andiamo al cinema

mercoledì 28 febbraio 2007

Scary movie 4


A Cindy Campbell viene chiesto di prendersi cura di una vecchia signora nella sinistra ’Grudge House.’ Scopre che questa casa è infestata dal fantasma di un bambino, imbarcandosi in una missione per scoprire chi l’ha ucciso e perché. Nel frattempo conosce il suo vicino, Tom Ryan, un uomo con più di una rotella fuori posto che da solo si prende cura dei suoi figli.
Scary movie é oramai come un’appuntamento inevitabile con la dissacrazione dei film di maggior successo dell’annata, di genere horror ma non solo. A due anni dal terzo capitolo giunge immancabilmente il numero 4, e sembra che un quinto sia già in preparazione. Come nel precedente la regia é affidata a David Zucker, guru del genere comico-demenziale, con all’attivo pellicole come "L’aereo più pazzo del mondo" e "Una pallottola spuntata". Il risultato é un film in linea con i capitoli antecedenti, ideale per passare un oretta e mezza scarsa di puro divertimento disimpegnato.
La novità di questo capitolo é che alcuni dei titoli parodiati non appartengono al genere, ad esempio "Brokeback mountain" e "Million dollar baby". Tra gli altri titoli presi in giro, "The grudge", "La guerra dei mondi", del quale il film segue la trama, e "Saw". L’abilità degli sceneggiatori come al solito risiede nell’intrecciare momenti ripresi dai suddetti film in modo fluido dando alla pellicola una storia continua senza renderla solo un insieme di gag sequenziali una slegata dall’altra, e si può dire che ci siano riusciti. Rispetto agli altri Scary movie c’é un po’ meno fantasia e più comicità slapstick, talvolta stucchevole e non sempre riuscita ma con alcune perle degne di nota: la parodia finale dell’amore folle di Tom Cruise per Katie Holmes, ad esempio, oppure quella della cieca Bryce Dallas Howard di "The village" o quella irresistibile del già sopra citato "Brokeback mountain", solo per indicarne alcune.
Comicità di grana grossa certo, a tratti sboccata e scurrile, ma senza eccedere in volgarità, discontinua ma efficace. E’ ovvio che per gustarsi al meglio il film occorre aver visto il maggior numero possibile delle pellicole prese in giro, altrimenti alcune gag si rischia di non capirle. Da segnalare i camei di Leslie Nielsen e Charlie Sheen.

giovedì 22 febbraio 2007

Una top model nel mio letto


Messo alle strette da una foto che lo incastra e ne rivela la sua relazione extra-coniugale con una famosa modella, il miliardario Pierre Lavasseur, cerca di salvare il salvabile, negando di conoscere la ragazza e spiegando che la stessa, in realtà, stava in compagnia di un altro uomo che compare nella foto. Per rendere la storia credibile, però, deve fare in modo che i due abbiano realmente una storia...
Il regista francese Francis Veber, oramai specialista nelle commedie degli equivoci, torna al grande successo, circa 3 i milioni di spettatori che hanno visto il film nella sola Francia, con questo "Una top model nel mio letto". Come per i precedenti lavori ("La cena dei cretini" e "L’apparenza inganna") Veber racconta una storia piuttosto curiosa, già divertente appena ci si trova a leggere la trama. Ricco il cast, tra cui il fidato attore del regista, Daniel Auteil, sempre all’altezza nel ruolo di un antipatico miliardario, il comico francese Gad Elmaleh, bravo nel ruolo di un modesto parcheggiatore, la rediviva Virginie Ledoyen e l’inglese Kristin Scott Thomas.
Con i suoi soli 80 minuti di durata questa opera, grazie anche alla gradevolezza della narrazione e alle simpatiche situazioni di cui è condita, passa come un fulmine. Il rischio però è che ci si dimentichi presto di questo prodotto anche se il tempo speso per guardarlo non crea rimpianti. Veber d’altra parte è quasi costretto a limitare il minutaggio visto che oltre l’originale spunto di partenza, un parcheggiatore che viene pagato per convivere con una Top model, c’è poco altro da raccontare. Molte volte viene sottolineato con ilarità lo stupore della gente nel vedere una persona normale con una star, come se fosse una cosa impossibile. La cosa però diventa ripetitiva e l’idea di partenza si esaurisce in fretta.
Fortuna che la trama viene rimpolpata con azzeccati personaggi di contorno, dall’esilarante medico che va a casa dei pazienti per farsi curare, all’incredulo compagno di stanza del protagonista. Inoltre si assiste ad una riuscita conclusione, con un simpatico colpo di scena. Una commedia che intrattiene con garbo, in cui si evince chiaramente che la vera ricchezza di una persona non è certo data dai soldi che possiede, concetto che non possiamo non condividere.

