il progetto ci sia una bella dose di ironia (tutto è volutamente esagerato), ma non per questo non si trattiene il fiato fino alla fine della pellicola. Merito della sintetica regia di Pierre Morel (altro nome da segnare, già autore dell’ottimo Banlieu 13) e dell’adrenalinico montaggio di Frédéric Thoraval. Le coreografie dei combattimenti e i vari inseguimenti con le auto risultano chiari e avvincenti come poche volte accade sul grande schermo.Con un pizzico di malizia, si potrebbe poi fare un discorso che vada al di là delle immagini e che sottolinea la furbizia del Luc Besson sceneggiatore e produttore. Le dinamiche narrative su cui si basa il film sono quanto di più reazionario si possa portare sul grande schermo: la verginità come valore (la non vergine muore drogata), la tortura a fin di bene e senza alcuna pietà e l’Europa descritta come pericolosa e con la polizia corrotta. Elementi che forse saranno stati immessi solo per esigenze di copione, ma che seguono pedissequamente tematiche proprie della conservatrice politica americana (il sesso prima del matrimonio, il Vecchio continente traditore nel suo non appoggio alla guerra in Iraq, i maltrattamenti “giustificabili” di Guantanamo, gli arabi che alla fine sono sempre i nemici, compresi gli sceicchi). Luc Besson probabilmente non approva tutto questo, forse neanche gliene importa qualcosa, ma sa che può piacere ad un certo tipo di pubblico americano e così non si pone scrupoli a cavalcarlo.Giusto o sbagliato che sia, "Io vi troverò" risulta un film riuscito e divertente, da vedere tra amici senza troppe pretese.La frase: "Non ti ricordi di me?Abbiamo parlato due giorni fa. Ti avevo detto che ti avrei trovato".

mercoledì 14 ottobre 2009

DEVIL'S TOMB - A CACCIA DEL DIAVOLO

Un gruppo di mercenari con a capo il veterano Mack (Cuba Gooding Jr.),viene incaricato da un misterioso agente della CIA di portare a termine una missione di salvataggio nel deserto mediorientale,dove un famoso scienziato (Ron Perlman),chiuso in un laboratorio segreto,è incappato nella scoperta di una terribile verità nascosta da secoli. L'incipit del film,una troppo lunga sequenza iniziale,è fastidiosamente impostata nei titoli di testa e l'abituale video regolarmente disturbato avverte del pericolo incombente. Alla successiva sonnolenta indifferenza dello spettatore viene poi presentata la consueta pattuglia di soldati d'elite incaricati del salvataggio dello scienziato rimasto racchiuso in una caverna,ove si trovava per una serie di ricerche della massima segretezza. A 15 minuti dai titoli di testa purtroppo ci si è già accorti che tipo di pellicola scorre davanti agli occhi. Nessun stupore quindi, se al già inverosimile carico di informazioni ricevute dal film si affianca un altrettanto trito campionario di visi truci e biechi,uomini e donne segnati all'unisono dalla macha determinazione del compimento della loro missione. La banalità delle scene che seguono fa sicuramente nascere un sorriso indulgente sulle labbra dello spettatore ancora disposto ad accondiscendere alla visione,ma che non può non provare stupore nell'incontrare Cuba Gooding Jr. (premio Oscar nel ' 96 per "Jerry Maguire) a capo del temerario gruppo di figure anonime e con sul viso dipinta un'espressione equivalente a quella di un video spento e continuamente perseguitato da ossessivi ricordi di un passato invaso dai rimpianti. Alla presentazione del demone nella caverna,la chiave per il libero accesso al film è disponibile per chiunque voglia continuare a vederlo. In una demenziale serie di folli sproloqui la creatura informa i presenti del motivo della sua presenza in quel luogo,con gli argomenti trasversali caratteristici di chi abita l'abisso,mutando poi modalità di comunicazione ed infettando i soldati con getti di vomito nero.

