I fantastici quattro
E' sempre meglio essere uno dei primi a scatenare un fenomeno, perchè arrivare in mezzo ad esso può essere pericoloso.
Insomma, dopo i precedenti Superman e Burton Batman, I Fantastici 4 arriva proprio in mezzo al turbine dei Film Fumetto, e ha la sfortuna di doversi scontrare con le memorie dello Spiderman di Raimi, con il recente Batman Begins di Christopher Nolan, ma anche con i dignitosi X-men di Bryan Singer.
Innanzitutto, il mondo dei comics é abbastanza monotematico, con argomento preferito il rapporto tra alter-ego e mondo, e chiaramente anche I Fantastici 4 gioca tutto su questo versante: i 4 protagonisti confusi sui loro poteri acquisiti, combattuti e divisi in 2.
Il problema su un funzionamento tematico di questo genere, é che un confronto diventa inevitabile: la confusione sul proprio potere é già stata mostrato egregiamente da Raimi nei due Spiderman, il confine tra bene e male dagli X-men, mentre il tocco psicologico che cerca di far luce sulla paura umana e' ancora cristallino nel Christopher Nolan di Batman Begins.
Inevitabilmente I Fantastici 4 si avvicina di più a quei fallimenti quali Catwoman o Daredevil, dove i super-eroi mostrati sono solo pretesti per esibire le belle facce di Hollywood e fare tanti bei soldini attorno ai fans.
In fondo chi ha mai sentito nominare il regista, questo Tim Story? Ciò che sappiamo di lui é che molto probabilmente non ama per nulla I Fantastici 4, che probabilmente manco li conosceva, perché ciò che scaturisce dalla pellicola é un grande distaccamento dai personaggi, così freddi in quanto stereotipati all'inverosimile, così vergognosi da tenersi una barriera davanti per evitare ogni rapporto emotivo con il pubblico.
Ciò che é necessario in quest'opera é anche un dinamismo marveliano, ma le immagini di Story sono staticamente televisive, con movimenti di macchina che non sfruttano la possibile plasticità spaziale per far uscire i soggetti inquadrati dalla loro piatta bidimensionalità da fiction telenovelistico.
Story non sa nemmeno dove posizionarla questa macchina da presa, che perciò perde ogni sua funzione sia narrativa che descrittiva che psicologica.
Questo é un film da evitare, non solo per il bene delle proprie tasche, ma anche e soprattutto per il bene del Cinema.
andiamo al cinema
domenica 30 settembre 2007
I fantastici quattro
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Marcello Angelini
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lunedì 24 settembre 2007
Mio fratello è figlio unico
Mio fratello è figlio unico
Come nell'omonima canzone di Rino Gaetano, l'attestazione d'amore fraterno è il tramite per parlare di società e politica, in questo caso a partire dal romanzo autobiografico "il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi. Daniele Luchetti compone un ritratto originale di neofascista, ne fa un monello problematico ("c'ho 'na crisi de coscienza, che devo fa'?"), da subito "dalla parte degli ultimi", studente dotato, divenuto picchiatore di destra per carenza d'affetto e considerazione. Iscrittosi all'M.S.I., lo sveglio Accio ne scopre le incompatibilità con la propria indole (l'ideologia rozza e acritica, il quotidiano di partito con il gossip sulle famiglie nobili, i dirigenti che non partecipano alle azioni, la gerarchia interna) in efficaci e dirette scenette macchiettistiche. Il giovanissimo Vittorio Emanuele Propizio si fa amare immediatamente, con una faccia da schiaffi e un incontenibile spontaneismo goffo che spinge continuamente al sorriso. Specialmente nella prima parte il film recupera con esatta freschezza il più acuto cinema italiano dei '60 e l'istantanea di una famiglia proletaria (un'abitazione pericolante, padre operaio di fabbrica, madre votante - ma senza sapere di cosa si tratti - di quello che lei stessa ha ribattezzato "il partito delle casette" per via del simbolo, e tra i fratelli manesche dimostrazioni di legame parentale).
