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martedì 27 novembre 2007

Harry Potter e l'Ordine della Fenice


Il quinto romanzo della fortunatissima serie di Harry Potter rappresenta un punto di svolta di grande importanza per il mago ormai adolescente e per i suoi amici di sempre. Nell'Ordine della Fenice fa la sua irruzione il mondo esterno, fino ad allora tenuto al di là dei robusti cancelli di Hogwarts, e con questo fanno il loro ingresso la politica, i suoi complotti e le sue macchinazioni. Dopo il ritorno di Voldemort nella tragica conclusione del Calice di fuoco, il Ministero della magia, gigantesca struttura nei sotterranei del Ministero della difesa diretta da Caramel, inizia una campagna di odio per screditare le notizie di Harry sulla rinascita del capo dei "mangiamorte".

Nelle fiabe, come del resto nella letteratura per ragazzi, il conflitto principale è dato dal contrasto fra adulti e fanciulli, proprio perché questi ultimi non vengono creduti e godono di ben poca considerazione. La risoluzione di questo tipo di vicenda dimostra invariabilmente che nonostante tutto sono proprio i più piccoli a sventare un grande pericolo con il coraggio e il cristallino senso d'amicizia della loro giovane età. L'Ordine della fenice si inserisce a pieno diritto in questo filone e in effetti rappresenta il momento della crescita e della consapevolezza nella vita dei giovani eroi di Harry Potter.
Per questa ragione ci troviamo di fronte a un film per molti versi "di passaggio", in cui cioè viene preparata la strada per i conflitti successivi e per la vera e propria guerra tra Voldemort e la comunità magica.

La vera nemesi di Harry in questo caso non è però l'oscuro signore, ma un oscuro funzionario, la sottosegretaria Dolores Umbridge. Imelda Staunton, del resto eccellente attrice di teatro, dà corpo con grande efficacia a uno dei personaggi più odiosi e realistici nati dalla penna della Rowling. Ne emerge il ritratto della classica "signora bene" che non disdegna la pratica del male per raggiungere i propri obiettivi. Del resto la stessa scrittrice ha dichiarato in diverse occasioni di provare un piacere particolare nel torturare un personaggio così gretto e meschino e che comunque ha un che di diabolico nella sua pedante passione per la burocrazia, le ordinanze e i divieti. I momenti più divertenti del film sono proprio affidati a questa piccola donna che in fondo detesta profondamente i bambini. Molto affascinanti le lezioni di "Occlumanzia" (difesa dalle invasioni mentali), in cui viene dato spazio a Severus Piton, anche qui magistralmente interpretato da Alan Rickman.

Se non fosse per questi due personaggi e per lo scontro fra Silente e Voldemort, non privo di una certa epicità, di questo film rimarrebbe ben poco. Il carattere interlocutorio della vicenda non viene di certo aiutato da una regia anonima e di maniera, che in molti passaggi sembra trascinarsi stancamente. Alcuni spunti di divertimento sono sempre presenti e di sicura godibilità per gli appassionati di Harry, ma sono francamente insufficienti a risollevare le sorti di un film che finora sembra il più debole della serie.

venerdì 16 novembre 2007

Zodiac


Zodiac
Dopo film come "Se7en" e "Fight Club" (ma anche "The game") da David Fincher ci si aspetta sempre il thriller sofisticato, quello con un finale a chiave che fino alla fine non ti fa capire chi è il colpevole e, soprattutto, di cosa. Con Zodiac i presupposti erano completamente diversi. La storia infatti è vera, ed è quella del serial killer che tra il 1969 e il 1970 terrorizzò la baia di San Francisco rivendicando pubblicamente ben 13 aggressioni. Un caso che non ha mai visto nessun imputato essere condannato e che quindi per essere raccontata in maniera interessante (capire l'assassino è il gioco per eccellenza dello spettatore di questo genere di film) doveva avere un altro punto di vista, un altro "centro".
Fincher lo trova nelle ossessioni di tutti coloro che si impegnarono all'epoca e per oltre venti anni alla ricerca del colpevole. Parte dal romanzo omonimo di Robert Graysmith (nel film interpretato da Jake Gyllenhaal) per farne un film corale sull'impegno e conseguenze che quei tragici eventi ebbero sulla vita non solo delle vittime, ma anche di chi vi si trovò indirettamente invischiato. Un lavoro corale in cui l'assassino è protagonista quanto gli altri personaggi. I suoi omicidi vengono rappresentati, i suoi discorsi riportati grazie ai messaggi che lasciò alla polizia e ai giornali, i suoi pensieri interpretati a voce alta da chi di volta in volta ne aveva interesse. La narrazione è lineare e supportata da opportune didascalie, su luogo e tempo di ogni scena. Attenzione è data, attraverso piccoli, ma interessanti espedienti (si pensi alla costruzione accelerata del grattacielo), al passare del tempo, elemento importantissimo sia ai fini della comprensione del "fallimento" dei detective, che del sacrificio richiesto a chi all'epoca, ebbe senso del dovere.
Seppur a livello globale si possa trovare il tutto non privo di momenti di "stanca", quasi che si stesse assistendo ad un reportage, sempre interessante è notare l'utilizzo di Fincher della macchina da presa. Ogni scena, e di conseguenza tutto il film, appare definito nel suo spazio, aree entro le quali succede sempre qualcosa, senza che "l'azione" scappi altrove. La redazione del Chronicle, la casa di Graysmith, la macchina dei due poliziotti e le case dei presunti assassini. L'esercizio di stile fatto con il precedente Panic room (un film che ha innovato l'uso della computer grafica al cinema) viene finalmente applicato ad una storia vera e propria, creando frammenti di suspance degni dei migliori registi di genere della storia. Le sequenze dedicate agli omicidi, il faccia a faccia nella casa dell'operatore del cinematografo, sono un perfetto connubio di visione e sonoro con destinazione groppo in gola.
Qualcosa a livello di sceneggiatura può scricchiolare: il film è stato montato più volte dopo i test non troppo positivi avuti con il pubblico statunitense alle anteprime. Si fanno accenni a scene non viste, e non tutto appare sempre lineare, ma sono davvero dettagli. Il finale, per esempio, è perfetto e chiude tutto al meglio.