domenica 13 settembre 2009

Hanna Montana The Movie


Hannah Montana: The MoviePositivi, generosi sentimenti verso gli altri e la riscoperta delle proprie origini rurali possono salvare un minorenne - divenuto celebre - dai pericolosi effetti del successo. Adattamento dell'omonima, popolare serie televisiva, "Hannah Montana – il film" per dare maggior efficacia al messaggio coinvolge Miley Cyrus, la vera protagonista TV, la "pop star" adolescente più famosa al mondo, e Billy Ray Cyrus, noto cantante, facendo interpretare loro i ruoli di padre e figlia come nella realtà.La piccola è già abituata a folle di ragazzini urlanti per lei, stuoli di fotografi, richieste di autografi in strada, ed ha anche garantiti una manager personale ("tu pensa a cantare, a tutto il resto ci penso io"), shopping gratuito nei negozi di moda, un jet privato. Con una percezione paradisiaca dell'esistenza e le idee chiare sullo "show business", è così viziata da costringere un allarmato genitore al suo servizio ("non so più chi ho davanti") a portarla a riprendere contatto con la natia, genuina semplicità contadina nella fattoria della nonna in Tennessee.Riservando dispettosi incidenti da comicità "slapstick" all’avvoltoio-giornalista di una rivista "gossip" a caccia di eventuali segreti della giovane degni di scandalo, il regista Peter Chelsom si rivolge ai coetanei di Miley dando centralità formative alla famiglia e alla comunità di provincia (la vita di campagna è però rappresentata con una tale cura formale da apparire finta) rispetto alle soverchianti, deleterie dinamiche del mondo dello spettacolo. Se artisticamente i momenti più piacevoli sono nel brano "hip hop" suonato con strumenti "country" e nei titoli di coda da fuori scena di un "musical", a risultare ambigua è la soluzione da compromesso: nell'"outing" sul palco, durante il concerto davanti alla propria gente, è lo stesso pubblico a chiedere a Miley di continuare ad essere anche il suo personaggio.La frase: "Vola solo da Ovest a Est. Lo fa per rimanere giovane".

giovedì 30 aprile 2009

THE ORPHANAGE


The Orphanage"La mia mente vagava rivedendo le immagini di vecchi film dell’orrore come "Suspense" di Jack Clayton e "Gli invasati" di Robert Wise, perciò pensavo che il film dovesse essere girato alla maniera classica: in uno studio".Incuriosisce non poco questa dichiarazione dell’esordiente Juan Antonio Bayona, proveniente da cortometraggi e videoclip, perché il suo "El orfanato", prodotto da Guillermo del Toro ("Il labirinto del Fauno") ed incentrato sulle figure di Laura (Belén Rueda), Carlos (Fernando Cayo) e il figlio di sette anni Simon (Roger Príncep), alle prese con qualcosa di terribile che si nasconde all’interno di un vecchio orfanotrofio abbandonato in cui la donna trascorse trent’anni prima i momenti più felici della sua infanzia, richiama alla memoria proprio le atmosfere e gli stratagemmi per trasmettere paura tipici dell’horror old style, comprendente, appunto, il film di Clayton e quello di Wise.Infatti, con un pizzico di splatter rilegato ad un paio di momenti ed una seduta spiritica in cui troviamo coinvolta perfino Geraldine Chaplin ("Il dottor Zivago"), a dominare la vicenda, costruita su lenti ritmi di narrazione e che sembra comunque riallacciarsi alla tipologia di ghost-story resa popolare da "The sixth sense-Il sesto senso" di M. Night Shyamalan e "The others" di Alejandro Amenábar, è soprattutto un sonoro tempestato di cigolii, tuoni e pioggia, quando ad intervenire non sono le inquietanti esecuzioni al piano di Fernando Velázquez ("The backwoods-Prigionieri del bosco").Per non parlare delle notevoli scenografie di Josep Rosell ("Amantes-Amanti"), le quali, illuminate dalla bella fotografia di Óscar Faura ("Quito"), contribuiscono in maniera fondamentale a rendere esteticamente accattivante un prodotto che, girato con mestiere e ben recitato, non si sarebbe altrimenti distaccato più di tanto dai vari esempi di cinema fantastico europeo d’inizio millennio (alcune situazioni ricordano sia "Fragile" che il francese "Saint Ange"), nonostante la buona sceneggiatura dell’esordiente Sergio G. Sánchez.Aspetti cui si devono i sette premi Goya assegnati a questa interessante storia di orrore che nasce nel cuore della famiglia perfetta e cresce in modo inatteso minacciando di distruggerla del tutto, fino ad un commovente twist ending che ci permette tranquillamente di leggere l’insieme quale elogio all’istinto materno ed a tutte coloro che si sacrificano fino in fondo per i propri figli.La frase: "Non è strano sentire in qualche maniera la presenza di una persona amata dopo la sua morte".