martedì 20 febbraio 2007

I segreti di Brokeback Mauntain


1963. In un ranch del Wyoming, due ragazzi che stanno li per lavoro si conoscono e fra loro nasce una profonda amicizia. Col tempo però il loro rapporto si trasforma in qualcosa di diverso, ma le strade dei due cow-boy si dividono..
Gli amori impossibili, quelli tormentati che si realizzano solo in alcuni momenti, sempre troppo pochi per riempire degnamente una esistenza, sono quelli che al cinema maggiormente coinvolgono e lasciano il segno. L’amore narrato in questo "Brokeback mountain" (che mi rifiuto di precederlo con "I segreti di", che serve solo a darci una ulteriore prova della mancanza di acume dei distributori italiani) è uno di quelli solo che ha la particolarità di avere per protagonisti due individui dello stesso sesso, più precisamente Jack ed Ennis, due cowboy interpretati rispettivamente da Jake Gyllenhaal e Heath Ledger.
Tutto ha inizio tra le bellissime montagne citate nel titolo dove, i due cowboy, si trovano per pascolare un gregge. I toni narrativi sono quelli del western con una regia ad ampio respiro che si sofferma spesso sugli immacolati paesaggi del Wyoming. Qui, senza una precisa volontà i due protagonisti si innamorano, dando vita ad una tormentata relazione di 20 anni che ci accompagna durante tutto l’arco del film. Con il trascorrere del tempo, minuti per noi mentre anni per gli interpreti, vedere questi due ragazzi così diversi tra loro, Ennis più taciturno e trattenuto mentre Jack più sognatore e passionale, non riuscire a trovare una felicità duratura ci appassiona ed il fatto che il loro rapporto sia omosessuale passa in secondo piano.
Nel finale poi arriva una malinconia quasi insostenibile e diverse sequenze toccano, sempre con grande delicatezza ma al tempo stesso forza, il nostro cuore oramai commosso. Film bellissimo, diretto in maniera magistrale da Ang Lee che già con "La tigre ed il dragone" aveva saputo mostrare il suo talento nel narrare gli aspetti più nostalgici dell’amore. Le interpretazioni sono tutte più che ottime ma naturalmente le due stelle più brillanti sono quelle di Gyllenhaal e Ledger con, il secondo, che si fa ancora più apprezzare per la grande profondità che dona al suo personaggio. Tutti noi alla fine abbiamo le nostre Brokeback mountain, quella isola felice, tanto labile quanto intensa, che quando si perde ci lascia l’atroce rimorso per non averla vissuta fino in fondo.