domenica 11 novembre 2007

Epic Movie


Epic Movie
Ormai dobbiamo arrenderci all'evidenza: il genere comico demenziale vive di vita propria e, purtroppo, con risultati scarsissimi. Sono finiti gli anni de "L'aereo più pazzo del mondo" o "Frankenstein Junior" in cui le battute e le gag erano studiate secondo una precisa, diabolica, mente creativa, ora i film comico demenziali vanno semplicemente a "ruota libera": senza schemi, e questo sarebbe il minimo; senza idee; e senza umorismo in una continua (e a dire il vero allarmante) involuzione cerebrale. Ci si ritrova così di fronte uno spettacolo pietoso e deprimente in cui, col pretesto di ridicolizzare pellicole famose e di successo, si finisce per ridicolizzare se stessi all'interno di una lunghissima, interminabile, sequenza di parodie senza senso. E' questo il caso di "Epic movie": l'ennesima caricatura mal riuscita di un centinaio di film e programmi televisivi, tutti buttati in uno stesso calderone narrativo, senza né capo né coda, lasciato cuocere lento sulle fiamme del nulla.

Quattro orfani vincono un biglietto premio per la fabbrica di cioccolato di Willie Wonka.
Lì, per sfuggire alle minacce del pasticcere, finiscono per rifugiarsi in un armadio al cui interno si cela il meraviglioso mondo di "Gnarnia" (con la G). Purtroppo però, i quattro sventurati cadono nelle mira della strega White Bitch...

Eppure il curriculum di questo "Epic movie" prometteva bene: al timone due talenti del cinema comico come Jason Friedberg e Aaron Seltzer che hanno all'attivo pellicole quali "Spia e lascia spiare" e Scary movie". Purtroppo però nulla è riuscito ai due autori, confezionando un film che pare (e probabilmente lo è anche...) non ragionato, le gag e le battute non hanno nulla di minimamente costruito e finiscono sempre in una volgarità gratuita rappresentando peti, doppi sensi squallidi e scene splatter immotivate; e girato di fretta, la regia è quasi completamente assente e l'unico sforzo che fa è quello di ricopiare motivi registici di altri film.
Neppure la presenza della starlette Carmen Electra aiuta a risollevare il morale: se pensava di rilanciare il suo personaggio con una bella commedia comica, dovrà ricredersi.

"Epic movie" non fa ridere, è questo per un film comico è un bel limite. Non so dove andrà a finire la commedia-demenziale col tempo, ma viste le ultime pellicole del genere forse dovremmo iniziare ad allarmarci, gridando alla quasi totale estinzione di una "razza" cinematografica.

