andiamo al cinema

sabato 14 luglio 2007

Norbit


Dopo la parentesi “impegnata” nel musical “Dreamgirls”, che gli è valsa una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista, Eddie Murphy torna al genere che più gli ha portato fortuna, la commedia. Ed ecco “Norbit”, altro successo di botteghino negli States, dove l’attore di colore, seguendo quella che per lui è diventata una prassi dai tempi del “Il professore matto”, interpreta più di un protagonista. In questo caso è difatti sia Norbit, una sorta di “Forrest gump” in versione sfigata (la voce sembra la stessa), sia sua moglie Rasputia, essere tanto obeso quanto malefico, e sia l'orientale Mr Wong, direttore dell’orfanotrofio dove egli è cresciuto.

Il film risulta tutto sommato godibile, mai tedioso nonostante i puerili e poco originali accadimenti narrati, che per di più procedono nella maniera più telefonata possibile. Grazie ad un buon numero di gag piuttosto efficaci, di cui alcune anche abbastanza “politically scorrect” (alla fine le più gustose), e una serie di grotteschi personaggi, di cui taluni assai divertenti, come l'ex-pappone o la vulcanica Rasputia, le risate per lo spettatore non mancano. L'elemento stranamente meno comico della pellicola è proprio il protagonista Norbit, una figura piuttosto piatta, che fa solo da passivo supporto ai vari co-protagonisti, e che, nonostante con la sua ingenuità abbia tutte le carte in regola, non riesce a diventare il beniamino del pubblico.

L'opera poi non eccede in volgarità, ed è meno "stupida" di quanto possa sembrare in partenza (almeno fino all’epilogo, non molto riuscito), e forse anche per questo risulta maggiormente apprezzabile. Abbastanza posticcio infine il make-up, soprattutto nel caso di Mr. Wong (il buon Murphy poteva anche lasciarlo interpretare ad un vero orientale).

Bordetown


Presentato in concorso al Festival di Berlino del 2007, “Bordertown” porta al cinema un dramma a molti sconosciuto. Quello vissuto dalle donne delle "maquilladoras" (fabbriche messicane a ciclo continuo), che oltre a lavorare in condizioni di assoluto sfruttamento per produrre prodotti a basso costo, che poi grazie al Nafta (accordo per libero commercio tra Usa e Messico) arrivano tranquillamente negli States, sono oggetto continuo di gravi violenze. Tema ovviamente di grande importanza, che ha fatto guadagnare alla pellicola un riconoscimento da Amnesty International, che però poteva certamente essere trattato in maniera più accurata ed efficace.

Il film difatti, scritto e diretto da Gregory Nava, dopo un inizio interessante, che mette subito in primo piano l’orribile background in cui si muovono i protagonisti, si trasforma in un canonico thriller, neanche poi molto riuscito, visto il modo in cui si risolve. Il tentativo di legare la denuncia sociale con un intreccio giallo naufraga ben presto, e con il procedere dei minuti il film si scolla sempre più dalla realtà, collezionando personaggi e vicende ben poco credibili. La sceneggiatura poi mostra diverse carenze, e le relazioni messe su fra i poteri forti che agiscono nella bordertown Juarez, e la serie di omicidi, sono confusi e superficiali. La resa dello spettacolo non è aiutata dalle interpretazioni dei vari protagonisti, con una Jennifer Lopez nel ruolo principale, non capace di dare spessore al suo personaggio (difficile comunque visto il modo in cui viene tratteggiato, attraverso posticci flashback). Poco convincente anche la regia, con diversi movimenti di macchina che addirittura infastidiscono.

Il 7e l'8


”Il 7 e l'8” consolida nell'ambiente cinematografico il duo comico siciliano Ficarra e Picone, ottima coppia della televisione, del teatro e della radio italiane, che aveva già esordito con la commedia "Nati Stanchi". Giambattista Avellino, fumettista e già sceneggiatore del primo film, oltre che autore di romanzi noir, cameraman, redattore di una rivista e molte altre cose, ne firma la regia.

La pellicola si fonda su tutte le gags e le tematiche tipiche della coppia, che il pubblico ha già potuto apprezzare nel cabaret. Il risultato è una commedia divertente, a tratti molto, qualche volta intelligente, e soltanto poche volte noiosa o scontata. Il tema è il destino, gli intrecci strani che esso ti para innanzi; tutto è vissuto al ritmo della Sicilia, con calma ed abbandono. I caratteri tipici di quella terra e dell'evo moderno risaltano abbastanza bene, ed è su quelli, come ogni buon comico dovrebbe fare, che Valentino Picone e Salvatore Ficarra impostano tutta la loro comicità.

Quello che più forse si apprezza nello svolgimento drammatico è quanto la commedia con leggerezza sappia a volte, rare volte però, trasformarsi in satira anche pesante e dura, diretta e senza fronzoli, come nel caso della vicenda del presidente della regione rinchiuso in uno sgabuzzino, e non rivelo oltre. Quello che invece appesantisce la pellicola è una comicità a volte stantia ed inadatta al grande schermo, poco strutturata e fatta di battute o gags istantanee, quasi di barzellette, che però trova una sua efficacia e non è del tutto disprezzabile. Tutto ciò non impedisce insomma alla commedia di essere godibile e non volgare; insomma, dei soldi ben spesi.

martedì 10 luglio 2007

Scrivimi una canzone


Scrivimi una canzone"Scrivimi una canzone" è una commedia sentimentale che vede per la prima volta insieme sullo schermo Hugh Grant, che torna qui a lavorare con il regista Marc Lawrence (i due hanno collaborato in "Two weeks notice - Due settimane per innamorarsi" del 2002), e Drew Barrymore, una coppia di attori specialisti del genere. Il loro primo incontro però non verrà certo ricordato a lungo, ma non per colpa delle loro prove attoriali, alla fine sufficienti, ma per la sciattezza di questa pellicola.

Il problema principale del film è che non riesce mai a coinvolgere in qualche modo lo spettatore. Questo è soprattutto colpa di una storia che non funziona su tutti i fronti, difatti sia la relazione sentimentale fra i due, quanto mai banale, che le loro personali vicende, non suscitano nessun interesse. Specialmente il fulcro narrativo del film, la stesura della canzone che può dare un rilancio alla carriera della ex Pop-star Fletcher, interpretata da Grant, risulta stiracchiato e mal reso. Ciò che alla fine rimane sono solo un paio di battutine dell'attore inglese, che strappa qualche sorriso con la sua tipica comicità, alcune frecciatine al mondo musicale del pop, passato e presente, sbeffeggiato comunque in maniera assai bonaria, un paio di simpatici personaggi di contorno, come la contraddittoria Cora Corman, un mix tra Shakira e la Spears, e la piacevole colonna sonora, comprendente brani cantanti dallo stesso Grant, che per ricoprire questo ruolo ha preso lezioni di ballo, piano e canto.

Un'opera infine poco più che mediocre, che non lascia il segno, poco romantica e poco divertente, con un'incursione nel mondo della musica, che in partenza poteva essere un'operazione interessante, flebile e superficiale. Un prodotto che non fa che confermare il momento di piattezza di questo genere a Hoollywood.