lunedì 23 marzo 2009

SAW V

Dunque, dopo il classico shockante incipit che questa volta racchiude una bella citazione da "Il pozzo e il pendolo" di Edgar Allan Poe, ritroviamo l’investigatore Mark Hoffman (Costas Mandylor), apparentemente ultima persona che porta avanti l’eredità del perverso enigmista Jigsaw (Tobin Bell), impegnato a difendere il suo segreto eliminando tutte le questioni rimaste in sospeso.Gli sceneggiatori sono gli stessi Marcus Dunstan e Patrick Melton già autori dello script del quarto episodio, mentre Darren Lynn Bousman, che aveva diretto i tre sequel del capostipite firmato nel 2004 da James Wan, viene rimpiazzato dal suo scenografo David Hackl, il quale, come era successo negli ultimi due tasselli della serie, si trova a dover gestire un complicato intreccio tra il poliziesco e il thriller a tinte splatter costruito sul continuo alternarsi di presente e passato.Infatti, nel millennio in cui la continuità seriale cinematografica sembra essere basata sempre più sul restyling delle icone di celluloide e su esempi classificabili come pseudo-remake, la saga incentrata su quello che Luke Thomson del L.A. Weekly ha giustamente definito il migliore e più realistico antieroe horror dai tempi dell’Hannibal Lecter di Anthony Hopkins, ha intrapreso in maniera furba, ma anche intelligente, una strada del tutto alternativa.Una strada che, dinanzi all’impossibile resurrezione dell’eliminato "mostro" protagonista, trova ingegnosamente il modo di proseguire il racconto soltanto scavando nella sua mente e nei suoi macabri trascorsi, lasciando emergere in maniera progressiva dettagli ed aspetti nascosti capaci sicuramente di catturare sia l’interesse del fan che quello del comune spettatore coinvolto dalla narrazione.Aspetti che finiscono comunque per delineare sullo schermo l’evoluzione di un personaggio in realtà già morto e sepolto, mentre viene tirata di nuovo in ballo la figura dell’agente dell’FBI Strahm (Scott Patterson) e lo sguardo della macchina da presa risulta rivolto principalmente a far luce sui retroscena alla base della costruzione del sanguinolento enigmismo che attraversa l’intera serie.E, al di là degli inutili elogi agli effetti speciali di trucco, ciò che ne viene fuori è un sequel non distante nel look generale da tanti prodotti straight to video, ma ben ritmato e leggermente superiore rispetto al guardabile capitolo precedente.Con le immancabili sequenze di violenza distribuite a dovere tanto da non apparire gratuite ed indizi disseminati in attesa di una probabile sesta puntata, ricordando, però, di riguardare le prime quattro per meglio comprendere quanto raccontato da Hackl.La frase: "Voglio essere il primo a dirvi che l’Enigmista non commetterà più omicidi".