sabato 17 febbraio 2007

FLAGS OF OUR FATHERS


Ci sono immagini che fanno parte della memoria storica, istantanee che hanno letteralmente fatto le guerre. Gli esempi recenti sono piazza Tiennamen, dove il 4 giugno del 1989 lo studente cinese affrontava il carro armato. Oppure la statua di Saddam abbattuta dagli americani nell’aprile del 2003. All’inizio del ’45, ormai sul finire della guerra, sei marines vennero fotografati mentre issavano, sulla cima di una collina dell’isola di Iwo Jima, la bandiera americana. Iwo, territorio vitale e sacro giapponese, fu battaglia cruentissima. Quella fotografia divenne il simbolo dell’azione e del cuore di chi combatteva e ci fu chi disse che quello scatto aveva fatto vincere la guerra contro il Giappone. Dei sei marines, tre morirono nel giorni successivi, gli altri tre furono adottati dalla nazione come eroi e come mito. Si chiamavano Ira Hayes, René Gagnon e Jhon Doc Bradley. Ira era un indiano.Il film di Eastwood racconta questa storia, come si svolse davvero. Il narratore è James Bradley, figlio di Doc, che ha scritto il libro che ispira il film. Emerge una verità inattesa, quasi grottesca: la foto è un falso. Succede che la bandiera viene issata dai soldati, lassù, visibilissima da tutti, con applausi generali e sirene spiegate delle navi ormeggiate. Succede che un politico voglia assolutamente quella bandiera come propaganda, e che il capitano della compagnia che ha versato sangue per salire lassù, voglia tenersela. E dunque la fa sostituire. Viene così issata la nuova “falsa” bandiera col fotografo che riprende l’evento. I tre tornano a casa, vengono ricevuti dal presidente Truman e iniziano un giro di raccolta di fondi per la guerra. Il più fragile è l’indiano, sempre ubriaco e pieno di rimorsi, proprio non si sente un eroe, ma solo un sopravissuto fortunato. Nel loro tour i ragazzi sono costretti a performances umilianti, come quando devono ripetere l’azione della bandiera in uno stadio su una collina di cartapesta. La tesi è che non avevano nessuna voglia di essere eroi, volevano soltanto rimanere coi loro compagni. Ciò che viene mostrato e venduto è ciò che la gente vuole ed è fasullo. I media la facevano da padrone già allora, e come. Eastwood ha cercato uno stile epico, ma ha troppo spiegato con quel racconto fuori campo capillare e quasi opprimente. E spesso si è incrociato con Spielberg, che del resto è co-produttore del film. Lo sbarco sulla spiaggia di Iwo Jima sembra quello del soldato Ryan rimontato, e l’iperrealismo della battaglia è lo stesso. Anche il finale, col figlio narratore che assiste il padre morente, percorre il versante lirico-sentimentale tanto caro ai finali di Spielberg. Certo, il film è importante, amaro e umano, e molto ricco, lo spettacolo c’è. Con qualche confessione e qualche lacrima di troppo.

giovedì 15 febbraio 2007

I figli degli uomini


Nel 2027 a causa di una gravissima forma di sterilità, non nascono bambini da ormai 18 anni. La razza umana sembra quindi destinata all’estinzione. In Inghilterra intanto cresce l’odio contro gli immigrati che vengono considerati alla stregua di animali. In una società malata in cui il governo combatte contro i deboli e i diseredati, un ex-pacifista, adesso normale burocrate di nome Theo, diviene un eroe involontario per salvare una donna rimasta miracolosamente incinta.
E’ stato presentato come un film di fantascienza. In realtà "I figli degli uomini", solo all’apparenza sfiora il genere fantascientifico. Nella sostanza invece affronta tematiche e sentimenti che la società attuale vive con grande ansia. Il regista messicano Alfonso Cuarón, già conosciuto per aver diretto "Harry Potter e il prigioniero di Azkaban", tratta con estrema perizia argomenti complessi e problematici come la paura dell’estinzione della razza umana, la piaga del terrorismo, l’odio verso gli immigrati, e lo fa utilizzando uno sguardo immerso totalmente nella storia quasi a volere sottolineare la sua partecipazione alla vicenda umana dei protagonisti.
Il racconto, tratto da un romanzo della giallista inglese P.D. James, segue le mosse di un uomo sull’orlo della disperazione. Mai l’occhio dell’osservatore si distacca dal protagonista, e grazie a straordinari piani sequenza, resi ancora più realistici dall’uso della cinepresa in spalla, lo spettatore diviene partecipe come non mai della vicenda. L’intreccio pur seguendo una direttrice abbastanza lineare non è avara di colpi di scena, che si giovano di una narrazione mai scontata. Ben riuscito inoltre il cambio di registro che conduce ad un regolare crescendo dalla prima alla seconda parte. Quest’ultima è per altro impreziosita da alcune scene di guerriglia urbana degne del miglior Spielberg di "Salvate il Soldato Ryan". Praticamene perfetta l’interpretazione di Clive Owen che riesce a restituire il suo personaggio in maniera così naturale e profonda come pochi sanno fare. Il resto del cast si comporta benissimo. Bellissima e decisamente riuscita la parte di Julianne Moore, insolita ma geniale quella del grande Michael Caine. Il film colpisce anche dove di solito gli altri sbagliano. E’ curato infatti nei minimi dettagli. La scenografia di un mondo futuro prossimo è veramente accurata, il montaggio senza troppi salti qua e là non dispiace, anzi riesce a favorire l’attenzione dello spettatore verso la vicenda, la fotografia azzeccata in tutte le sue sfaccettature si dimostra un plusvalore. Anche la colonna sonora si fa apprezzare per la sua varietà.
Il film in sostanza non si presenta come "grosso budget e niente contenuti" anzi, probabilmente sono la grande quantità e varietà di temi trattati che in certe circostanze mettono in qualche modo in imbarazzo lo spettatore, senza però sopraffarlo mai. E’ quindi un prodotto che non è indirizzato solo agli appassionati di fantascienza, ma apre invece delle prospettive nuove molto interessanti sulla compenetrazione di tematiche e generi che stanno prendendo corpo nel cinema di oggi.