martedì 6 novembre 2007

Material Girls


Material Girls
Letto il titolo del film ed il nome della protagonista, non si poteva iniziare altro che con titoli di testa accompagnati dalla storica "Material girl" di Madonna, eseguita dalla cantante e attrice Hilary Duff insieme alla sorella Haylie.
Le due, infatti, condividono per la prima volta il set nei panni delle sorelle Tanzie e Ava Marchetta (ma si pronuncia "Marscetta", attenzione), volto della Marchetta Cosmetics, mega-società costruita dal defunto padre, le quali, da un'esistenza caratterizzata da scarpe e vestiti alla moda, serate in rinomati club e sessioni fotografiche, si trovano improvvisamente catapultate in un vero e proprio oceano di sfiga. Da un lato Fabiella (Anjelica Huston), antica rivale dello scomparso genitore, è intenzionata ad acquistare la società, dall'altro lo scoop di un reporter investigativo denuncia la pericolosità di "Eterna giovinezza", cosmetico di punta di Marchetta, cui consegue la fuga del personale, il congelamento dei beni delle ragazze, il furto della loro auto e perfino un'inaspettata visita in prigione.
Una serie di disgrazie dinanzi alle quali, anziché provare pena, lo spettatore viene quasi invitato a godere sadicamente, considerando i due personaggi in questione, che sembrano cominciare a contendersi il trofeo dell'odiosità con le gemelle Ashley e Mary-Kate Olsen (quelle dei serial televisivi "Gli amici di papà" e "Due gemelle e un maggiordomo", per intenderci).
E, ovviamente, tra frecciatine varie ("Non mi va di sentire le Spice girls un'altra volta, odio il rock classico") ed una trama che sfiora l'intrigo giallo-rosa, si prosegue con le due in cerca dei reali motivi a monte della persecuzione a carico dell'azienda paterna, mentre entrano in scena Rick (Marcus Coloma), chimico della Marchetta, ed il consulente legale gratuito Henry Baines (Lukas Haas), cui viene sbattuta verbalmente in faccia la sentita e risentita morale: "Henry, i soldi non fanno la felicità!".
Quindi, il tipico, banale prodotto per teen-ager annoiati che, tra qualche anno, finirà per dominare gli afosi pomeriggi estivi del piccolo schermo, penalizzato come è da ritmi televisivi che lo rendono consigliabile esclusivamente agli estimatori irriducibili di Hilary Duff, la quale ha dichiarato: "Questo film propone una storia divertente, tante risate e situazioni iperboliche, ma anche la vicenda toccante di due ragazze che sentono la necessità di riconoscere il proprio potenziale".
Probabilmente, non stava parlando di "Material girls".

venerdì 2 novembre 2007

La città proibita


La città proibita
Negli ultimi anni Zhang Yimou sta alternando film di stampo rurale a film ambientati in epoche storiche molto lontane, estremamente sontuosi dal punto di vista scenografico e coreografico, con abiti sfarzosi e una particolare attenzione per i colori, a questa categoria appartiene "La città proibita". A differenza di "Hero" e "La foresta dei pugnali volenti" qui non siamo in presenza di un wuxiapian in senso classico, perché la componente marziale viene messa in secondo piano rispetto all'intrigo di corte, insomma siamo più vicini ad una tragedia shakesperiana che a "La tigre e il dragone".
Ambientato nel decimo secolo, durante la tarda dinastia Tang, il film mostra con grande maestria la vita all'interno del palazzo imperiale, dove un esercito di persone perfettamente organizzate, meglio di una catena di montaggio, adempie ai propri doveri quotidiani. Impressionanti le scene di apertura dove centinai di persone si devono preparare per l'imminente arrivo dell'imperatore, ogni gesto è scandito secondo un rituale meticoloso. Al vertice di questa piramide i membri della famiglia imperiale, divorati da un odio profondo che cercano di annientarsi a vicenda, con complotti, sotterfugi e ricatti.
Tutta l'azione si consuma alla vigilia delle festività del Chong Yang, una festa che ricorda e celebra gli antenati, i crisantemi dorati sono il simbolo di questa celebrazione. L'oro dei fiori viene utilizzato tanto per i costumi così ricchi ed elaborati da lasciare senza fiato, quanto per gli ambienti, lo sfarzo della corte è impressionante, gli ambienti sono caratterizzati da un lusso ostentato, sfarzoso, esagerato. Ma come la bond girl di "007 - Missione Goldfinger", l'oro soffoca e questi ambienti tanto ricchi si rivelano solo una claustrofobica prigione, non diversa da quella di "Lanterne rosse".
Il film è visivamente abbagliante, meravigliose le scene di massa, sia quelle iniziali che tutta la parte finale dove migliaia di guerrieri in armatura dorata attaccano il palazzo imperiale, ma ancor più impressionanti le scene in cui altrettanti inservienti portano via i cadaveri della battaglia e risistemano tutto per l'imminente celebrazione. Purtroppo la parte centrale si rivela troppo distante dal gusto occidentale per appassionare, tutta concentrata sulla figura dell'imperatrice e sugli intrighi di palazzo.
Bravissimi i due attori protagonisti, Chow Yun-Fat è un imperatore cinico, crudele e indecifrabile, mentre Gong Li riesce ad alternare momenti di disperazione ad altri di terribile durezza.