venerdì 27 febbraio 2009

Zohan - Tutte le donne vengono al pettine


Zohan - Tutte le donne vengono al pettineAdam Sandler torna alle sue origini con "Zohan", eccentrico soldato del Mossad che sogna di diventare parrucchiere a New York, per fare a tutti "capelli di seta".Il comico americano aveva cominciato la sua carriera scrivendo per il Saturday Night Live e interpretando personaggi surreali e demenziali, proprio come questo supersoldato che non prova dolore, non può essere ferito e può sbaragliare decine di terroristi tutto da solo. Un personaggio che da una parte sembra la parodia di un supereroe, ma dall’altra riprende tutte le insicurezze e l’innocenza dei personaggi già interpretati da Sandler.Per mettere alla berlina terroristi, bombe e paranoie post 11 settembre l’attore americano si è avvalso dell’aiuto di due amici di vecchia data: Robert Smigel, autore del Saturday Night Live e Judd Apatow, autore di "40 anni vergine" e "Molto incinta". I tre hanno creato una commedia demenziale ma non stupida, dove si ride spesso e volentieri, e anche se molte gag sono di grana grossa, vengono messe in evidenza situazioni realmente tragiche: la politica di scambio di prigionieri tra Israele e la Palestina, la difficoltà di integrarsi in un paese straniero, la ghettizzazione.Naturalmente non siamo di fronte ad un’analisi sociopolitica, tutto è affrontato con leggerezza per far nascere il sorriso, come irresistibile è la segreteria telefonica di Hammas che non può fornire armamenti fino alla fine dell’ennesima tregua.Non è certo scontato il finale, in cui si alleano palestinesi e israeliani contro la reale minaccia dei terroristi interni americani, razzisti e xenofobi, che risultano i veri cattivi.E se tutto questo non dovesse bastarvi il film è irresistibile per la presenza di John Turturro, nei panni dell’arci nemico di Zohan, Phantom il terribile terrorista palestinese.La frase: "Stanno combattendo da 2000 anni non può durare ancora molto".

lunedì 26 gennaio 2009

IL Papà di Giovanna


Il papà di GiovannaPotevamo aspettarcelo, e così è stato.Quando Pupi Avati scrive una sceneggiatura, e puntualmente la rappresenta in immagini, lo fa sempre con quella meticolosità e sensibilità, che ormai ce l’hanno fatto conoscere e amare.Anche "Il papà di Giovanna", pellicola presentata in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2008, appare fin da subito come un’opera sublime, per intensità narrativa e coinvolgimento emozionale.Una storia drammatica, in un periodo storico altrettanto tormentato come quello della Seconda Guerra Mondiale, ed in particolare nella Bologna del 1938, che vede protagonisti un padre, professore di liceo, onesto, ma sopraffatto dagli eventi, e una figlia, timida e introversa, e della loro difficile sopravvivenza emotiva.Accusata dell’omicidio della migliore amica e rinchiusa per questo in un manicomio, Giovanna, se da una parte trova il muro di silenzio e di indifferenza da parte della madre, dall’altra guarda al padre come l’unico, vero appiglio di speranza.Pupi Avati, quasi in punta di piedi, costruisce un racconto silenzioso, ma che nello stesso tempo appare logorante, inquieto, mentre le note del fido Riz Ortolani, ci conducono in una sfera intimistica, che va a toccare le corde più profonde del rapporto padre – figlia.La disabilità mentale vista non come divisione, ma anzi come commovente legame, è il cardine di questa storia d’amore, sentimento che il regista conosce bene, e che da tempo esplora con successo.Silvio Orlando, che con Avati non aveva mai lavorato, sembra invece esserne uno degli attori feticcio più importanti. Un’interpretazione sincera la sua, umile, mimica, "vincente", che si fa amare.Alba Rohrwacher, poi, ha quella fragilità dirompente, stupefacente, che impressiona. Una grazia recitativa, costruita senza virtuosismi di sorta, e che attraverso un introspezione e una padronanza del ruolo, la consacrano, dopo "Giorni e Nuvole" di Soldini (un David di Donatello come miglior attrice non protagonista), come uno dei volti più intensi e interessanti del cinema italiano degli ultimi tempi.Ma è un lavoro corale, di un cast semplicemente perfetto.Da una Francesca Neri, forse in uno dei suoi ruoli più "brutali", di madre (in)sensibile, fino ad Ezio Greggio, nel suo primo ruolo drammatico, e che in maniera molto semplice riesce a ritagliarsi lo spazio giusto, senza la presunzione di chi protagonista già lo è in televisione.Ma è quel tocco, neanche troppo nascosto di Pupi Avati, a far sì che tutto sia così profondamente armonico.La sua cura e ricerca nei dettagli (non solo nella ricostruzione degli interni), e l’attenzione con la quale protegge e aiuta i suoi attori sono quegli ingredienti in più, che confermano quell’abilità descrittiva, alla quale oggi è impossibile non rivolgere ammirazione.La frase: "Non puoi costringere una donna ad amarti".