domenica 11 febbraio 2007

La mia super ex ragazza


G-girl (Uma Thurman) è una supereroina dal look un po’ vintage, nevrotica e facilmente irritabile, che si innamora di un ragazzo semplice come tanti altri. Ma lui ben presto scopre che convivere con una super woman può essere davvero difficile, e decide di lasciarla per un’altra: la vendetta di G-girl sarà terribile...
Ancora una supereroina al cinema, ma la novità è che per la prima volta i superpoteri non vengono usati per salvare il mondo, ma per vendicarsi di un’ex, con buona pace di chi diceva che i poteri non devono mai essere usati per fini personali! Succede questo nel nuovo film del regista del cult movie "Ghostbuster", Ivan Reitman, che torna a dirigere dopo il flop "Evolution".
"La mia super ex ragazza" cerca di mettere insieme il genere dei supereroi con quello della commedia romantica, e spara le sue migliori cartucce quando rilegge in chiave buffonesca alcuni leit-motiv dei superhero movies, strappando grasse risate in un pugno di scene. L’idea di raccontare la vita quotidiana di un superuomo, o donna che sia, era già stata usata da Sam Raimi nel suo "Spiderman", ma qui vira decisamente più sul comico. A questo va aggiunto il fatto che lo sceneggiatore, Don Payne, scrive per i "Simpson", elemento che spiega lo humor decisamente sboccato e poco propenso al "politically correct" (basta sentire la prima battuta di Vaugh, l’amico del protagonista). Il resto è affidato ai personaggi secondari, che come sempre nelle commedie made in Usa giocano un ruolo importante, come il succitato Vaugh, malato del sesso che non sa fare altro che dare consigli sbagliati, oppure il caporeparto donna ultrafemminista e fissata col rispetto dell’etichetta.
Tuttavia nonostante alcuni pregi, che lo rendono godibile, il film non riesce a soddisfare completamente: spesso si prende la via della commedia più tradizionale e innocua, annacquando in parte, con una comicità scontata e prevedibile, lo spunto di partenza. Peccato perché alcune sequenze davvero micidiali non mancano, e il film di Reitman avrebbe potuto essere una parodia formidabile del filone supereroistico, ma invece globalmente non riesce a pungere come vorrebbe e ad elevarsi oltre la media. Nel cast da segnalare Anna Faris, conosciuta per la saga di "Scary movie", che riesce e risultare anche più simpatica della Thurman, mentre Luke Wilson è il tipico faccione da commedia adatto all’evento.

