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domenica 11 marzo 2007

The Departed


Boston. È in atto una guerra tra la Polizia locale e una banda della malavita organizzata.. Billy Costigan, giovane poliziotto in incognito, riceve l’incarico di infiltrarsi nella gang capeggiata dal boss Frank Costello.
La nuova pellicola di Martin Scorsese ambientata nei sobborghi di Boston, salvo pochi aspetti, non convince molto. "The Departed" ha un soggetto di base interessante, seppur non nuovo: la famiglia di mafiosi di turno introduce una talpa nel gruppo di polizia incaricato di indagarli mentre, a sua volta, le stesse autorità cercano di mescolare un proprio uomo tra i criminali per conoscere in anticipo le loro mosse. Idea che ha del buono, ma il cui sviluppo manca di grinta.
Sebbene l’uso del montaggio alternato riesca a colpire positivamente lo spettatore, che riesce a farsi una panoramica globale di ogni singolo evento potendo vedere in contemporanea ogni azione/reazione di ciascuna delle due talpe, di tutt’altra pasta sono gli altri ingredienti del film. Le scelte registiche non sono spesso all’altezza e i personaggi, nonché gli stessi attori che li rappresentano, non sono sempre convincenti: Jack Nicholson ricorda molto il Joker del primo capitolo della saga di "Batman", al punto che più di una volta, seppur non manchi di esaltare per le magnifiche espressioni che propone ogni volta, ci si comincia a chiedere come una persona del genere riesca a rimanere il capo incontrastato del gruppo dei mafiosi. Allo stesso modo il personaggio della talpa nelle fila della Polizia, interpretato da un Matt Damon in pessima forma, fa da bella statuina e sembra subire passivamente gli eventi: nello stesso finale, quando la situazione gli sfugge di mano, l’unica cosa in grado di fare è chiedere di essere ucciso per timore di prendersi la responsabilità per tutto ciò che ha combinato.
Stupisce invece Leonardo DiCaprio che interpreta a buoni livelli il poliziotto infiltrato: il feeling tra lui e Scorsese è evidente e non sorprende l’importanza della sua parte in questo film. Decisamente buona la descrizione della parabola di un uomo che ha perso tutto, desideroso solo di vendetta contro la mafia che gli ha rovinato la famiglia ma che, allo stesso tempo, non riesce a sopportare il peso della doppia identità. Non è un caso che, dopo un primo tempo di iniziale spiazzamento, in cui non si sa quale partito preferire, nel secondo si cominci a tifare per il bene al punto di provare un crescente senso di rabbia che culmina nel desiderio di morte per i criminali.
Il finale però, molto truce, lascia l’amaro in bocca: seppur azzeccato, ci si sente traditi, non appagati. Sarà per il fatto che una medaglia al merito non è una degna ricompensa per aver perduto la propria dignità di uomo? Sarà perchè la vendetta non è sinonimo di giustizia? Questi e altri interrogativi vengono lasciati in sospeso. Allo spettatore l’onere di dare la propria personale risposta.

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