Premesso ciò, va bene che il focus è su uno dei due figli maschi, ma il passaggio dell'altro alla clandestinità è di una schematica e lacunosa automaticità, manca di raccordi proprio quando il tono si drammatizza per arrivare ad un culmine tragico. Rimane quindi il rammarico per il fatto che una commedia sociologica non riesca a superare le difficoltà cinematografiche nostrane rispetto a un'analisi sulla lotta armata, allo stesso passo di un paese ancora incapace di fare i conti col suo rimosso, recente passato.
La frase: "L'italiano è così: gli piace da' la mano a chi vince".
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Marcello Angelini
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sabato 15 settembre 2007
Le colline hanno gli occhi 2

Pochi ne sono al corrente, ma in realtà un "Le colline hanno gli occhi 2" venne già diretto da Wes Craven a metà Anni Ottanta, proprio nello stesso periodo in cui si accingeva a confezionare l'ultraclassico "Nightmare-Dal profondo della notte".
Fortunatamente, però, questo nuovo episodio, secondo lungometraggio del Martin Weisz che esordì nel 2006 con il cannibalistico "Butterfly: A grimm love story", ignora completamente gli eventi narrati in quel pessimo sequel che, tra l'altro, si costituiva in buona parte di flashback riguardanti i momenti caldi del sopravvalutatissimo capostipite.
Infatti, lo script concepito dallo stesso Craven in coppia con il figlio Jonathan, prende le mosse direttamente dall'ottimo remake firmato dal talentuoso Alexandre Aja, esordendo con una shockante sequenza di parto, per poi tirare in ballo un'unità di soldati della Guardia Nazionale, la quale, fermatasi ad un avamposto in Messico per rifornire di materiale un gruppo di fisici nucleari, si trova a dover ricercare gli stessi, scomparsi, proprio sulle colline dove, due anni prima, la famiglia Carter venne assalita da una feroce tribù di mutanti cannibali.
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Marcello Angelini
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domenica 2 settembre 2007
Last minute Marocco

Last minute Marocco
Nel suo ovvio schema del viaggio-fuga dove i piani iniziali finiscono stravolti, e ognuno alla fine torna cambiato e interiormente arricchito, "Last minute Marocco" è la tipica operazione che da un lato cavalca le mode, dall'altra è propedeutica alle vacanze di massa e all'estate di adolescenti spensierati. Dopo il debutto nel lungometraggio ("Emma sono io", storia di uno sdoppiamento di personalità, graziosa ed esile, povera e pressoché invisibile), il regista Francesco Falaschi ha trovato il modo di far soldi. Per la prima volta ha lavorato su un soggetto non suo, puntato all'intrattenimento, ottenuto il contributo ministeriale e raccolto fotogenici e promettenti interpreti già lanciati da altri autori. Il paese africano non poteva che apparire esclusivamente turistico, con la casbah, le piantagioni di marijuana, l'hennè sulle mani, il deserto di carovane, cammelli e tende, i balli e la musica "gnaoua", i locali per gli occidentali. E gli abitanti? Gli adulti sono religiosi praticanti e rigidi, patriarcali, vendicativi, ligi ai matrimoni forzati; i ragazzi spacciatori, truffaldini, pronti a venderti una donna, bugiardi, ladri; le presenze femminili minoritarie ed estetiche (il brutto è che c'è pure il tocco di una cosceneggiatrice) anche se - discrete e di riflesso - motori delle vicende.
I genitori italiani invece dimostrano l'affetto verso la prole con soldi elargiti generosamente, i padri in quanto assenti, le madri in quanto soffocanti, entrambi sentimentalmente immaturi. Le famiglie si sfasciano, i figli unici vorrebbero attenzione e polso, la comunicazione è cadenzata da telefoni cellulari onnipresenti.
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Marcello Angelini
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