giovedì 8 febbraio 2007

Olè


Archimede e Salvatore, sono due insegnati del Liceo Giuseppe Verdi di Milano, che una decina di anni fa, hanno avuto uno screzio per via del fatto che entrambi corteggiavano la stessa donna, Margherita, una loro collega, sedotta e subito abbandonata da Salvatore. La ruggine tra i due é ancora presente e sia l’uno sia l’altro non si risparmieranno dispetti durante una gita con i loro studenti in Spagna…
Dopo ventidue anni di fruttuoso sodalizio con Christian De Sica, Massimo Boldi, stanco dell’eccessiva volgarità del filone "Natale a …", cambia registro, presentandosi nelle festività con un cine-panettone alternativo a quello di Neri Parenti. A fargli da partner c’è l’attore napoletano Vincenzo Salemme, mentre alla regia c’è Carlo Vanzina, che già diversi anni fa aveva diretto commedie per il periodo natalizio. Purtroppo la separazione da De Sica non giova al comico milanese che con i suoi nuovi colleghi ci regala un film abbastanza penoso.
La pellicola si presenta con toni decisamente meno grossolani e beceri della concorrenza, seppur non manchi qualche gag un po’ triviale che certo rende azzardato il paragone fatto dallo stesso regista con le commedie Disneyiane degli anni ’50 (non mi ricordo che nel "Il maggiolino tutto matto" fossero mostrati i glutei dei protagonisti, almeno che non si consideri anche Herbie). Ma il problema non è il tasso di volgarità del film, il problema è che gli autori non riescono a strapparci una risata convincente. Il film arranca per tutta la sua durata, presentandoci una storia flebile, ricca di imbarazzanti ingenuità e personaggi senza alcun tipo di spessore, che proprio non si capisce perché dovrebbe interessare o divertire lo spettatore. Le interpretazioni poi sono alquanto maldestre, con Boldi che da conferma ai suoi detrattori delle sue non eccelse capacità comiche, e personaggi di contorno come Natalia Estrada e Francesca Lodo che recitano in maniera dilettantistica. Salemme si salva forse per un pizzico di buona volontà, ma sarebbe meglio per lui in futuro abbandonare la baracca.
Comunque c’è anche qualcosina di apprezzabile: gli interventi di Enzo Salvi, l’unico che effettivamente diverte, e questo è tutto dire, e qualche ammiccamento di Vanzina al cinema di Totò e Peppino (chiare le citazioni a "Letto a tre piazze" o "Totò e le donne"). Per ora non possiamo che bocciare questa prima operazione di Boldi e compagnia, ma naturalmente speriamo che il prossimo film, se ci sarà, sia meglio, anche perché siamo sicuri che non sia una impresa di difficile attuazione.

martedì 6 febbraio 2007

Il labirinto del fauno


Spagna 1944. Durante l’avanzata di Franco la giovane vedova Carmen raggiunge il nuovo compagno Vidal, capitano dell’esercito, con la figlia dodicenne Ofelia. La bambina per sfuggire alla difficile situazione si rifugia in un mondo di fiabe che si materializza con la presenza di un fauno che le rivela la sua vera identità, lei è la principessa di un regno sotterraneo…
Guillelmo Del Toro si conferma regista dalle discrete doti tecniche e capace di passare agilmente da una produzione Hollywoodiana (suoi "Hellboy" e "Blade 2") a lavori come questo a basso budget. Con questo fantasy, che ha come sfondo il franchismo, il regista ritorna sui suoi passi, visto che già nel 2001, con l’ horror d’atmosfera "La Spina del diavolo", aveva narrato della guerra civile spagnola.
Protagonista è Ofelia (la bravissima Ivana Baquero), una ragazzina adolescente costretta a vivere con un capitano franchista come patrigno, e ad assistere impotente all’arroganza e crudeltà di quest’ultimo. La guerriglia tra franchisti e rivoluzionari rappresenta ben più di uno sfondo, ma è la trama portante del film, mentre il mondo fantastico rappresenta in un certo senso il rifugio di una giovane "Alice" dall’orrore del mondo reale.
Non è certo una novità per il cinema fantastico l’uso di mondi magici come analogia o metafora del crudele mondo reale, basti vedere il recente "Le cronache di Narnia". Anche l’episodio bellico raccontato non è particolarmente significativo, e sembra piuttosto una scusa per presentare un personaggio estremo, ma non caricaturale grazie all’ottimo Sergi Lopez, come quello del capitano. Ma se dal punto di vista narrativo il film è ambiguo e non sempre all’altezza, seppur avvincente, da quello visivo eccelle: ancor più che ne "La spina del diavolo" il regista messicano dimostra un’abilità fuori dal comune nell’evocare mondi magici e sogni ad occhi aperti, dal quale registi come Adamson e Shyamalan dovrebbero imparare qualcosa, e dimostra una sensibilità toccante e profonda nel rappresentare il dolore e la sofferenza umana. Aiutato dall’ottimo direttore della fotografia, Del Toro regala alla vista immagini suggestive, evoca creature magiche e ancestrali che sembrano uscite da un incubo di "Lovercraft", e accoglie nel suo limbo la splendida Ofelia, troppo innocente e pura per vivere in un mondo dominato da sangue e uccisioni.
Sanguigno, vigoroso, non propriamente per bambini (i genitori non si lascino ingannare dalla giovane età della protagonista), "Il labirinto del fauno" è un cinema interessante e ibrido, capace di trasmettere con la magia delle sue immagini ciò che una storia un po’ banale non sempre è in grado di raccontare.

domenica 4 febbraio 2007

Boog ed Elliot a Caccia di Amici


Boog, un simpatico orso grizzly, vive una vita meravigliosa nella tranquilla cittadina di Timberlane. L’amorevole Beth, ranger della foresta, lo ha allevato come un cucciolo. Nel garage della ranger, Boog guarda il suo programma preferito in tv, mangia tutto il giorno e dorme su un comodo letto in compagnia del suo orsacchiotto. Insomma Boog sembra avere proprio una vita perfetta fino a quando non spunta il logorroico Elliot, cervo pelle e ossa che arriva frastornato nella cittadina dopo aver perso una delle sue corna, rimasta attaccata al camion del fanatico cacciatore Shaw...
L’animazione 3D negli ultimi anni è sicuramente il genere più propizio per le varie case di distribuzione. Ora nella mischia arriva anche la Sony Pictures, con questo "Boog e Elliot a caccia di amici" (titolo che c’entra poco con il film, infatti l’originale è "Open season" cioè "Caccia aperta"), storia di una strana accoppiata di animali, composta da un orso assai domestico, Boog, e un cervo pedante di nome Elliot.
L’esordio della Sony però non porta una particolare ventata di novità in questo filone, e il suo prodotto non brilla per originalità e resa grafica. Di animali parlanti che vagano tra la natura selvaggia e la città ne abbiamo oramai visti a bizzeffe, ed è difficile non trovare somiglianze con film antecedenti (Elliot deve essere un parente del Ciuchino di "Shrek"). Il film inoltre manca di un po’ di irriverenza che renda le vicende maggiormente godibili per un pubblico più adulto. In realtà l’opera assomiglia, per impianto narrativo, più agli ultimi lavori di animazione tradizionale, con sketch semplici ed immediati incastonati in un racconto lineare e dai chiari intenti moralistici, in questo caso di stampo ambientalista. Comunque, seppur ripetitivo, lo spettacolo offerto è piuttosto godibile, e strappa qualche risata, merito di protagonisti simpatici ed alcune buone trovate (su tutte i conigli che vengano utilizzati per i più disparati bisogni).
Sul versante visivo il film si presenta di buon livello ma distante dagli standard imposti dalla Pixar e dalla Dreamworks: la resa dei protagonisti animali è apprezzabile (la pelliccia dell’orso è ottima), però la caratterizzazione dei personaggi umani e del background non eccelle, i fondali difatti non hanno particolare profondità ed alcuni elementi, come l’acqua, sono approssimativi

venerdì 2 febbraio 2007

Eragon


Nel fantastico mondo di Alagaesia, popolato da mitologiche creature, vive il giovane contadino Eragon, che dopo aver trovato un uovo di drago viene chiamato a riportare in vita l’ordine dei Cavalieri dei draghi, annientato dal malvagio re Galbatorix che ancora oscura Alagaesia con la sua malvagia dittatura. Inizia così l’addestramento del giovane Cavaliere...
"Eragon" è l’ennesima trasposizione cinematografica di un’opera letteraria fantasy, il libro in questione è l’omonimo primo capitolo della trilogia detta "dell’eredità", dell’allora quindicenne scrittore esordiente Christopher Paolini. Le vicende narrate subito riportano alla memoria altri due film appartenenti allo stesso filone: "Il signore degli anelli", capostipite del genere, e "Le cronache di Narnia", dove, analogamente a "Eragon", dei giovani umani vengono scaraventati in un mondo che non appartiene a loro e costretti a impugnare le armi per difendere questo mondo. Ebbene "Eragon" fallisce completamente la sua missione di salvare la propria terra, se questo dipendesse unicamente dal box office.
La storia la conosciamo già perché tutti, presto o tardi, ne siamo stati testimoni: un bravo scrittore da qualche parte nel mondo scrive un bel romanzo che vende milioni di copie, e subito degli avidi produttori hollywoodiani ci si avventano per speculare sul lavoro di qualcun altro. A volte il miracolo riesce e altre non molto, ma in questo caso decisamente no. Il racconto del giovane Paolini è piuttosto complesso e profondo, così come lo sono i legami e le storie dei personaggi, i loro sogni e le loro paure, ma nel film tutto ciò viene a malapena abbozzato, creando una sequenza di brevi attimi di vita senza il minimo spessore, arrivando a stravolgere non poco la stesura originale del romanzo pur di creare un qualche minimo e precario collegamento. E così, mentre lo spaesato spettatore viene catapultato di prepotenza da una situazione a un’altra, vedendo personaggi appena conosciuti creare rapporti fraterni fra loro e sparire un secondo dopo, e senza aver chiaro quale sia l’effettiva missione del Cavaliere dei draghi, sorge spontanea la domanda: non era meglio se andavo nella sala 2 che c’era un film più bello?
Bisogna comunque dire che dove lo sceneggiatore e il regista hanno fallito alla grande, il compositore e il designer della dragonessa Saphira si sono ampiamente guadagnati il loro stipendio, svolgendo uno spettacolare lavoro. In conclusione "Eragon" è un film per cui non è difficile prevedere un clamoroso flop, forse perché il regista non si è ricordato che 107 minuti per un film del genere non sono molti, e che ne avrebbe potuti aggiungere tranquillamente altri 40, nel tentativo di salvare una rivelazione letteraria dallo sfacelo.

giovedì 1 febbraio 2007

Happy feet


Dopo aver fatto la loro comparsa in "Madagascar", e dopo essere stati i protagonisti assoluti del documentario premio Oscar "La marcia dei pinguini", i simpatici pennuti tornano sullo schermo con una nuova avventura, che li vede cantare e ballare come provetti attori di "Broadway". Trattasi di "Happy feet", film di animazione 3D, diretto dal regista di "Babe" e "Mad max", George Miller, e prodotto dalla Warner Bros, che per gli effetti speciali si è affidata agli animatori della Animal Logic Film, esperti in effetti speciali ma al loro esordio in questo settore.
Esordio per loro comunque decisamente positivo, il film difatti fin dalle prime immagini stupisce per la sua qualità grafica (sembra di vedere il documentario di Luc Jacquet). I pinguini, ma in generale tutti gli animali proposti, sono animati in maniera eccellente, e la loro resa visiva è pressoché uguale all’analogo vivente, ciò ovviamente aumenta la meraviglia quando li vediamo esibirsi in sfrenati tip tap. Lo spettacolo offerto è assai godibile però anche per gli orecchi: la storia narrata, che diverse volte assume i connotati di un vero e proprio musical, è dotata di una frizzante colonna sonora, curata dal compositore di "Z la formica" John Powell, che svaria con spigliatezza da Sinatra ai Queen, fino a Steve Wonder. Aggiungiamo al tutto una serie di simpatici protagonisti che strappano più di una risata (i pinguini spagnoli o "Adone", che si vanta di indossare un rifiuto umano), ed ecco una pellicola che scorre via piacevolissima, adatta a tutte le fasce di età.
Le pecche comunque non mancano, in primis le diverse tematiche affrontate, come l’emarginazione o l’inquinamento ambientale, tutte dai manifesti intenti edificanti, non sono trattate con particolare originalità e profondità. Secondo, la conclusione delle vicende non è molto convincente, anzi pare ingenua e troppo artificiosa.